Radici lontane per la Shoah

Nell’articolo: Prendiamo la questione del Talmud, il testo basilare dell’esegesi rabbinica della Torah, che nel 1871 il canonico tedesco August Rohling attaccò come blasfemo ed anticristiano, in uno scritto, Der Talmudjude, volto soprattutto a contrastare l’odiata emancipazione degli ebrei. Erano, le sue, affermazioni che rientravano pienamente nella tradizione antigiudaica più consolidata: opposizione all’emancipazione in quanto parificazione della verità cristiana all’errore ebraico, attacchi ad un testo proibito già dalla Chiesa, nei territori ad essa sottoposti,  fin dal Cinquecento.

Anna Foa per “Avvenire

Le parole che usiamo  per definire l’ostilità antiebraica sono nate tardi, assai più tardi del fenomeno che intendono descrivere. È solo in tempi assai recenti che appaiono sia il termine «antigiudaismo», con cui designiamo oggi un’opposizione nei confronti degli ebrei caratterizzata in senso religioso e diretta in particolar modo contro l’ebraismo post-biblico, sia quello di «antisemitismo», con cui designiamo un’ostilità antiebraica a carattere prevalentemente razziale. «Antisemitismo», infatti, è un termine che si afferma nel linguaggio comune soltanto nel 1879, dopo essere stato usato dal giornalista tedesco W. Marr nel corso di una violenta campagna giornalistica contro gli ebrei.

Quanto ad «antigiudaismo», che descrive un fenomeno assai più antico, è termine ancora più recente che appartiene, nella sua forma sostantivata, alla seconda metà del XX secolo, anche se è coniato sul più antico aggettivo «antigiudaico» e sulla tradizione, affermatasi già nella prima età patristica, degli scritti contra Iudaeos. In realtà, fino a che la teologia cristiana aveva considerato naturale considerare gli ebrei come il simbolo dell’errore e accettarne la presenza nella società cristiana solo entro uno statuto di inferiorità, l’ostilità verso di loro non aveva avuto bisogno di un nome. L’insegnamento del disprezzo verso gli ebrei era una parte fondamentale dell’insegnamento religioso, quello che individuava l’errore per esaltare la verità del Cristo.

La teologia sostitutiva, che affermava che Dio aveva sostituito il suo originario patto con gli ebrei con quello con i cristiani, faceva da base a questo «disprezzo», formulato all’interno della stessa liturgia in espressioni codificate di ostilità antiebraica. Ma definirla «ostilità», almeno fino a che restava entro questi steccati, sarebbe apparso, ai suoi stessi sostenitori, del tutto fuori posto.

Naturale, invece, che il bisogno di una definizione emergesse con forza dopo che gli ebrei ottennero, con l’Emancipazione, l’uguaglianza. È in questo momento, in cui le vecchie formule antiebraiche stanno divenendo desuete, che l’ostilità si rinnova e prende un nome specifico, quello appunto di  antisemitismo. Un nome nuovo per qualcosa comunque di nuovo, di radicalmente diverso dalle vecchie formule antigiudaiche, ma che in quegli ultimi decenni dell’Ottocento è talmente mescolato con esse da consentire distinzioni nette solo con grandi difficoltà.

Prendiamo la questione del Talmud, il testo basilare dell’esegesi rabbinica della Torah, che nel 1871 il canonico tedesco August Rohling attaccò come blasfemo ed anticristiano, in uno scritto, Der Talmudjude, volto soprattutto a contrastare l’odiata emancipazione degli ebrei. Erano, le sue, affermazioni che rientravano pienamente nella tradizione antigiudaica più consolidata: opposizione all’emancipazione in quanto parificazione della verità cristiana all’errore ebraico, attacchi ad un testo proibito già dalla Chiesa, nei territori ad essa sottoposti,  fin dal Cinquecento.

Eppure, il libro di Rohling fu accolto con entusiasmo  in Francia dall’alfiere del nuovo antisemitismo razzista, Edouard Drumont, che ne scrisse la prefazione per l’edizione francese. La diffusione dello scritto di Rohling non diede solo adito ad un rinnovarsi delle polemiche anti-emancipatorie, ma traghettò molta parte delle formule antigiudaiche tradizionali nel nuovo antisemitismo politico e razziale.

Ancora più complesso è il caso dell’accusa di omicidio rituale, la credenza cioè che gli ebrei fossero soliti sacrificare un bambino cristiano ogni anno in occasione della Pasqua ebraica, per scopi rituali e anticristiani. Nel Medioevo, questa accusa era stata espressione di violenze dal basso più che della Chiesa, che in molti casi l’aveva condannata formalmente. Non si può quindi, a rigore, definirla come un’accusa antigiudaica, anche se è certamente un’accusa munita di una lunga tradizione nell’Occidente cristiano.

Ebbene, nell’Ottocento essa diventa un tema ricorrente della pubblicistica antisemita, a cominciare dallo stesso Rohling, fino a provocare nell’Est d’Europa pogroms e processi, mentre in Italia fu sostenuta con veemenza anche da molta parte della stampa cattolica, a cominciare dalla rivista dei gesuiti, la Civiltà Cattolica.

Espressione, quindi, dell’antigiudaismo o del nuovo antisemitismo? I confini, in questo caso, appaiono decisamente sfumati. Più facile, forse, nella Francia di fine Ottocento, far rientrare  nell’ambito dell’antisemitismo politico e non dell’antigiudaismo tradizionale le accuse di doppia appartenenza rivolte agli ebrei in occasione dell’affaire Dreyfus: il caso dell’ufficiale ebreo accusato ingiustamente di tradimento in favore della Germania. Quest’accusa non parla infatti il linguaggio della religione, bensì quello del nuovo nazionalismo.

Ma come spiegare, se non con il ricorso all’ostilità antiebraica tradizionale, il fatto che l’intera Francia cattolica sostenne a spada tratta la colpevolezza dell’ufficiale ebreo e appoggiò i moti antisemiti? Dove trarre, qui, il confine tra antigiudaismo e antisemitismo? Più netti sono, evidentemente, i confini tra antisemitismo razziale e antigiudaismo. Per l’antigiudaismo, il battesimo cancella l’appartenenza ebraica, per l’antisemitismo gli ebrei sono una razza diversa, e non esiste battesimo in grado di mutarne la natura. È obbedendo a questa ideologia che ebrei battezzati furono deportati dai nazisti insieme con quelli non battezzati, che Edith Stein, e come lei tanti cattolici di origine ebraica morirono ad Auschwitz e negli altri campi: ciò che contava era la razza, non la credenza.

Eppure, anche qui i confini erano stati abbattuti, o perlomeno confusi, almeno una volta nella storia. Fu nella seconda metà del Quattrocento, in Spagna, quando le leggi di limpieza de sangre considerarono i convertiti, nonostante il battesimo ricevuto, come ebrei, e in quanto tali da discriminare e mettere sotto accusa.

È vero che all’inizio, nel 1449, un papa Niccolò V condannò queste norme come eretiche, in quanto negavano di fatto la validità del battesimo, ma alla fine i pontefici furono costretti ad accettarle, anche se solo per la Spagna. E quando, nella seconda metà dell’Ottocento, la cultura della razza permeò in profondità la società europea, la Chiesa non fu certo partecipe di questa profonda svolta culturale, ma nemmeno si impegnò con forza per metterne in luce la natura profondamente anticristiana. Lo scontro maturò molto più tardi, con l’enciclica Mit Brennender Sorge di Pio XI, del 1937, e la sua condanna nettissima  del razzismo nazista. Ciò nonostante, fra il 1938 e il 1939 l’antisemitismo razzista si richiamò alle secolari discriminazione antiebraiche della Chiesa per sottolinearne la continuità con le leggi del 1938, e tentò in nome di quella convergenza tra antigiudaismo e razzismo di tirare dalla sua esponenti anche autorevoli del mondo cattolico, come padre Gemelli.

Per un momento, sembrò che questa linea di accordo tra razzismo e cattolicesimo, portata avanti non senza esitazioni da Farinacci e Gemelli,  avesse un qualche successo, ma nel settembre 1939 intervenne il Sant’Uffizio, bloccando quest’infiltrazione razzista dentro il cattolicesimo ed eliminando il rischio di un compromesso tra cultura della razza e Chiesa cattolica.

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