Piccola Posta di Adriano Sofri

Nell’articolo: Vedo, non dall’appello ma da allusioni di contesto, che questo equivoco micidiale viene attribuito specialmente alla campagna di Repubblica contro la legge sulle intercettazioni. Io scrivo su Repubblica (le stesse cose che scrivo qua) ciò che non impegna né quel giornale (tanto meno questo) né me, e peraltro, senza attenuare di un millimetro il mio attaccamento alla inviolabilità della vita privata, ritengo pessima sotto ogni riguardo – per la privatezza, per l’autonomia delle indagini criminali, per la libertà di stampa – la legge sulle intercettazioni

da “Il Foglio”

Caro Foglio, vorrei dichiarare, e anzi ribadire la mia adesione al principio della libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, che nell’appello pubblicato ieri si è imperniato sul ripudio dello slogan “Intercettateci tutti”. Vorrei allegare le seguenti considerazioni.
1. Il grido “Intercettateci tutti” è palesemente un calco di altri slogan, e in particolare di quello: “E adesso, uccideteci tutti”. Dunque, una volta ammesso che dei giovani di Locri non si augurassero affatto di essere tutti uccisi, e intendessero invece esprimere la propria determinazione “al costo di essere uccisi”, si capisce che l’altro slogan voglia esprimere una determinazione alla autonomia dell’indagine penale e alla libertà di stampa e di parola “al costo di essere intercettati”.
2. Non c’è dubbio che lo slogan “Intercettateci tutti” intenda però anche dire, in molti dei suoi pronunciatori e sostenitori: “Non abbiamo niente da nascondere”, o “Male non fare paura non avere”, e simili concetti. Simili concetti corrispondono, suppongo per lo più senza volere, con l’essenza intima del totalitarismo, che è il sogno di annullare le persone a vantaggio del corpo sociale, e di conoscere ogni pensiero e sentimento dei sudditi, fino a cancellarne pensieri e sentimenti che non coincidano con la lezione impartita dal potere. Chi cede a questa prodigalità – di mettere la propria sfera privata a disposizione dell’occhio pubblico – non capisce che l’aspirazione più profonda e irreparabile del potere è di impadronirsi, più che dei piani criminali o sovversivi o semplicemente indisciplinati delle persone, dei loro pensieri e delle loro parole più comuni e normali. Di sentire due ragazzi che si dicono “Ti amo”, di spiare un abbraccio fra due vecchi, di leggere le pagine di diario di una bambina. Tutti abbiamo tutto da nascondere, salvo ciò che viola la legge giusta a detrimento degli altri. Tutti dobbiamo fare bene sapendo che è rischioso.
3. Aggiungo, molto a malincuore, che un’altra peculiare riserva alla discrezione che deve tutelare le vite personali è imposta, oggi più forte, dalla consapevolezza delle sopraffazioni coperte sotto la proverbiale saggezza dei panni sporchi da lavare in famiglia. La quale è servita spesso a proteggere violenze contro donne e piccoli, a favorire un doppio regime morale e perfino legale fra ambiti laici e ambiti ecclesiastici, e infine, ma altrettanto e più gravemente, il doppio regime legale fra diritto dello stato e sharia islamista.
4. Vedo, non dall’appello ma da allusioni di contesto, che questo equivoco micidiale viene attribuito specialmente alla campagna di Repubblica contro la legge sulle intercettazioni. Io scrivo su Repubblica (le stesse cose che scrivo qua) ciò che non impegna né quel giornale (tanto meno questo) né me, e peraltro, senza attenuare di un millimetro il mio attaccamento alla inviolabilità della vita privata, ritengo pessima sotto ogni riguardo – per la privatezza, per l’autonomia delle indagini criminali, per la libertà di stampa – la legge sulle intercettazioni. Ho ragione di credere, oltre che di sperare, che la campagna di Repubblica condivida l’attaccamento strenuo alla discrezione delle vite personali, e per esempio vi leggo per firme di rilievo come quella di Stefano Rodotà (6 giugno scorso) le seguenti parole: “Ma un grave danno culturale è stato comunque provocato. Quando ho visto in piazza Montecitorio un cartello che proclamava ‘Non ho nulla da nascondere. Intercettatemi’, sono stato preso da un vero scoramento, mi sono chiesto il perché di quella protesta estrema e mi è sembrato subito evidente che la nostra fragile cultura della privacy è a rischio proprio a causa di una legge che proclama di volerla proteggere. Non è un esito paradossale. E’ il risultato di una riflessione sociale. Un’opinione pubblica sempre più larga si è resa conto che quella non era una legge a tutela della riservatezza delle persone, ma uno scudo protettivo per un ceto di cui si scoprivano l’immoralità civile, i mille traffici, la corruzione come regola. Da qui la reazione estrema, ‘intercettateci tutti’, che ricorda il grido disperato dei ragazzi di Locri dopo l’ennesimo delitto della ’ndrangheta, ‘ammazzateci tutti’. Ma questa esasperazione ci porta nella direzione sbagliata. Dico per l’ennesima volta che l’‘uomo di vetro’ è immagine nazista, è l’argomento con il quale tutti i regimi totalitari vogliono impadronirsi della vita delle persone. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere. E così, appena qualcuno vuole rivendicare un brandello di intimità, diventa un ‘cattivo cittadino’ sul quale lo stato autoritario esercita le sue vendette”.

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