Perché il Messico è diventato il paese più pericoloso del mondo

Nell’articolo: i narcos hanno vendicato l’arresto di un loro capo con una tempestiva azione classificabile come terrorismo: hanno rapito un civile, lo hanno vestito da poliziotto e poi lo hanno crivellato di colpi, lasciandolo agonizzante nel mezzo della strada. All’arrivo delle ambulanze e della polizia, la manovalanza dei cartelli ha attivato con un telefono cellulare un’autobomba parcheggiata nei pressi e caricata di dieci chili di esplosivo, uccidendo quattro persone

Guido De Franceschi per “Il Sole 24 Ore

Per misurare il tasso di violenza diffusa che da qualche anno strapazza il Messico basta leggere tre righe di un reportage apparso il 6 luglio scorso sulle pagine di El Espectador, il più antico quotidiano colombiano. Questo giornale, che pure si stampa nel ruvidissimo paese sudamericano e quindi non è sospetto di ingenui stupori dinanzi a episodi violenti, riporta le considerazioni di alcuni reporter di al-Jazeera che, reduci da un lavoro giornalistico nello Stato messicano di Tamaulipas, hanno assicurato di non aver mai visto un luogo tanto pericoloso. E dire che le troupe della tv araba non sono solite soggiornare in sonnacchiosi villaggi elvetici, quanto piuttosto nelle aree più turbolente del mondo.

Date queste premesse, per i media messicani, ormai assuefatti a quotidiani bollettini di guerra, la strage avvenuta all’alba di domenica scorsa nella città di Torreón, diciotto morti e una ventina di feriti gravi, assume una certa importanza solo per il numero particolarmente elevato di morti e per la giovane età (tra i venti e i trent’anni) della gran parte delle vittime. La dinamica del massacro, in Messico, è un drammatico déjà-vu. Una festa privata di compleanno con musica e balli è interrotta, intorno all’una e mezza, dall’arrivo di otto Suv. Dalle auto scendono uomini armati che aprono il fuoco con fucili Ak-47 e Ar-15. Dopo le raffiche, che lasciano a terra centinaia di bossoli e decine di persone, gli assaltatori se ne vanno con calma.

Al di là dei circoscritti moventi di ciascun bagno di sangue, si tratta di una catena di episodi inscritti nel contesto di estrema violenza che avviluppa il Messico da alcuni anni, e precisamente da quando nel 2006 il presidente Felipe Calderón ha ingaggiato (con il placet e qualche aiuto da Washington) una guerra frontale contro i narcotrafficanti. Non bastasse, i singoli cartelli hanno arricchito il quadro combattendosi anche fra loro, con largo uso di armi da guerra e di azioni intimidatorie nei confronti dei cittadini di tutta la parte settentrionale del paese. Città come Ciudad Juárez e Nuevo Laredo, vicine alla frontiera con gli Stati Uniti, sono diventati luoghi in cui le espressioni “giustizia” e “controllo da parte dello Stato” non hanno alcun senso compiuto. Ma anche altre città dell’interno, come Morelia, sono diventate pericolosissime.

In meno di quattro anni ci sono stati circa 25 mila morti, 7 mila dei quali soltanto nei primi sei mesi del 2010. In gran parte si tratta di “soldati” dei cartelli uccisi in regolamenti di conti e guerre per bande e di militari e poliziotti morti negli scontri con le milizie dei narcos. Ma nel conto ci sono anche moltissime vittime casuali di sparatorie, alcuni giornalisti e anche qualche politico locale di spicco. Qualche volta i cartelli hanno ulteriormente alzato il tiro, uccidendo ad esempio, in diversi attacchi avvenuti nel marzo scorso, tre dipendenti del consolato americano di Ciudad Juárez. E soltanto qualche giorno fa, un’altra volta nella martoriatissima Ciudad Juárez (già tristemente nota per il sequestro e l’uccisione di centinaia di donne), i narcos hanno vendicato l’arresto di un loro capo con una tempestiva azione classificabile come terrorismo: hanno rapito un civile, lo hanno vestito da poliziotto e poi lo hanno crivellato di colpi, lasciandolo agonizzante nel mezzo della strada. All’arrivo delle ambulanze e della polizia, la manovalanza dei cartelli ha attivato con un telefono cellulare un’autobomba parcheggiata nei pressi e caricata di dieci chili di esplosivo, uccidendo quattro persone.

La società messicana, pur parzialmente assuefatta a massacri e pallottole vaganti, fatica nel tentativo di arginare l’inarrestabile diffondersi della violenza. Domenica scorsa decine di migliaia di uomini e donne, dopo un lungo pellegrinaggio nelle regioni centrali del paese, si sono radunati nella Basilica della Vergine di Guadalupe, patrona del Messico, per pregare per una rapida pacificazione e ascoltare la predica del vicario generale della Basilica. Monsignor Diego Monroy ha invitato a promuovere la pace e ha ricordato «quanta violenza, insicurezza, estorsioni, sequestri, rapine, ingiustizie, corruzione, quante porcherie in ogni angolo del paese, quanto sangue versato da tutte le parti» stiano affogando il Messico. Ma le preghiere dei fedeli della Vergine di Guadalupe non sono in procinto di essere esaudite.

Il presidente Calderón non sembra capace di trovare una strategia alternativa allo scontro militare con i cartelli del narcotraffico. Una scelta che, se pure ha portato ad alcuni risultati, ha enormemente moltiplicato il numero dei morti, dal momento che nei narcos Calderón ha trovato degli interlocutori entusiasti di “giocare alla guerra” e non soltanto contro lo Stato, ma anche tra di loro e contro i comuni cittadini. In ogni caso, nelle recenti elezioni amministrative, punteggiate di omicidi politici e sparatorie nei seggi che hanno causato un’affluenza bassissima, i candidati del Partito di Azione Nazionale, cui appartiene il presidente, hanno vittoriosamente rintuzzato in quasi tutti gli Stati la prevista rimonta degli avversari del Partito Rivoluzionario Istituzionale che, fino al 2000, ha governato il paese per sette decenni.

Un punto delicato nell’azione politica di Calderón rimane il rapporto con gli Stati Uniti, il vicino che osserva con enorme attenzione e altrettanto enorme allarme la situazione oltre la sua frontiera meridionale. Al di là delle difficoltà legate al massiccio flusso di immigrati clandestini provenienti dal Messico (composto non soltanto di cittadini messicani, ma anche di persone provenienti da altri paesi dell’America centrale e meridionale) gli Stati Uniti sono coinvolti nelle turbolenze del paese confinante soprattutto in quanto principale recettore dei “prodotti” commercializzati dai cartelli dei narcos. E se l’Amministrazione finora ha sostenuto la politica militare di Calderón, negli ultimi mesi Barack Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton, pur senza interrompere la cooperazione con l’esercito messicano, hanno timidamente mostrato l’intenzione di promuovere azioni differenti, volontà manifestata anche in occasione della visita ufficiale di Calderón a Washington nel maggio scorso.

L’Amministrazione è incline a puntare su prevenzione e lotta alla tossicodipendenza negli Stati Uniti. Ma Obama cerca soprattutto di imprimere una spintarella al Messico perché sull’opzione militare nel contrasto al narcotraffico prevalga un’azione di lungo respiro per la ricostruzione di un tessuto sociale che in alcuni Stati è pressoché distrutto, per la riconquista istituzionale dei territori in cui i cartelli scorrazzano come padroni assoluti, per l’applicazione di misure che colpiscano i boss della droga più efficacemente e dolorosamente di quanto facciano le pallottole e per la ristrutturazione di un sistema giudiziario che non riesce a perseguire se non una parte minima dei delitti.

Per ora si tratta di intenzioni espresse con prudenza e a mezza bocca. A Calderón infatti toccherebbe riconoscere, in qualche modo, il fallimento della sua strategia muscolare di contrasto al narcotraffico e l’Amministrazione americana è perlopiù preoccupata che i propri rapporti con il Messico garantiscano maggiore impermeabilità migratoria delle proprie frontiere, con un occhio attento agli elettori degli Stati meridionali. Intanto i Suv dei cartelli continuano a seminare morti e a creare blocchi stradali che consentono di dominare indisturbati per molte ore intere zone di città messicane, allo scopo di fornire esibizionistiche dimostrazioni della propria capacità di dominio territoriale.

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