La questione curda in Turchia: linguaggio di guerra, linguaggio di pace

Original Version: Language of war, language of peace

Dopo anni di relativa tranquillità, le autorità turche si trovano di fronte alla rinnovata violenza del Partito dei Lavoratori del Kurdistan; ma quante opportunità politiche sono state sprecate in questi anni? – si chiede la giornalista svizzera Nicole Pope che risiede a Istanbul dal 1987; è stata per 15 anni corrispondente dalla Turchia per il quotidiano francese Le Monde; è coautrice di “”Turkey Unveiled: A History of Modern Turkey”

Nell’articolo: La tesa situazione nel sud-est del paese è stata certamente sfruttata da potenze straniere nell’ultimo quarto di secolo, ma le origini del problema sono profondamente radicate qui in Turchia, ed è in questo paese che devono essere affrontate prima di tutto

da “Medarabnews

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Con il tragico ritorno della violenza nelle strade della Turchia, si assiste al riemergere di un familiare discorso bellicoso che può solo alimentare un’ulteriore escalation.

Un anno fa, il governo aveva diagnosticato correttamente il problema curdo, ammettendo che le errate politiche statali del passato avevano ampiamente contribuito ad inasprire il conflitto, e promettendo un approccio diverso. Ma nonostante la sua valutazione sincera e coraggiosa, il primo ministro, di fronte agli scettici all’interno del suo stesso partito e alle urla di sdegno da parte dell’opposizione, ha esitato e non è riuscito a dar seguito ad una tabella di marcia concreta.

Oggi, il problema è ancora una volta percepito come un problema di terrorismo, di sicurezza e di controllo delle frontiere. A meno che non venga adottata rapidamente una seria azione politica per evitare che il rumore delle armi sovrasti definitivamente gli appelli al dialogo politico, la disperazione e la frustrazione creata dalle promesse non mantenute rischia di andare fuori controllo.

Il linguaggio bellicoso usato negli ambienti politici e nei mezzi di informazione in questi giorni può riflettere emozioni autentiche innescate da morti premature e violente, ma è anche concepito per suscitare sentimenti nazionalistici e promuove un’immagine in bianco e nero della situazione, che trascura molte sfumature della realtà sul terreno. L’analisi del complesso conflitto curdo non può essere ridotta a slogan che non sono di alcun aiuto: “i martiri sono immortali, la nazione è indivisibile”,”i terroristi saranno ridotti all’impotenza”, e “la Turchia non si arrenderà mai”, mentre i politici si guardano intorno in cerca di attori esterni – l’Unione Europea, Israele? – a cui dare la colpa.

La tesa situazione nel sud-est del paese è stata certamente sfruttata da potenze straniere nell’ultimo quarto di secolo, ma le origini del problema sono profondamente radicate qui in Turchia, ed è in questo paese che devono essere affrontate prima di tutto.

Quante opportunità politiche sono state sprecate in questi anni? La situazione nel sud-est era migliorata dopo che era stato revocato lo stato di emergenza, ma la Turchia non è riuscita a cogliere l’opportunità presentata dal cessate il fuoco unilaterale di cinque anni del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che seguì l’arresto di Abdullah Ocalan nel 1999. L’assenza di scontri durante questo periodo è stata interpretata come un’autorizzazione ad accantonare la questione curda.

In effetti, le autorità avevano semplicemente rimesso il coperchio su una pentola che era ancora in ebollizione, e che oggi ha iniziato a traboccare. L’ “apertura democratica” annunciata l’anno scorso non solo non ha prodotto risultati concreti, ma la riluttanza del governo a dialogare con i politici curdi – molti dei quali, va riconosciuto, si sono dimostrati estremamente inflessibili e non hanno contribuito a creare un clima propizio – ha provocato una forte disillusione.

I curdi hanno beneficiato di limitate riforme culturali, attuate negli ultimi anni nel contesto del progetto di adesione della Turchia all’UE , ma Ankara ha sempre cercato di imporre una soluzione alle sue condizioni.

Nel corso degli ultimi mesi, molte delle valvole di sicurezza che avevano permesso ai curdi di esprimere opinioni dissenzienti sono state gradualmente chiuse, a partire dallo scioglimento del Partito della Società Democratica (DTP), nel dicembre dello scorso anno, che ha rimosso Ahmet Türk, un uomo politico moderato e rispettato, dalla scena politica. A questa mossa controproducente hanno fatto seguito l’arresto di oltre 1.000 persone accusate di essere legate all’Unione delle Comunità Curde (KCK) (considerata l’ala urbana clandestina del PKK (N.d.T.) ), e un numero crescente di cause giudiziarie contro editori curdi o giornalisti che si occupavano della questione curda.

L’ultimo colpo alla credibilità delle autorità è stato l’arresto di ex militanti il cui ritorno dal nord dell’Iraq lo scorso anno era stato salutato come un’importante misura per costruire la fiducia reciproca.

Con il loro arresto, l’ ultimo brandello di fiducia è stato fatto a pezzi. Ricostruire tale fiducia in un’atmosfera ora ulteriormente avvelenata dagli ultimi attacchi del PKK richiede coraggio e determinazione politica. Il Partito “Giustizia e Sviluppo” (AKP) non può permettersi di rinunciare. A parte il rischio di una conflagrazione etnica, permettere che questioni di sicurezza e di terrorismo dominino l’agenda politica non può fare altro che aumentare il potere dei militari, la cui tutela il governo ha cercato di scrollarsi di dosso.

Una nuova costituzione che offra ampie libertà individuali e ridefinisca il concetto di cittadinanza su basi non etniche offrirebbe una parte della soluzione (ma non tutta). Il governo ha di fronte a sé il difficile compito di conciliare l’esigenza di coraggiose mosse politiche con gli appelli nazionalistici ad un’azione più incisiva contro i militanti armati. Abbassare i toni della retorica per preparare un terreno più adatto per le riforme sarebbe un buon punto di partenza. L’ “apertura curda” non ha fallito: in realtà deve ancora iniziare sul serio.

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