Archive for luglio 2010

L’Arizona e la legge sull’immigrazione

luglio 31, 2010

Un tema esplosivo quello dell’immigrazione in America. Un grave peso lasciato da Bush ad Obama. L’indifferenza del Congresso e la spinta dell’Arizona

Nell’articoloI “latini” hanno un ruolo fondamentale nella questione, visto che dal 2002 hanno ormai superato gli afro-americani come prima minoranza del paese, contando 32,8 milioni di persone (il 60% dei quali di origine messicana), 12% della popolazione nazionale. Nel 2008 Obama ha ottenuto il 68% dei loro consensi, sfruttando il calo dei repubblicani che alle presidenziali del 2004 avevano contato sul 44% delle loro preferenze

Matteo Pretelli per “Limes

Dopo l’aspro dibattito che ha portato alla discussa legge di riforma della sanità, l’altro tema che sta imperversando negli Stati Uniti – e che condizionerà le prossime elezioni di mid-term di novembre – è quello della lotta all’immigrazione clandestina (circa 11 milioni, metà dei quali messicani, gli stranieri che risiedono illegalmente negli Stati Uniti).

Durante il secondo mandato del presidente Bush i timori per la presenza nel paese di illegal aliens non hanno portato alla firma di alcuna legge di riforma dell’immigrazione a causa delle divisioni fra democratici e repubblicani. I primi sono in buona parte propensi a far emergere gli immigrati dalla clandestinità e favorire la loro acquisizione della cittadinanza americana, mentre i repubblicani bollano l’idea come una “sanatoria”. L’unico accordo ha portato il 26 ottobre 2006 all’approvazione del Border Secure Fence Act, che ha autorizzato la costruzione di un “muro” lungo 700 delle 2.000 miglia che dividono gli Stati Uniti dal Messico. Obiettivo è combattere il continuo flusso di droga e clandestini che dal paese centro-americano giunge negli Stati Uniti. Sebbene la legge non abbia trovato consensi unanimi, ha avuto il beneplacito della maggioranza dei democratici, compreso l’attuale presidente Barack Obama (allora senatore dell’Illlinois). Questo non ha, però, risparmiato la dura opposizione di parte dell’opinione pubblica, con contestazioni di attivisti per la difesa dei diritti civili, ambientalisti e comunità dislocate lungo il confine. (more…)

Dall’album di w0arz

luglio 31, 2010

presa qui

La storia di Li Lu, da Tienanmen all’ufficio di Buffett

luglio 31, 2010

Nell’articolo: Ma l’improbabile saga di Lu è ricca di colpi di scena da ben prima dell’investitura di Buffett. Nato a Tangshan nel 1966, ha fatto a meno dall’età di nove mesi del padre ingegnere e della madre, arruolati a forza nei programmi di rieducazione della rivoluzione culturale. Fu affidato a famiglie adottive finchè, dopo un terremoto che ne fece strage, a dieci anni tornò da alcuni parenti. Spinto dalla nonna, si gettò negli studi fino alla laurea in fisica a Nanchino

Marco Valsania per “Il Sole 24 Ore

Da ragazzino reso orfano da Mao e leader delle proteste di piazza Tienanmen, a successore di Warren Buffett, dall’altra parte del mondo, alla guida dell’impero finanziario Berkshire Hathaway. Non è una favola. È invece l’ultimo sogno dello stesso Oracolo di Omaha. Che, come si conviene ai presagi di oracoli che si rispettino – e Buffett non ha rivali a Wall Street – sembra pronto ad avverarsi.

L’improbabile eroe di questa odissea dei nostri giorni è Li Lu, 44 anni, cinese di nascita, americano d’adozione, gestore di hedge fund di professione. E ora in pole position per prendere le redini di almeno parte del più ambito tesoro dell’alta finanza, un portafoglio da cento miliardi di dollari con partecipazioni da American Express a Coca-Cola, da Glaxo al Washington Post. Fino al 10% nel gruppo cinese di batterie al litio Byd. (more…)

C’è una guerra dentro la guerra tra genieri italiani e talebani

luglio 31, 2010

In Afghanistan i guerriglieri tendono agguati contro i nostri specialisti. Da aprile disinnescate 50 bombe

Nell’articolo:. Sul versante militare i dati parlano chiaro: tra gennaio e metà luglio su 362 caduti alleati 210 sono stati uccisi dagli Ied, il 58 per cento contro il 61 nel 2009, il 42 per cento nel 2007 e appena il 16 per cento nel 2002. A maggio gli attacchi con bombe sono stati 1.128, più del doppio di quelli verificatisi nello stesso mese del 2009 come ha rilevato il Joint Ied Defeat Organization, creato tre anni or sono e che ha fotografato l’esplosione del fenomeno

da “Il Foglio

C’è una guerra silenziosa e letale dentro la guerra afghana, tra gli artificieri alleati e gli attentatori dinamitardi talebani. Un confronto che si gioca tutto sulle armi più efficaci degli insorti, gli ordigni esplosivi improvvisati (Ied – Improvised Explosive Device) posizionati lungo le strade per colpire i convogli e le pattuglie alleate, ordigni che causano non soltanto la maggior parte delle perdite registrate tra i 130 mila soldati internazionali ma che sono anche responsabili della morte di centinaia di soldati e poliziotti afghani e di gran parte delle vittime civili.
Dei sette caduti italiani registrati da gennaio in Afghanistan, cinque sono stati uccisi dai talebani e di questi ben quattro sono genieri dei reparti antibomba. (more…)

Il monastero della tortura

luglio 31, 2010

Nell’articolo: La vera attività del carcere incomincia di notte, quando arriva in auto Lavrentij Berija. I giudici iniziano allora gli interrogatori e i pestaggi nei loro uffici, e incomincia il coro di gemiti e urla. Del resto, l’ordine superiore dice che un’inchiesta non deve durare oltre le due settimane, per cui è necessario ricorrere a mezzi estremi per ottenere le confessioni

Marta Dall’Asta per “Avvenire

Un’aberrante logica ha fatto sì che dopo la rivoluzione russa molti edifici sacri, soprattutto monasteri, siano tornati utili agli scopi della repressione con le loro mura, le celle, i sotterranei…
Il prototipo di questa mostruosa metamorfosi è il tante volte ricordato monastero delle isole Solovki, diventato il lager scuola di tutto il futuro Arcipelago. Ma non è il solo esempio, ce ne sono anche di più terribili per le violenze che vi si perpetravano, come il monastero di Santa Caterina, presso Mosca, trasformato nel 1938 in un carcere specializzato in torture, la famigerata e misteriosa «dacia delle torture», o prigione di Suchanovka. Misteriosa perché sembrava che non esistessero testimoni sopravvissuti, la si conosceva solo attraverso voci incontrollate e leggende; la voce popolare collegava insistentemente la prigione al nome di Berija.

Lidija Golovkova, grande esperta di nuovi martiri del periodo sovietico, e conseguentemente dei luoghi della loro morte, carceri e fosse comuni, nei primi anni ’90 l’ha fortunosamente identificata e letteralmente riportata alla luce, con tutto il carico di storie atroci che vi sono collegate. Ed ha pubblicato un libro perché tutto questo pesante fardello di memorie trovasse un senso, e non corresse il rischio di scomparire nuovamente. […] (more…)

Radiohead: The National Anthem

luglio 30, 2010

“NEL BIENNIO ’92-’93, DIETRO TANGENTOPOLI C’ERA UN DISEGNO POLITICO DI UN GRUPPO DI PERSONE DELLA BORGHESIA AZIONISTA E DEL PCI CON L’AIUTO DI UNA MANINA AMERICANA DEI SERVIZI. OGGI SIAMO ALL’OPERETTA

luglio 30, 2010

Fabrizio D’Esposito per A, da “Dagospia

Nella Prima Repubblica, Paolo Cirino Pomicino fu battezzato ‘o ministro per eccellenza. A Napoli, era il numero uno della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana. Tangentopoli travolse lui e il suo partito. Ma Pomicino non ha mai abbandonato il campo della politica. Nonostante quarantadue processi, due condanne e vari infarti si è costruito un doppio ruolo di osservatore e militante del centrodestra.

Nella Seconda Repubblica è stato deputato ed europarlamentare, ha scritto tre libri esplosivi sulla fine dei vecchi partiti, ne sta preparando un quarto, e con lo pseudonimo di Geronimo, infine, verga commenti scomodi sul quotidiano “Libero”. Oggi ha settant’anni ed è presidente, <a titolo gratuito> specifica lui, del comitato tecnico-scientifico del ministero dell’Attuazione del programma, retto dal neodc Gianfranco Rotondi.

Prima la cricca di Anemone e Balducci, poi la banda dei quattro della P3: anche la Seconda Repubblica sta crollando a colpi di inchieste?
<La sensazione generale è questa. Ma ci sono molte differenze con la fine della Prima Repubblica. Innanzitutto stavolta non c’è un disegno politico>. (more…)

Tisserant l’americano

luglio 30, 2010

Paolo Vian per “L’Osservatore Romano

L’indizio è minimo ma significativo. Siamo nel gennaio 1923, in Biblioteca Vaticana si stanno trasportando le casse con i manoscritti e gli stampati della Biblioteca Chigiana che qualche giorno prima il presidente del Consiglio dei ministri italiano Benito Mussolini ha inopinatamente deciso di “aggregare” alla biblioteca papale per blandire, prime mosse per la Conciliazione, l’antico prefetto dell’Ambrosiana e della Vaticana Achille Ratti, divenuto Pontefice col nome di Pio XI, ma rimasto, nel cuore e nell’animo, sempre un bibliotecario. Ebbene, col vigore e con l’euforia dei suoi quarant’anni non ancora compiuti, Eugène Tisserant, lo “scrittore orientale” della Biblioteca, non esitò un attimo a prendere sulle spalle le casse con i preziosi volumi per trasportarle all’interno, come uno degli uomini di fatica della Biblioteca. Lo slancio fu tale che nel trasporto Tisserant si ruppe l’ulna destra all’altezza del polso e dovette rimandare di qualche settimana la partenza per una missione, voluta dallo stesso Pio XI, nei paesi  balcanici  e nel vicino Oriente alla  ricerca  di  manoscritti  e  stampati che il rimescolamento politico in quello scenario, bruscamente orbato dalla  presenza  della Grande Porta, poteva  fornire  con propizia abbondanza. (more…)

Quando la poesia modernizza un paese

luglio 30, 2010

Franco La Cecla per “Il Sole 24 Ore

L’immagine di Rabindranath Tagore a noi evoca molti elementi fuorvianti. Un bel vecchio, alto, possente, con una lunga barba bianca e lunghissimi capelli e una veste candida, ampia, fino ai piedi. Sembrerebbe un saggio, un asceta, un guru, come siamo abituati a vederne, da Osho a Sai Baba. Tutt’al più possiamo pensare che ci ricordi Tiziano Terzani, quel magnifico personaggio che negli ultimi anni della sua vita ci ha insegnato molto della nobiltà con cui è necessario vivere fino all’ultimo. E certamente Tiziano, che conosceva l’India benissimo, pensava a Tagore quando si vestiva come lui di bianco con lunghe candide vesti.

Rabindranath Tagore però era tutt’altro che un guru ed era anche molto poco asceta. È stato uno dei personaggi che più hanno influito nella formazione di una coscienza laica, aperta al piacere, attenta ai diritti e alle aspirazioni delle donne, antinazionalista, ma anche antitradizionalista, pur essendo profondamente radicato nella spiritualità indiana. Se lo prendo come personaggio di cui noi italiani avremmo bisogno è proprio perché è stato, lui che ha vissuto a cavallo tra due secoli (era nato nel 1861 ed è morto nel 1940) qualcuno che ha fatto irrompere la modernità laica in un mondo ancora arroccato alle differenze di casta e a una concezione schizofrenica dell’indipendenza.
Tagore ha formato la classe dirigente che ha poi gestito l’indipendenza indiana, è stato amico di Nehru e di Gandhi, ha formato Indira Gandhi, ma anche tutta la classe d’intellettuali bengalesi che hanno dato il via alla magnifica stagione dei grandi registi indiani, primo tra tutti Satyajit Ray. Da noi, nello stesso periodo non c’è stato nessuno con il suo respiro internazionale, la sua capacità cosmopolita e allo stesso tempo una lettura profonda dello spirito nazionale: l’inno indiano è stato creato proprio da Tagore. Soprattutto da noi non c’è stato nessuno che ha traghettato l’Italia dell’Ottocento verso una modernità, che l’ha aperta a valori laici e universali. Si potrebbe pensare a Gramsci, ma in Tagore c’era una capacità di parlare alle masse che Gramsci non aveva. A tutt’oggi, la gente per strada canta le canzoni di Tagore, suona la sua musica e sono canzoni d’amore, di nostalgia, di apertura alla natura, al mistero della vita, al mistero delle profondità dell’anima. (more…)

Spatuzza: ‘La mia verità’

luglio 30, 2010

Un memoriale dal carcere scritto dal pentito di mafia e inviato a ‘L’espresso’. Per raccontare cos’è Cosa nostra, come ci è entrato e perché ha deciso di uscirne

a cura di Lirio Abbate, da “L’Espresso

L’ex boss palermitano Gaspare Spatuzza torna a parlare e lo fa questa volta in esclusiva con “L’espresso” seguendo una traccia indicata di argomenti. È un documento unico pieno di riferimenti alla società civile, ai giovani e alla religione. Un duro attacco ai boss e a chi fa affari con loro. Dalla cella in cui è detenuto scrive della voglia di ricerca della verità. Lo ha fatto per far comprendere come gli anni di carcere lo hanno cambiato, ma anche per manifestare solidarietà a chi è minacciato dalla mafia. Spatuzza dal 26 giugno 2008 collabora con la giustizia, accusandosi di oltre 40 omicidi e in particolare della strage di via D’Amelio e di aver partecipato alla stagione stragista del ’93. I pm di Caltanissetta e Firenze con le sue dichiarazioni hanno aperto nuovi scenari investigativi sugli attentati a Falcone e Borsellino e per le bombe del ’93. L’ex sicario racconta i contatti degli stragisti Graviano con Dell’Utri e Berlusconi, e della trattativa che ci sarebbe stata con lo Stato. Il procuratore di Caltanissetta Lari, l’aggiunto Gozzo e il pm Marino hanno aperto nuove inchieste: le indagini sulla fase esecutiva di via D’Amelio saranno chiuse entro l’anno. Per i pm Spatuzza è attendibile ma il sottosegretario Mantovano gli ha negato il programma di protezione

Sono Gaspare Spatuzza (…) soltanto chi vive sotto questa spada di Damocle sa quanto costa un atto di libertà. La libertà di dire ciò che si pensa, con altre parole la verità, cosa che oggi in tanti non vogliono nemmeno sentirla pronunciare (…) Non posso sottrarmi a quelle poche domande che tra l’altro trattano temi sociali, cosa che mi sta molto a cuore. Primo perché amo la mia terra, secondo, credo che sia più che un dovere dare delle spiegazioni a chi appartiene a quella società civile di cui è parte offesa di tutta questa triste storia (…).

Il lungo silenzio in carcere che è poi esploso in una voglia di giustizia.
Nel gennaio del 2005, sono stato trasferito nel penitenziario di Ascoli. Da subito mi rendo conto che quel sistema non mi consentirà di portare avanti quel bellissimo percorso iniziato nell’anno 2000. Percorso di ravvedimento, vissuto in silenzio, meditazione e astinenza di cose superflue. Tanto che, inoltravo richiesta alla direzione di applicarmi la così detta aria riservata. Tanto per capirci si tratta di un circuito penitenziario molto ristretto, ancora più duro del così detto 41/bis. Ma non posso accedere, perché la mia condotta carceraria non necessita di un ulteriore inasprimento. Le voglio dire che in tredici anni di 41/bis non ho mai trasgredito il regolamento penitenziario. Qualcuno, malignamente potrà dire che questo comportamento così lineare è basato solo alla scopo di ottenere benefici. Rispondo che sino a oggi non ho chiesto un giorno di liberazione anticipata. Tanto è vero che, “per libera scelta” da circa due anni vivo in un regime penitenziario ancor più afflittivo del 41/bis. La mia posizione odierna – che sarebbe da collaboratore di giustizia – mi dà la possibilità di beneficiare di permessi premio, ma non ne ho fatta richiesta. (…) Mi ha molto colpito la filosofia. Imbattendomi con tutti questi grandi filosofi che inseguivano tutte quelle materie che il suo fine era di aprire la mente all’uomo. Esempio di quell’uomo che ha deciso di fare un salto nel buio, che poi buio non era, ma la conoscenza. Sto parlando della caverna di Platone. Sa un po’ in quell’uomo mi sono rivisto io. Diciamo che questo studio ha contribuito a dare lo stimolo finale a quel desiderio espresso tredici anni fa negli uffici della squadra mobile di Palermo. (more…)

La battaglia per i Velasquez e i Renoir rubati al barone ebreo

luglio 30, 2010

Bruno Ventavoli per “La Stampa”

E’ la più grande causa per la restituzione di opere d’arte depredate agli ebrei ai tempi dell’Olocausto. Dopo vent’anni di richieste fallite gli eredi di Mór Lipót Herzog, banchiere budapestino con il gusto dell’arte, tornano all’attacco. Martedì scorso si sono rivolti a un tribunale americano per citare in giudizio il governo ungherese e rientrare in possesso di una quarantina di quadri che l’avo aveva accumulato. I più sono esposti al Museo delle Belle Arti di Budapest, sei El Greco, Courbet, Van Dick, Velázquez, Renoir, Manet, Cranach il vecchio. Il catalogo vale oltre 100 milioni di dollari. La memoria ferita dei discendenti molto di più. La storia di questo immenso patrimonio artistico risale all’inizio del secolo breve e sanguinario. Mór Lipót Herzog era celebre nella Budapest Belle Époque. Come molti altri ebrei di successo aveva ottenuto il titolo di barone dall’imperatore. Sapeva fare affari, ma più dei soldi amava il bello. E nel corso della sua vita aveva costruito una delle più ricche collezioni private della mitteleuropa. (more…)

Cinque miti sul protezionismo

luglio 30, 2010

Jagdish Bhagwati per “Il Sole 24 Ore”, Traduzione di Anna Bissanti, © PROJECT SYNDICATE, 2010.

L’anno scorso a un dibattito intitolato Buy american, hire American: policies will backfire («Le politiche ispirate al “compra americano, assumi americani” avranno un effetto contrario a quello auspicato»), svoltosi a New York alla presenza di centinaia di persone, il mio team composto da tre promotori del libero commercio ha sfidato un terzetto di sostenitori del protezionismo, molto noti e spesso sotto i riflettori.

Ci aspettavamo di perdere il favore del pubblico con una percentuale di 45 a 55, ma in realtà abbiamo inflitto loro una cocente sconfitta, aggiudicandoci il favore del pubblico con una percentuale impensabile di 80 a 20. Il feedback di numerosi tra i presenti è che abbiamo prevalso facilmente poiché avevamo portato le «motivazioni e prove», laddove i nostri avversari avevano presentato «affermazioni e invettive».

Evidentemente, oggi il pessimismo che spesso opprime i sostenitori del libero commercio è ingiustificato. Le tesi dei protezionisti, vecchi e nuovi, sono semplici miti che è possibile contestare e sfatare facilmente. Prendiamone in considerazioni alcuni tra i più noti.

1 – I costi del protezionismo sono trascurabili.
Questo, naturalmente significa che se il protezionismo è conveniente da un punto di vista politico, non si dovrebbero versare lacrime perché si infliggono sacrifici al paese adottandolo, atteggiamento che molti democratici degli Stati Uniti trovano conveniente seguire. Paradossalmente, questo mito è stato il prodotto di una metodologia inappropriata, scaturita dalla ricerca del mio illustre professore di Cambridge Harry Johnson, rimasta alquanto inesplicabilmente la tesi favorita del mio illustre studente del Mit Paul Krugman sin dagli anni 90. Mentre però questi temi continuano a funzionare bene a Washington, nessun serio studioso li fa suoi, grazie alle convincenti confutazioni pubblicate nel 1992 da Robert Feenstra, il più illustre studioso “empirico” odierno delle politiche commerciali, e nel 1994 da Paul Romer della Stanford University. (more…)

Somalia: il conflitto si estende

luglio 30, 2010

Gli attentati di Kampala dell’11 luglio scorso sono stati rivendicati dal gruppo radicale somalo.  La comunità internazionale al bivio e i rischi di una nuova escalation regionale

Matteo Guglielmo per “Limes

Se esiste un luogo al mondo che negli ultimi vent’anni ha sperimentato tutte le tipologie di conflitto armato e di intervento militare, quello è la Somalia. Così scrive Jefferey Gettleman sul New York Times, sottolineando inoltre che se il risultato dell’ultimo meeting straordinario dell’Unione Africana tenutosi in Uganda qualche settimana fa fosse quello di aumentare il contingente di Amisom di 2mila – o forse 4mila – unità, in questi anni di guerra la comunità internazionale dimostrerebbe di aver appreso davvero poco.

Due decenni di conflitto in Somalia e la storia sembra inesorabilmente ripetersi. Un contingente militare non basta per riportare la pace sul territorio del centro-sud, che sia composto da migliaia di marines americani, come nella missione Restore Hope dei primi anni Novanta, oppure dagli stessi caschi blu delle Nazioni Unite, come in Unosom II. Perfino l’Etiopia, paese che conosce meglio di qualunque altro il territorio somalo, non è riuscita a riportare la sicurezza a Mogadiscio, lasciando anzi la pesante eredità del suo controverso intervento ad un contingente regionale che oggi si trova a sostenere da solo il peso dello scontro con la guerriglia. (more…)

E Solov’ëv smascherò l’Anticristo

luglio 30, 2010

Nell’articolo: «Si racconta spesso questo aneddoto: molti amici gli chiedevano perché si facesse il segno della croce prima di una conferenza o di mangiare. E flemmatica era la sua risposta: “Non voglio che nessuno possa sospettare che io mi vergogno del mio Cristo”

Filippo Rizzi per “Avvenire

Centodieci anni fa, il 31 luglio del 1900, a Uzkoe, presso Mosca, si spegneva Vladimir Sergeevic Solov’ëv. Aveva quarantasette anni ed era nella pienezza del suo fervore intellettuale e religioso. Un autore che aveva lasciato una traccia indelebile nella letteratura e filosofia/teologia russa del suo tempo, con capolavori come le Lezioni sulla DivinoumanitàI fondamenti spirituali della vita e soprattutto quello che viene considerato il suo testamento spirituale, I tre dialoghi.

Ad ascoltarlo erano accorse personalità del calibro di Dostoevskij e Tolstoj. Per la sua passione per i Padri della Chiesa fu definito amabilmente da Bernard Dupuy l’«Origene dei tempi moderni». Hans Urs von Balthasar lo accostò a Tommaso d’Aquino come «il più grande artefice di ordine e di organizzazione nella storia del pensiero». Anche Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio lo collocò tra i pensatori che hanno condotto una «coraggiosa ricerca» sul rapporto tra filosofia e parola di Dio, assieme a figure come John Henry Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain e Pavel Florenskij. (more…)

Medvedev dà più poteri all’ex Kgb, come ai tempi dell’Unione sovietica

luglio 30, 2010

Ripristinata una norma che consente di inviare a sospetti “avvisi di reato” e di arrestarli per 15 giorni senza tutela

Marcello Foa per “Il Giornale

Un tuffo nel passato, non glorioso perché sovieticom e dunque opprimente, angosciante. O forse un salto in quelle che rischiano di diventare le moderne società del futuro, rutilanti e autoritarie; in Russia, ma non solo. Di certo, non un bel segnale da parte di un presidente, Dmitry Medvedev, che molti ingenui commentatori si ostinano a considerare liberale, progressista, moderno.

In realtà Medvedev appartiene all’olgiarchia che, da metà degli anni Novanta, governa la Russia e che unisce dirigenti di spicco dell’Fsb (l’ex Kgb), alti burocrati, i tanti nuovi ricchi di Mosca, che prosperano grazie alle aziende, quasi sempre minerarie o petrolifere, comprate a prezzi di ipersaldo all’indomani del crollo del comunismo, in circostanze ancora oggi misteriose. Eltsin, Putin, Medvedev: cambiano i volti di chi siede sulla poltrona più alta del Cremlino, non il potere che in realtà è condiviso, con altri, onnoprisente eppur invisibile. (more…)

“La orripilante storia del teschio di Goya” di Gaya Nuño

luglio 30, 2010

54 pp., Skira, 15 euro

da “Il Foglio

Gli incubi terrificanti che Francisco Goya aveva rappresentato nei suoi dipinti e nella serie delle stampe dei “Capricci” e dei “Disastri della guerra” sembra che l’abbiano seguito per perseguitarlo anche dopo la morte. Dopo molte traversie, è sepolto in San Antonio de la Florida, presso il Manzanares, a Madrid, una chiesa minuscola, appartata, che pochi conoscono. Le sue pareti, la cupola sono completamente rivestite di piccole creature, alcune bellissime, altre sinistre, che osservano il miracolo di sant’Antonio a Lisbona, il santo quasi passa in secondo piano di fronte alla vivacità e prepotenza di quella folla che lo circonda. I colori sono smaglianti, come fossero stati appena dipinti e lo stile è di una libertà straordinaria; Goya riprende la sua formazione italiana con richiami a Correggio, Parmigianino, Tiepolo, che mischia a figure da incubo che preludono a Delacroix, a deformazioni che preludono agli espressionisti tedeschi e a Bacon. (more…)

Ferrara: Silvio sbaglia, pagherà un prezzo

luglio 30, 2010

«Ora si dividono ma poi dovranno rimettersi insieme o si suicidano entrambi. Ci voleva un divorzio razionale»

Maria Teresa Meli per “Il Corriere della Sera

L’altro ieri sera Giuliano Ferrara ci ha provato ancora a convincere Berlusconi alla tregua, ma non era aria. Anche la supercolomba Gianni Letta, raccontano, si era arreso.

Ferrara, come giudica la decisione di Berlusconi?

«È un errore. Berlusconi pagherà un prezzo notevole perché è brutta l’immagine di un leader politico che caccia una persona che dice di pensarla in modo diverso da lui e di voler continuare lealmente a collaborare dentro lo stesso partito. Per Berlusconi sarà sempre più difficile porsi come lo stabilizzatore e il riformatore politico di questo Paese e come “rassembleur”: questa è una scelta che lo condanna di nuovo a un’immagine di forte faziosità e di populismo spinto». (more…)

DISEGNI L’“INDEMONIATO”

luglio 29, 2010

IL MITOLOGICO SVIGNETTISTA SCODELLA UN’ANTOLOGIA DELLA PRESA PER IL CULO – LE REAZIONI ALLE SUE VIGNETTE? “I POLITICI SONO PARACULI” – “QUELLI DELLO SPETTACOLO: NUN CE VONNO STÀ” (“MINZO IL PIÙ PERMALOSO”) – “PANSA È SPIRITOSO, MI VOLEVA FAR METTERE SOTTO DALLA PANDA DELLA FIGLIA” – “BERLUSCONI NON MI È SIMPATICO PER NIENTE: LUI, LE SUE BARZELLETTE PIETOSE, LE SUE BANDANE BURINE E I SUOI MAFIOSI DICHIARATI ‘EROI’”…

Cinzia Leone per “il Riformista”, da “Dagospia

Negli ultimi due anni dell’era berlusconiana è successo di tutto: trionfi e scricchiolii, palafrenieri e traditori, le ragazze con il tubino nero e quelle con il registratore, il terremoto dell’Aquila, gli scandali, le intercettazioni, Casoria con Noemi e Marrazzo con i trans. Per rivederli attraverso la moviola corrosiva della comicità non resta che affidarsi all’ultimo libro di Stefano Disegni “Indemoniato!”, B.C.Dalai editore.

Un Bignami irriverente di debolezze, ipocrisie e arroganza della classe dirigente e del mondo dei media. Date, nomi e numeri si trovano su internet, ma se vogliamo ridere amaro non ci resta che la bestia nera della satira. Pazzo per le moto, laziale, figlio di un vicesindaco della capitale, Disegni inizia con la pubblicità, si fa le ossa sull’inserto di Repubblica “Satyricon” e finisce per collaborare con le principali testate nazionali.

Inventa strisce, scrive libri e collabora come autore a trasmissioni televisive. Di sé dice: «Sono salito in motocicletta a quattordici anni e non sono ancora sceso». Se è per questo, fa satira da più di trent’anni e non ha ancora smesso. Questione di libertà.

Si ride di più quando c’è da piangere?
La linea tra tragedia e farsa è molto sottile. Le situazioni problematiche e inquietanti aiutano la satira, parassitaria e scorretta per vocazione. (more…)

Sartre e il dilemma delle scelte impossibili

luglio 29, 2010

Nell’articolo: “Le Mani Sporche” è un dramma emblematico dell’universo dell’intellettuale francese, con un protagonista ( Hugo) che rifiuta la classe dalla quale proviene, la borghesia, ma che al tempo stesso non viene accettato dai compagni di partito, sempre pronti a rinfacciargli le sue origini

Marco Barbonaglia per “Il Sole 24 Ore

Era il 1975 quando la polizia di Praga fece irruzione nell’appartamento del filosofo ceco Karel Kosik. Il regime lo considerava un dissidente e, in quell’occasione, gli agenti gli confiscarono un manoscritto di mille pagine, frutto di dieci anni di lavoro. Per sua sfortuna, Kosik non ne aveva una copia. Così, non gli restò che raggiungere l’amico Milan Kundera e sfogarsi con lui, discutendo sull’opportunità di scrivere una lettera a qualche personalità, all’estero, per cercare di far scoppiare uno scandalo internazionale.

Bisognava indirizzare la missiva a qualcuno che stesse al di sopra della politica, ad un uomo capace di rappresentare un «valore indiscutibile».

Messi di fronte alla desolazione del panorama europeo, i due dapprima si sentirono perduti. Alla fine, però, venne loro in mente a chi spedire la lettera. L’avrebbero indirizzata a Jean-Paul Sarte. Una scelta che, per la cronaca, si sarebbe rivelata saggia. L’appassionato intervento dello scrittore su Le Monde contribuì, in maniera determinante alla restituzione del manoscritto a Kosik.
L’episodio, narrato da Kundera stesso, è inserito nella prefazione alla nuova edizione di “Le Mani Sporche” di Sartre, firmata da Paolo Bignamini e Mauro Carbone. Per quanto interessante, però, questo aneddoto non sarebbe completo senza la considerazione finale dell’autore di “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.« Il giorno in cui Sartre fu sepolto- conclude Kundera- mi tornava in mente il mio amico di Praga: ora la sua lettera non avrebbe più trovato alcun destinatario.». (more…)

Il tormentato rapporto di Simone Weil con la trascendenza

luglio 29, 2010

Nell’articolo: “Dio e l’umanità  sono  come  un  amante e una amante che si sono sbagliati circa il luogo dell’appuntamento. Ciascuno è lì prima dell’ora, ma sono in due posti diversi, e aspettano, aspettano, aspettano”

Arturo Colombo per “L’Osservatore Romano

Il filosofo Gabriel Marcel, tutt’altro che facile ai grandi complimenti, aveva usato l’immagine di “Pellegrina dell’Assoluto”, per  definire  una  delle  figure più affascinanti (e controverse) del Novecento:  Simone Weil, morta giovanissima nel lontano 1943,  quando  aveva  solo  trentaquattro anni, eppure di “esperienze”  ne  aveva  già fatte parecchie, compresa la liberissima scelta  di  andare  a  lavorare come operaia nella fabbrica Renault.
Del resto, non rinunciava mai al bisogno, quasi bruciante, di conoscere e “vigilare a che non sia fatto del male agli uomini”, come scriverà nei primi anni Trenta. Per aggiungere di lì a poco, con parole molto severe, quasi arroganti:  “Sceglierò sempre, anche in caso di disfatta sicura, di condividere la sconfitta degli operai piuttosto che la vittoria degli oppressori”. (more…)

Il business del gas e petrolio

luglio 29, 2010

Fattori geologici, tecnologici e geopolitici cambiano i confini del grande business in cui nuota l’Eni. Cambia poco però il suo impatto ambientale. Le trasformazioni in atto nel settore, le nuove strategie delle multinazionali, l’ìmpatto della crisi

Vincenzo Comito per “Sbilanciamoci.info

Il business del petrolio e del gas ha mostrato negli ultimi anni dei mutamenti di grande rilievo, mentre ha anche confermato alcune tendenze consolidate da tempo.

Intanto bisogna registrare il fatto che le grandi compagnie petrolifere internazionali non sono più politicamente potenti come una volta, in particolare nei paesi che possiedono le maggiori quantità di idrocarburi. Tra l’altro, le compagnie nazionali, originarie dei paesi emergenti, controllano ormai all’incirca il 90% delle riserve mondiali (Bezat, 2010). Si pensi, ad esempio, alla Petrochina, oggi la prima impresa del mondo per capitalizzazione di borsa – le prime 10 imprese del settore petrolifero sono a capitale pubblico e fanno capo ai paesi emergenti- , o all’enormità delle dimensioni della Aramco saudita – che da sola possiede riserve di idrocarburi pari a 15 volte rispetto a quelle controllate dalla Exxon-, o anche alla brasiliana Petrobras e alla russa Gazprom. Le stesse compagnie statali fanno poi sempre più concorrenza a quelle occidentali sui mercati mondiali. Il potere residuo delle major risiede nella loro capacità di governare le tecnologie più avanzate del settore e nella loro rilevante forza finanziaria; ma ambedue tali atout tendono a perdere di peso con il tempo. La caduta progressiva dell’egemonia politica dei paesi sviluppati su quelli petroliferi permette a questi ultimi anche di rovesciare progressivamente i rapporti di forza a livello di divisione dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti, spostandoli ormai sempre di più a loro favore.

Le imprese del Nord, per far fronte a tali sviluppi, tendono, tra l’altro, a diversificare le loro attività, concentrandosi sui settori dell’estrazione in acque profonde, in quello delle sabbie bituminose ed anche nel nucleare, nell’etanolo e, più in generale, nei biocarburanti. (more…)

Ahmadinejad ha fatto il nido al palazzo di Vetro

luglio 29, 2010

Fiamma Nirenstein per “Il Giornale”

Dell’Onu, dei suoi paradossi, abbiamo già volte tentato di ridere per non piangere, e tuttavia non si può fare a meno di soffrire: nata per preservare il mondo da dittature, persecuzioni, guerre è divenuta spesso la più ipocrita e aggressiva cassa di risonanza antioccidentale e antidemocratica. Causa ne sono le maggioranze automatiche cosiddette “non allineate” e islamiste. Adesso a misurare in maniera intelligente e particolare il danno ci aiuta la giornalista Claudia Rossett su Forbes, e lo diciamo per non derubarla del difficile computo da lei operato sulla presenza dell’Iran dentro le istituzioni dell’Onu.
È formidabile a dir poco quanto il Paese che oggi rappresenta una delle maggiori minacce per tutto il mondo con il suo programma atomico che procede, conformemente alla politica iraniana, contro Israele e la civiltà ebraico-cristiana; ormai colpito da quattro round di sanzioni obbligatorie del Consiglio di Sicurezza; macchina organizzatrice e ideologica di terrorismo internazionale; violatore senza remore di diritti umani… quanto questo Paese si sia insediato all’Onu in lungo e in largo. Ad aprile, dopo che avevamo rischiato di vederlo nel Consiglio per i Diritti Umani, l’Iran ripiega sulla Commissione per lo Status delle Donne. Questo, mentre escono via internet le immagini delle sue donne costrette in palandrane totali e sottoposte a regole di segregazione sotto la sorveglianza delle Guardie della Rivoluzione, o peggio mentre si diffondono immagini di fedifraghe fustigate, sottoposte a lapidazione, impiccate. (more…)

Dal predellino alla catastrofe i 16 mesi crudeli del Pdl

luglio 29, 2010

Che cosa è cambiato meno di due anni dopo la Fiera di Roma. Le macerie della politica e il deserto progettuale. Il partito ha conosciuto terribili passaggi ancora segreti che si verranno a sapere a tempo debito

Filippo Ceccarelli per “La Repubblica

BREVE la vita e infelice del Popolo della Libertà. Dopo 16 mesi dalla tecno-apoteosi del congresso fondativo e fasullo, con il palco rock, i milioni di led, le riprese di riguardo e a planare, l’applausometro in delirio, e gli inni trionfali, il salottino per la supernomenklatura, le abbronzature invernali delle future veline. Ecco, a debita distanza dall’evento e dall’indubbia megalomania che aleggiava sui baracconi incantati della Fiera di Roma, si può concludere con qualche ragionevole cinismo che il “popolo” invocato in pompa magna al posto del convenzionale “partito” era forse un’entità troppo impegnativa. Almeno per come, tra alti e bassi, stop and go, rabbie e dispetti, interviste costruttive e distruttive, comunque sta andando a finire nel Pdl.

Quanto alla libertà, termine invero piuttosto generico in tempi abbastanza vuoti e crudeli, ci si limita a ricordare che sempre in quella fastosa occasione, quando Fini prese la parola per ben 55 minuti, con matematica e sistematica regolarità non solo disse sempre “partito”, ma ogni volta riferì “alle” libertà, plurale, e non all’unica e dogmatica libertà campeggiante sui grandi e ripetuti emblemi che dominavano la scena fondante e preliminare.
Ciò nonostante, conclusa la cauta e sinuosa controrelazione del “cofondatore”, il presidentissimo Berlusconi, che per tutto il tempo seduto accanto alla bionda Tulliani aveva annuito e pure fatto okay con la mano, ritenne di dover irrompere sul palchetto, anche a costo di interrompere lo scontato tripudio tricolore. E allora salì lì sopra, d’impeto, a larghe falcate, e buttò le braccia al collo di Fini e gli impresse un bacio, che l’altro accolse con impercettibile diffidenza per via della fitta coltre di cerone. Ma siccome Berlusconi è (anche) un grande uomo di spettacolo subito si mise alla destra del presidente della Camera, così conquistando una posizione di preminenza ottica oltre a una maggiore facilità di movimento. (more…)

Il Ricci furioso

luglio 29, 2010

di Massimiliano Panarari per “Micromega

Negli ultimi tempi si è discusso di alcune riflessioni (da quella di Nicola Lagioia a quelle di Luca Mastrantonio e Francesco Bonami) su Antonio Ricci e su quell’autentica “controrivoluzione televisiva” che è stato Drive in, il programma che ci ha scaraventato, attraverso il tubo catodico, negli anni Ottanta del montante neoliberismo e che ha accompagnato l’involuzione italiana tra “ragazze fast food” e macchiette da neocommedia dell’arte reinventate in chiave, diciamo così, “postmoderna”. Il tutto detto, lo specifichiamo, senza alcuna nostalgia nei confronti della vecchia tv in bianco e nero di Ettore Bernabei.

Drive in è una esemplare e formidabile manifestazione di ciò che ho chiamato l’egemonia sottoculturale in un libro appena uscito con questo titolo (L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi), il quale ha suscitato da parte dell’autore tv (e molto altro) una reazione un po’ sopra le righe sottoforma di un articolo fatto firmare dal suo alter ego rosso, il cosiddetto “Gabibbo” – sembra incredibile, no? E, invece, a riprova di quanto stiamo dicendo… – un oggetto patafisico che primeggia in un’altra seguitissima trasmissione ricciana, Striscia la notizia.

Un programma che costituisce una prototipica “macchina situazionista” e mi sembra rappresentare perfettamente il trionfo di una certa antipolitica e di un certo populismo al servizio di interessi e poteri precisi, proprio mentre l’autore del “tg satirico” – che tale, palesemente, non è – vorrebbe continuare ad accreditare indisturbato la tesi della trasmissione di controinformazione e che non guarda in faccia i potenti; già, proprio così… (more…)

La riforma del sistema finanziario americano

luglio 29, 2010

La Camera ha finalmente approvato la riforma fortemente voluta dal presidente Obama. Da oggi, aumentano i controlli del governo federale ma le speculazioni sono ancora possibili. Una riforma nata su un’istanza populista

Enrico Beltramini per “Limes

Lungamente attesa, la riforma del sistema finanziario americano è finalmente arrivata al traguardo. La legge votata al Senato doveva ancora essere armonizzata con quella approvata dalla Camera; per esempio, la legge del Senato prevedeva che le banche debbano passare attraverso la dichiarazione di stato di fallimento (bancarotta) prima di ricevere il sostegno governativo, mentre quella della Camera non lo richiedeva. Ma si trattava di aggiustamenti minori e oggi la riforma è ratificata e operativa. Il dato importate è che, d’ora innanzi, la finanza sarà sottoposta alla regolamentazione statale. In che modo?

Innanzitutto, attraverso una cabina di regia degli enti e delle agenzie di controllo che provvederà al monitoraggio del rischio ‘di sistema’ e che segnalerà quando le istituzioni finanziarie sono troppo grandi o il rischio di bolle speculative troppo ravvicinato. Oltre al monitoraggio, la legge garantisce alla Federal Reserve l’opzione di studiare da vicino, anche attraverso visite e ispezioni, le istituzioni finanziarie e bancarie più importanti, al fine di aumentarne la conoscenza e individuarne con maggior precisione e rapidità i segni di default. (more…)

Il miliardario della porta accanto

luglio 29, 2010

Beda Romano per “Il Sole 24 Ore

Theo Albrecht, l’uomo che ha rivoluzionato il modo in cui molti tedeschi ed europei fanno la spesa, è morto. Il fondatore dei supermercati hard discount Aldi è scomparso sabato, ma l’annuncio è stato dato solo ieri in un ultimo esempio di discrezione maniacale. Forbes scrisse qualche anno fa che l’uomo viveva «ancor più ritirato dello yeti».
Nato nel 1922 a Essen, una cittadina della Ruhr, Theo prese in gestione insieme al fratello Karl subito dopo la guerra il negozio di frutta e verdura della madre. (more…)

APPRENDISTI STREGONI

luglio 29, 2010

Giorgio Israel per “Il Giornale

«Quando giunsi all’Institute of Advanced Study di Princeton – raccontava nel 1964 il premio Nobel per la medicina Albert Szent-Györgyi – speravo che gomito a gomito con quei grandi scienziati atomisti e matematici avrei appreso qualcosa sulla “vita”. Appena dissi loro che in ogni sistema vivente vi sono più di due elettroni, i fisici smisero di parlarmi. Con tutti i loro calcolatori, non potevano neppure dire cosa avrebbe fatto il terzo elettrone».
Szent-Györgyi non faceva che descrivere in modo sarcastico la consapevolezza dei fisico-matematici dei limiti di previsione della loro disciplina. Fin dalla fine dell’Ottocento è noto che in meccanica classica non si può prevedere in modo esatto la dinamica del moto di più di due corpi celesti. Non solo. Per fare questa previsione occorre conoscere i dati che definiscono lo stato iniziale del sistema. Ma può accadere che una perturbazione anche minima di quei dati conduca a prevedere un’evoluzione completamente diversa e, siccome la determinazione dei dati è inevitabilmente soggetta a errori, la previsione sul medio-lungo periodo è inattendibile. Poi ci si è resi conto che anche i modelli matematici usati per prevedere i fenomeni atmosferici sono soggetti a questa «patologia», il che spiega come mai le previsioni meteorologiche sul medio e lungo periodo siano inattendibili. Ma anche nel caso del sistema solare si è calcolato che oltre i 100mila anni le previsioni perdono valore. (more…)

Il codice della superbia

luglio 29, 2010

Francesco Merlo per “La Repubblica

Reagiva come se se fosse stata la collega dell’Unità e non la Banca d’Italia a promuovere quel commissariamento del suo Istituto di credito che è stato firmato dal ministro Tremonti. Rivolgeva a un altro collega le insolenze che avrebbe voluto rivolgere ai magistrati che lo hanno interrogato per nove ore.

Era come se sui suoi presunti illeciti stesse indagando Rainews 24 e non tre Procure della Repubblica.  Ebbene, anche se fosse innocente, Denis Verdini non è degno di ricoprire una carica pubblica. Mai infatti si era vista una conferenza stampa più losca di quella messa in scena ieri. Neppure un imam di una repubblica islamica insulta, minaccia irride e offende i giornalisti come ha fatto lui. Nemmeno Berlusconi, che pure è uno specialista di guerre all’informazione, era arrivato a tanto. Il comportamento sguaiato e violento di Verdini ricorda quello dei boss che in aula sputano per terra quando hanno sotto gli occhi gli infami cronisti. Insomma il focoso Denis non si comporta da maledetto toscano ma da guappo napoletano: non indignazione ma coda di paglia. (more…)

Nino Manfredi “Dudù” “Operazione San Gennaro”

luglio 28, 2010

Dove sta la materia penale?

luglio 28, 2010

I magistrati romani insistono sulla P3, ma per ora è solo un teorema

Giuliano Ferrara per “Il Foglio

Il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, e il pubblico ministero, Rodolfo Sabelli, sono uomini di mondo, conoscitori della realtà. Non si stupiranno se domandiamo loro rispettosamente: dove stia la materia penale, nella faccenda della cosiddetta P3 sulla quale alacremente indagano? La cena e le chiacchiere non sono un reato, sono bensì un delitto politico, perché chi sta al timone non si riunisce con millantatori, sbrodoloni, personaggi che appartengono al folclore sottopolitico da anni, e se lo fa deve aspettarsene le conseguenze del caso. Ma un delitto politico, cioè un errore, non è materia penale.

Non ha forse cenato riservatamente, il premier, con due giudici costituzionali? Non risultano informazioni di garanzia, interrogatori, censure (salvo quelle della libera critica, alle quali furono opposte libere repliche). Allora direte che nelle intercettazioni emerge un elemento, ancora da chiarire e definire, di scambio o di rapporto di scambio (che sia la promessa di favorire un consorzio per l’eolico in Sardegna o un giro di versamenti per l’aumento di capitale di un giornale locale legato al politico)? (more…)

Al cuore dell’esplosione

luglio 28, 2010

Kenzaburo Oe per “Il Sole 24 Ore

Hara Tamiki è stato il più bravo, tra gli scrittori giapponesi contemporanei, a descrivere l’esperienza dell’atomica. I giovani sono portati a pensare che uno scrittore possa trattare tanti temi diversi, nelle sue opere. Ma per il vero scrittore, così come la sua vita è una soltanto, i temi a cui dedicarsi sono limitati. La questione si pone unicamente in termini di profondità o di superficialità. Per acquistare profondità, uno scrittore coraggioso può arrivare a scegliersi un tema tutto suo, scartando qualsiasi altra possibilità, anche quelle che potrebbero arricchirlo.

Hara Tamiki era a Hiroshima il 6 agosto 1945, quando sulla città fu sganciata la bomba atomica. Da quel momento in poi, ha posto il disastro atomico alla base del suo discorso letterario. E non solo: lo ha posto alla base della sua stessa vita. A proposito dello stile che, tra tutti i testi che ha scritto nel corso della sua carriera, sembra mostrare il maggior grado di solidità, Hara Tamiki spiega: «Dopo essere sopravvissuto alla tragedia dell’atomica, per me e la mia scrittura fu come essere esclusi con violenza da qualcosa. Volevo descrivere quelle scene che avevo visto con i miei occhi, fosse anche l’ultima cosa che facevo. In mezzo alle grida e al caos della morte, ardeva dentro di me una supplica agli uomini nuovi. Se, debole come sono, ho potuto sopportare una fame e uno stato di necessità cosi estremi, è in parte anche per questo. Ma l’onda di isteria del dopoguerra mi ha travolto furiosamente, e sembrava sempre sul punto di ridurmi in mille pezzi. Ogni singolo istante di vita su questa terra, per me, è come attraversato da brividi vertiginosi. Da allora mi porto dentro il dolore acuto della tragedia che si svolge quotidianamente nel cuore delle persone, dell’ultimo sforzo a cui ciascun essere umano è sottoposto. Riuscirò a resistere a tutto questo, riuscirò a descriverlo?».

Hara Tamiki è senza dubbio riuscito a sopportarlo, è riuscito a descriverlo, e ha lasciato alla letteratura giapponese del dopoguerra un corpus di opere memorabili. Hara Tamiki aveva ben chiaro davanti agli occhi tutto ciò di cui doveva scrivere. E non è morto fino a quando non ha finito di scriverlo, almeno a grandi linee. (more…)

Colloquio impossibile con Thomas Jefferson

luglio 28, 2010

Nell’articolo: La mia idea è che tutto lo scibile umano sia diviso in tre categorie (idea che ripresi da Francis Bacon):  memoria, ragione, immaginazione. Il sapere umano, cioè, non andrebbe inserito in ambiti circoscritti nel modo in cui avviene oggi (per esempio nelle università), ma in categorie ampie. È, al contempo, l’idea di universalità e di inclusione di generi e lingue diverse (la mia biblioteca includeva testi in sedici lingue)

Giulia Galeotti per “L’Osservatore Romano

Duecentodieci anni fa (e qualche giorno), il secondo presidente della storia americana, John Adams, firmava l’atto con cui si decretava il trasferimento della sede del Governo da Philadelphia alla nuova capitale Washington. Tra le altre cose, veniva anche istituita la Library of Congress, destinando 5.000 dollari “per l’acquisto dei libri necessari alle esigenze del Congresso (…) e per la sistemazione di un appartamento adatto a contenerli”. Da quel lontano 24 aprile 1800, gli Stati Uniti sono cambiati e cresciuti. E con loro, è cambiata e cresciuta la Biblioteca del Congresso, che con i suoi oltre 128 milioni di documenti (il pezzo più prezioso è, forse, l’originale della Bibbia di Guttemberg del 1445, il primo libro stampato con caratteri mobili), è diventata la maggiore biblioteca della storia.
Tra le tante personalità che si respirano entrando nei diversi palazzi della Biblioteca, girando tra le sale, i corridoi, gli scaffali, spicca decisamente la presenza di Thomas Jefferson (1743-1826). Non solo perché a lui è stato intitolato l’edificio più bello, antico e maestoso, il Thomas Jefferson Building, aperto nel 1897 e situato tra Independence Avenue e East Capitol Street su First Street se (gli altri due, limitrofi, sono il John Adams Building, del 1938, e il James Madison Memorial Building del 1981, nuovo quartier generale della Library), ma perché l’ex presidente è ovunque nell’aria. È in buona parte del lungo colloquio che ho con il professor James H. Billington, l’attuale Librarian of the Congress (questo il nome ufficiale del direttore della Biblioteca del Congresso); è nei busti, nei ritratti e nelle citazioni celebri che campeggiano un po’ ovunque; ed è tra gli infiniti scaffali della biblioteca.

Presidente Jefferson, oltre che per essere stato l’autore della Dichiarazione d’Indipendenza, il terzo presidente del suo Paese, colui che (creando un precedente) ha volontariamente deciso di tirarsi indietro alla fine del secondo mandato, lei è passato alla storia per essere stato uno degli uomini più colti degli Stati Uniti.

Addirittura! Conosco sei lingue, questo sì, ho studiato musica, diritto, scienza, filosofia:  per tutta la vita ho sempre studiato. Pensi che da anziano mi sono dedicato all’arabo (il primo membro musulmano del Congresso giurò sul mio corano). Sono anche stato un architetto autodidatta (e, dicono, piuttosto talentuoso!). Ho sempre creduto fermamente nel ruolo dell’educazione, come via che, tra le altre cose, avrebbe reso i cittadini in grado di compiere scelte consapevoli in politica. Sono anche molto fiero del ruolo non secondario che ebbi nella fondazione dell’Università della Virginia (assunsi diversi insegnanti, pianificai i curricula, disegnai addirittura gli edifici). (more…)

Beppe grillo: Voglio sfidare fisicamente Feltri…

luglio 28, 2010

Nell’articolo: Hi, hi hi… che ridere… Sono comici, e nemmeno lo sanno. Con le concessioni sull’acqua si stanno facendo ricchi… In tutti i comuni in cui sono stati dati appalti di gestione l’acqua è aumentata del 100%. Mentre Tremonti spara balle sul rigore…

Luca Telese per “Il Fatto

Nell’estate in cui il suo movimento Cinque Stelle vola nei sondaggi e i grillini preparano religiosamente la “Woodstock” del 26 settembre, lui, Beppe Grillo, è un fiume in piena. Parla di politica, di privatizzazioni, di leader politici (a destra e a sinistra) senza filtri e annuncia: “Siamo l’unico movimento politico diverso che non utilizza una sola lira di contributi. Sarà per questo che il Giornale inventa scoop per infangarci? Se Feltri non rettificherà le balle del suo giornale voglio incontrarlo. Incontrarlo fisicamente, intendo. Sempre che non abbia paura…”.

Grillo, sei contento delle stime che vi danno al 3%?
Per nulla: è un dato taroccato.

Ma come, taroccato? Sareste a un passo dal quorum…
Ma noi siamo dieci passi oltre. Noi siamo già, in potenza, oltre il 10%. Quando si è votato, parlo di voti veri, abbiamo preso il 7,3%, solo in Emilia Romagna!

Però vi siete presentati in sole cinque regioni, perché?
Non siamo un movimento di cartapesta. Siamo presenti dove c’è Rete, dove c’è banda larga… E presto saremo ovunque. (more…)

Come ha fatto il re delle tette inglese a mettere le mani su Channel Five

luglio 28, 2010

A Londra c’è un tycoon più squalo di Murdoch

William Ward per “Il Foglio

E’ possibile in un paese come il Regno Unito, che vanta una lunga tradizione di eccellenza e sobrietà nei suoi media, disprezzare e temere un magnate tv più di quanto si detesta Rupert Murdoch? Da quando esiste Richard Desmond, un mini Murdoch dai gusti infinitamente più volgari, si può. E da qualche giorno ancora di più, dal momento che Desmond ha acquistato anche Channel Five, il quinto canale televisivo del Regno. Prima del Big Bang del satellitare negli anni Novanta e del digitale nell’ultimo decennio, la tv britannica era molto parsimoniosa: soltanto due canali della Bbc e tre commerciali, tra cui Channel Five.

Per quella sensazione di importanza del proprio etere, le autorità britanniche audiotelevisive hanno impiegato anni prima di permettere il lancio e garantire i parametri del “remit” di Channel Five (le responsabilità e potenzialità etiche e commerciali, un concetto molto importante nel public broadcasting anglosassone), pretendendo persino di decidere nei minimi particolari quali investitori potessero comprarsi una fetta di questo prodotto, già  anacronistico all’inizio degli anni Novanta: così l’Authority Ofcom ha potuto resistere alle avance di Mediaset, il cui patron (allora non ancora in politica) meditava una discesa nel campo mediatico britannico ingolosito dal suo “numero magico”, il cinque, appunto.Sempre sognando un’improbabile “tv commerciale di classe”, l’Ofcom aveva organizzato una cordata che includeva persino Pearson, il prestigioso gruppo editoriale del Financial Times e dell’Economist. Ma non fu un successo, e fra programmazione scarsa, ripetitiva e soprattutto d’importazione, le poche buone star se ne andavano, così come gli investitori del rango di Pearson. (more…)

Quando Montale rideva del Vate

luglio 28, 2010

Pietro Gibellini per “Avvenire

«Alcione» e no: questo era il titolo dello scritto di Sergio Solmi nel numero speciale che “Letteratura” dedicava a D’Annunzio nel 1939, per il primo anniversario della morte del poeta. Solmi stilava un bilancio personale e insieme generazionale, dipingendo un quadro chiaroscurato, in cui s’intrecciavano continuità e fratture, adesione e repulsione. E lo riproponeva, poi, nell’edizione dei suoi studi, riuniti nel 1963, Scrittori negli anni; nel titolo del saggio e in quello del libro è implicitamente formulato un metodo critico e storiografico ed un discreto e fermo invito a vagliare la durata della poesia nel tempo.

Che forma prenderebbe, oggi, un discorso su Alcione e noi? Certo, l’approccio novecentesco al linguaggio dannunziano nel suo complesso fu cauto o decisamente improntato al diffidente distacco o al gioco ironico che si riservano a un modello lessicale troppo sussiegoso e autoritario, con le sue dorature classicheggianti e déco.

Non stupisce perciò che, nel virtuosistico rifacimento italiano degli Exercices de style di Raymond Queneau, Umberto Eco sia ricorso alla pàtina dannunziana (lo dichiarava espressamente) per rendere il registro “précieux” dell’estroso transalpino: C’était aux alentours d’un juillet de midi. Le soleil dans toute sa fleur régnait sur l’horizon aux multiples tétines […] Un autobus à la livrée verte et blanche, blasonné d’un énigmatique S, vint recueillir du côté du parc Monceau un petit lot favorisé de candidats voyageurs aux moites confins de la dissolution sudoripare, suonava il modello; ed Eco: «Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezzava con accecante virilità le opime mammelle dell’orizzonte ambrato. […] Carro falcato, cocchio regale, gravido di enigmatica e sibilante impresa, l’automotore ruggì a raccoglier messe umana molle di molli afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu chiami Monceau, o Ermione».
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La città che uccide le donne

luglio 28, 2010

Una realtà sconvolgente che rischia di rimanere nell’ombra. Anni e anni di femminicido. Le autorità non combattono per la tutela dei diritti delle donne e le madri continuano a piangere e a lottare per la verità

Ilaria Biancacci per “Limes

La storia che vi voglio raccontare viene da un paese lontano, famoso per il “Margarita”, per i templi Aztechi, per la sua lingua così musicale e per la triste eredità lasciata dal maresciallo Diaz. Non sono mai stata in Messico ma dentro di me l’ho sempre immaginata come una terra felice, ricca di miniere d’oro e argento, con i suoi “campesinos” che indossano il loro inconfondibile sombrero; una terra piena di musica e di colori, ma anche di silenzio e strade lunghe e polverose. Un paese contorto, austero ma allo stesso tempo allegro e magico. L’immagine romantica che avevo dentro di me è stata cancellata da una fotografia che mostra una grande croce con 500 chiodi conficcati. Ognuno di quei chiodi rappresenta una ragazza scomparsa e poi ritrovata nel deserto, violentata, mutilata e uccisa.

Adesso vedo un paese che arranca per raggiungere un futuro fatto di fabbriche americane e di pub a luci rosse dove le donne lavorano per cercare di dare un senso alla loro vita, per poter sfamare i loro bambini, per poter un giorno varcare la frontiera e arrivare negli Stati Uniti, così vicini eppure così lontani. Un paese dove vige la legge del contrario e dove il grado d’impunità è pari al 100%. Un paese dove i poliziotti proteggono i criminali e dove gli innocenti vengono torturati per confessare crimini mai commessi. Un paese che spera di crescere e lo fa con il sudore, la forza, le lacrime e le urla delle donne. (more…)

Matteotti, la politica al servizio dei più deboli

luglio 28, 2010

Sergio Luzzatto per “Il Sole 24 Ore

Dimentichiamoci la sua morte: massacrato di botte da quattro o cinque energumeni in un pomeriggio romano del giugno 1924, colpito da una pugnalata al cuore, trasportato cadavere in una boscaglia lungo la via Flaminia, occultato alla benemeglio sotto pochi centimetri di terra, fatto ritrovare un paio di mesi più tardi. Così pure, dimentichiamoci la sua esistenza d’oltretomba: il culto quasi religioso che un’Italia soggiogata e impaurita, ma non domata, scelse di votargli per vent’anni dopo il delitto, nell’interminabile attesa di una rivincita.

Dimentichiamo tutto questo, e pensiamo alla vita di Giacomo Matteotti. Guardiamo all’uomo, non al martire. E domandiamoci se non ci sarebbe gran bisogno – qui e adesso – di un politico come lui. Della sua idea di militanza come servizio dell’interesse pubblico anziché del vantaggio privato. Della sua pratica di un riformismo concreto, attuoso, costruito sui fatti anziché sulle parole. Del suo carisma personale, tanto evidente quanto poco sbandierato. E anche (come no?) della sua scommessa sul futuro della socialdemocrazia: della sua battaglia per un mondo più giusto perché meno diseguale.

Nell’Italia di oggi, il nome di Giacomo Matteotti vive soltanto nella toponomastica: viale Matteotti, corso Matteotti, largo Matteotti, piazza Matteotti, non c’è quasi città italiana dove non si sia voluto rendere omaggio – subito dopo la Liberazione – alla figura del martire antifascista. (more…)

Infanzia armena nel buio del genocidio

luglio 28, 2010

Fulvio Panzeri per “Avvenire

È folgorante il modo in cui Veron, una ragazzina sopravvissuta al genocidio armeno, racconta l’infrangersi della propria unità. Sono le prime righe del racconto della sua vita e del dolore che hanno dovuto vedere i suoi occhi: «Fin da quando riconoscevo il cielo e le nuvole, abitammo nella nostra casa intonacata di bianco nel quartiere armeno di Azizya, in Turchia, ma quando la grande volta celeste s’infranse e crollò sulle nostre vite, e noi fummo abbandonati dal sole e dispersi nel deserto arabico come semi nel vento, nessuno tornò indietro, tranne me».

C’è un sentire biblico, in queste parole che già riassume il senso della tragedia, la perdita di tutto, la negazione della propria origine. È Antonia Arslan, che al genocidio armeno ha dedicato i suoi primi due romanzi, a curare la traduzione italiana di Lontano da casa (Guerini, pagine 190, euro 16,00) di David Kherdian, poeta e scrittore americano, il figlio che, «con una limpidezza di racconto asciutta e partecipe, piena di trattenuta emozione e di una pietà verso i vinti che riesce a estendersi anche ai vincitori», come scrive la Arslan, fa rivivere la storia della propria madre. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

luglio 28, 2010

Ieri ho telefonato alla casa editrice La Tartaruga. Ha curato libri molto belli. La signora che mi ha risposto mi ha detto che non si poteva parlare con nessuno, solo scrivere, chissà perché. Allora scrivo. La Tartaruga ha ripubblicato quest’anno una selezione dei Diari di Sof’ja Andreevna Tolstaja, 1862-1910 – li aveva stampati nel 1978 – con una prefazione di Doris Lessing. Vi si legge che “il grande Tolstoj era una sorta di mostro”, che è abbastanza vero, e comunque Tolstoj sarebbe stato del tutto d’accordo. Vi si legge anche (p.7) che “La Sonata a Kreutzer… racconta l’omicidio di un ipotetico amante da parte del marito”. Sintassi a parte (che suggerisce che l’ipotetico amante sia stato ucciso da suo marito) la notizia è piuttosto forte. Il marito, il signor Pozdnysev, non ha ammazzato la moglie. Questa derubricazione di un celebre uxoricidio a omicidio semplice (forse per corroborare l’impressione di Lessing che la Sonata a Kreutzer sia “una classica descrizione dell’omosessualità maschile”) è passata liscia anche sul Corriere della Sera, che lo scorso primo febbraio anticipò la prefazione. Visto che c’ero, ho letto anche l’introduzione di una curatrice. Vi si legge (p.12) che Tolstoj “propagandava la sua etica, rifiutava di sporcarsi le mani con i soldi e ‘nello stesso tempo ha fatto debiti dappertutto e a Tanja chiede in prestito diecimila rubli. Sempre falsità, falsità e io non le sopporto’”. L’idea di Tolstoj che chiede in prestito diecimila rubli a sua figlia Tania è piuttosto bizzarra. In realtà, p.221, Sof’ja Tolstaja sta parlando di Certkov: “Oggi ho letto una lettera di Certkov a L.N. Tutta la lettera non è naturale: sempre le stesse considerazioni sulla lotta contro la carne, sui soldi e sul peccato di averli. Nello stesso tempo ha fatto debiti dappertutto e a Tanja chiede in prestito 10.000 rubli. Sempre falsità” eccetera. Ecco, avevo telefonato per questo, augurando molte ristampe.

Il Foglio

Le stragi nascoste dei superkiller Usa

luglio 28, 2010

La “Black Unit” deve eliminare i capi ma uccide troppi civili

FRANCESCO SEMPRINI per “La Stampa
NEW YORK
Stazionano a Camp Marmal, la base di Mazar-e-Sharif, si muovono soprattutto di notte e hanno il compito di catturare o uccidere in gran segreto militanti taleban ed esponenti di Al Qaeda di elevato profilo i cui nomi sono contenuti in una «lista nera» riservata. È la Task Force 373, il commando militare «top secret» che combatte parallelamente alle truppe dell’Alleanza in Afghanistan e la cui esistenza è stata svelata da Wikileaks alcuni giorni fa.

Dai documenti pubblicati sul sito emerge che per le sue operazioni la TF 373 utilizza principalmente tre basi militari: quelle di Kabul, Kandahar e Khost. È composta da uomini scelti di Esercito, Marina e Marines, e nonostante lavori assieme alle forze speciali della coalizione di stanza in Afghanistan, recluta la maggior parte dei suoi uomini dallo Special Force Group di Forth Bragg, in Carolina del Nord. Sono elementi addestratissimi che operano in squadre con dotazione di armamenti e attrezzature sofisticate, e si muovono a bordo di elicotteri Chinook e Cobra della flotta del 160 Reggimento di aviazione per le operazioni speciali, di base a Hunter Army Airfield, in Georgia. (more…)

I guai dello Yemen

luglio 27, 2010

Dalla fine della dominazione coloniale inglese nel sud del paese, lo Yemen ha vissuto un quarantennio di conflitti che hanno raramente attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle diplomazie internazionali. Negli ultimi giorni il governo di Sana’a ha dovuto affrontare la riapertura delle ostilità su entrambi i fronti interni su cui è impegnato: al sud contro la frangia di Al Qaeda, ed al nord contro la tribù dei ribelli sciiti Houthi

Roberto Roccu per “ilpost

«E meno male che il qat li tiene buoni, altrimenti chissà che combinerebbero queste teste calde» è da tempo una delle battute più comuni tra i vicini mediorientali, in riferimento al costume yemenita di masticare le foglie della pianta. E non è difficile prevedere che la battuta riprenderà quota nelle prossime settimane. Gli ultimi giorni hanno infatti visto la riapertura delle ostilità su entrambi i fronti su cui è impegnato il governo di Sana’a: al sud contro la frangia di Al Qaeda nella penisola arabica (AQAP, Al Qaeda in the Arabian Peninsula), ed al nord contro la tribù dei ribelli sciiti Houthi.

Lo Yemen è il paese più povero del Medio Oriente, nonostante una ragguardevole quantità di petrolio estratto, un territorio ben più fertile di quello dei vicini, ed una posizione geografica invidiabile: storico punto di passaggio tra corno d’Africa, penisola arabica e subcontinente indiano, che si è meritato l’appellativo latino di Arabia Felix. Dalla fine della dominazione coloniale inglese nel sud del paese, lo Yemen ha vissuto un quarantennio di conflittualità – latente o manifesta – che nonostante sia stato trattato ampiamente da numerosi arabisti ha solo sporadicamente attirato le attenzioni dell’opinione pubblica e delle diplomazie internazionali. (more…)

“IL FOGLIO” INFOGLIA GRANATA

luglio 27, 2010

 MA QUALE “STORIA ANTICA, NOBILE E TRASPARENTE DELLA DESTRA ITALIANA”
Camillo Langone per il “Foglio“, da “Dagospia” 

Fabio Granata, ho letto la dichiarazione in cui accusi di favoreggiamento i tuoi colleghi di maggioranza. Bah, te la vedrai con loro. Nel medesimo discorso, per enfatizzare il contrasto fra il sudiciume berlusconiano e il finiano verginal candore, hai pronunciato una frase sulla quale devi vedertela con me: hai detto che nel Pdl voi di An avete fatto confluire “la storia antica, nobile e trasparente della destra italiana”. Avessi sbagliato un aggettivo, non ci avrei fatto caso.

Ne avessi sbagliati due, avrei taciuto. Ma ne hai sbagliati tre e come se non bastasse sei riuscito a sbagliare pure un sostantivo. Ma come parli, Fabio? Sarà che i gigli (e tu assomigli al purissimo lilium che l’Arcangelo Gabriele porge alla Madonna) non hanno molta dimestichezza col vocabolario. Comincerei dal Sostantivo Destra. Voi non siete mai stati di destra, voi eravate neofascisti. Voi siete stati concepiti nel 1943 durante la stesura del Manifesto di Verona e siete perciò repubblicani e non monarchici, rivoluzionari e non conservatori. (more…)

Chiesa fragile? Lo scoop è di Dante

luglio 27, 2010

Davide Rondoni per “Il Sole 24 Ore

I giornalisti di Panorama hanno fatto uno scoop. Peccato che arrivino circa settecento, mille anni in ritardo. Forse duemila. Hanno deciso di raccontare in diretta, con uso di adescamenti e con tanto di video, le notti romane omosessuali di alcuni sacerdoti. Ne sono così orgogliosi da farne una copertina con tanto di rosario tenuto da dita maschili laccate.

Nell’inchiesta – così viene presentata si seguono le tracce e si documentano le performance di alcuni sacerdoti di mezza età che frequentano locali gay, seducono l’aiutante del giornalista che fa da esca e si mostra uno squallido campionario di doppia vita, tra celebrazione di messe e festini di dubbio gusto.Ne è nata l’inchiesta che si vorrebbe la più bollente dell’estate, ficcata nel mezzo del grande scandalo della pedofilia che ha scosso la Chiesa. Peccato che già 700 anni fa, nel XV canto dell’Inferno, il Dante poeta e cronista indica che «lerci» di peccato di sodomia sono puniti in quel girone una gran quantità di «cherci», di chierici. La Commedia, com’è noto, è anche luogo di scoop sulla vita di parecchie persone, come in quel canto accade per il maestro di Dante, quel Brunetto Latini che solo qui viene ritratto come omosessuale. Insomma, Dante,la cui opera ha stampato un’infinità di copie e continua a far notizia da 700 anni, ha abbondantemente preceduto la solerzia dei cronisti mondadoriani. (more…)

Lynette Yiadom Boakye, Politics, 2005

luglio 27, 2010

Che cosa ci fa il capo del Mossad israeliano in Arabia Saudita?

luglio 27, 2010

da “Il Foglio”

Meir Degan, capo del Mossad israeliano, si sarebbe recato in Arabia Saudita per discutere strategie militari comuni nei confronti del programma atomico iraniano, secondo il WorldNetDaily. La notizia fa il paio con quella diffusa settimane fa dal Times di Londra secondo cui l’Arabia Saudita ha deciso di “spegnere” il suo sistema di difesa aerea per permettere il sorvolo di una flotta aerea israeliana che bombardi i siti nucleari iraniani di Bushehr (notizia smentita dall’ambasciatore saudita a Londra).Le due notizie sono quantomeno plausibili, alla luce delle dichiarazioni recenti dell’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti (alleati dell’Arabia Saudita), Yousef al Otaiba, che ha descritto come i paesi del Golfo vivono la minaccia nucleare iraniana: “Gli aspetti positivi di una soluzione militare al problema nucleare iraniano hanno superato i probabili effetti negativi. Gli Emirati non possono vivere con un Iran nucleare. L’America magari sì. Noi no. I paesi della regione avvertono la minaccia iraniana in modo differente. A 7.000 miglia di distanza, e con due oceani di mezzo, la minaccia nucleare iraniana non sembra così credibile agli Usa. Non vi minaccia direttamente. Il nostro esercito, invece, si sveglia, sogna, respira, mangia e dorme con la minaccia iraniana. E’ l’unica preoccupazione per cui il nostro apparato militare si prepara e si addestra. Non ce ne sono altre. Non ci sono altri paesi che ci minacciano. C’è solo l’Iran”. (more…)