Charles Saatchi: Nell’arte oggi il denaro è il messaggio

Il super collezionista: «Il mio museo nel cuore di Londra? La migliore campagna pubblicitaria per la creatività»

Nell’articolo: Nella realtà la maggior parte dei galleristi trovano nuovi artisti da mostrare attraverso le raccomandazioni degli artisti che già rappresentano. Gli artisti spesso insistono perché i propri galleristi guardino con un occhio di favore il lavoro dei loro amici. In più i galleristi credono che gli artisti siano buoni giudici per il lavoro di altri artisti. Alla fine se non sei nei giri giusti, non sei andato a una scuola d’arte alla moda o non sei inserito davvero può essere infernale riuscire a stimolare l’interesse di galleristi e collezionisti

FRANCESCO BONAMI, da “La Stampa

LONDRA
Qualche settimana fa il super collezionista Charles Saatchi ha annunciato che donerà al Regno Unito 200 opere (valore 25 milioni di sterline) della sua collezione per creare il Museo di Arte Contemporanea di Londra. Un nuovo museo in competizione con la Tate Modern che oggi attira quasi cinque milioni di visitatori l’anno. Il gesto è di quelli che provocano una grossa invidia. Ce ne fossero in Italia di collezionisti cosi generosi da fare allo Stato una donazione di queste dimensioni. Ma si potrebbe anche dire ci fosse da noi uno Stato in grado di poter gestire un regalo di questo genere. Eppure non tutti in Gran Bretagna sembrano essere contenti della generosità di Saatchi. Il critico del The Guardian Adrian Searle ha sollevato il dubbio, non sulla passione dell’ex pubblicitario iracheno, ma sulla qualità della collezione. Un bel regalo sulla carta. Ma in realtà in cosa consiste veramente questo regalo visto che molte delle sue opere migliori Saatchi le ha vendute nel tempo con profitti stratosferici? Il famoso squalo di Damien Hirst fu acquistato per 90 mila dollari e rivenduto qualche anno fa per 13 milioni di dollari.

Abbiamo provato a chiedergli cosa ne pensa di queste critiche. Saatchi non vive recluso ma sicuramente è uno al quale piace molto farsi gli affari propri. Ottenere un’intervista non è semplice. Ma quando acconsente diventa poi anche troppo semplice. Infatti oltre alle opere d’arte Saatchi colleziona domande e risposte a sè stesso. Se uno vuole intervistarlo deve accettare la sua unica condizione: pescare in questa sua collezione e poi cucire l’intervista. Nessuna altra domanda è consentita. Cosi è stato. Quello che segue è quindi una mia selezione di domande e risposte messe a mia disposizione come se mi fosse stato chiesto di curare la sua collezione di opere d’arte. Se volete saperne di più su Mr. Saatchi potete andare a leggervi My Name is Charles Saatchi and I am an artholic (Il mio nome è Charles Saatchi e sono un artolizzato), un piccolo libro pubblicato da Phaidon.

Signor Saatchi, lei è stato descritto sia come un «supercollezionista» sia come «il mercante più di successo dei nostri tempi». Guardando agli ultimi 30 anni, come definirebbe le sue attività?
«Chi se ne frega di come mi descrivo? I collezionisti sono abbastanza insignificanti nell’ordine delle cose. Quello che importa e sopravvive è l’arte. Compro l’arte che mi piace. La compro per esporla nelle mostre. Poi se mi va la vendo per comprare altra arte. Siccome lo faccio da 30 anni, immagino che la gente abbia capito come funziono. Questo non significa che abbia cambiato opinione sull’arte che vendo. Significa che non voglio rimanere attaccato ad ogni cosa per sempre».

Lei è stato molto bravo a scoprire il nuovo talento artistico. Ma non ci sono sempre grandi artisti che rimangono sconosciuti?
«Di solito e in genere il talento scarseggia. La mediocrità può essere scambiata per genialità molto più spesso di quanto un genio possa rimanere sconosciuto».

I quadri sono un investimento migliore che gli squali in formaledeide? Il pescecane di Hirst sembra piuttosto ridotto male rispetto a quando fu fatto, mentre un quadro di Peter Doig fra dieci anni sarà sempre fantastico e molto più facile da restaurare.
«Non ci sono regole su come investire. Gli squali possono essere buoni come investimento. Anche la cacca di artista può essere un buon investimento cosi come l’olio su tela. C’è un esercito di restauratori pronti a prendersi cura di tutto ciò che un artista decide debba essere arte».

A che serve l’arte?

«A impedire che i nostri occhi si liquefacciano guardando tutta la spazzatura che tutti contenti vediamo in tv e al cinema per la maggior parte del tempo».

Le piace visitare gli studi degli artisti?

«Se mi piace il loro lavoro la cosa è piacevole. Se non mi piace è molto sgradevole. Sicuramente è un’esperienza peggiore per l’artista, in particolare se sono lì indeciso su cosa fare trovando molto difficile far finta di avere un orgasmo».

Quanti lavori le vengono offerti dai galleristi ogni giorno?
«In una buona giornata circa 80. In una giornata ancora migliore circa 8».

Qualsiasi artista al mondo può mettere il proprio lavoro sul sito della Saatchi Gallery. Quale è l’idea che sta dietro a questa iniziativa?
«Quando non si esercita nessun controllo chi visita il sito preferirebbe sicuramente vedere una selezione di artisti filtrata da te o dal tuo team in modo da lasciare fuori i lavori che non hanno nessuna vera qualità. Ma la maggior parte degli artisti in giro per il mondo non hanno gallerie che li rappresentino. La cosa rende estremamente difficile far vedere gli sforzi che fai, con la maggior parte dei galleristi troppo occupati o sfaticati per andare in giro a visitare studi d’artista (e chi può fargliene una colpa?). Saranno probabilmente diventati un po’ disincantati dopo aver visto chilometri quadrati di diapositive di lavori tragici che artisti disperati gli hanno imposto di guardare. Nella realtà la maggior parte dei galleristi trovano nuovi artisti da mostrare attraverso le raccomandazioni degli artisti che già rappresentano. Gli artisti spesso insistono perché i propri galleristi guardino con un occhio di favore il lavoro dei loro amici. In più i galleristi credono che gli artisti siano buoni giudici per il lavoro di altri artisti. Alla fine se non sei nei giri giusti, non sei andato a una scuola d’arte alla moda o non sei inserito davvero può essere infernale riuscire a stimolare l’interesse di galleristi e collezionisti. Noi consentiamo agli artisti un accesso senza filtro: possono creare le loro pagine in rete e presentare il lavoro liberamente. Così proviamo a rompere questo blocco del sistema».

Quanti sono gli artisti coinvolti?

«Personalmente sono estasiato nel vedere che il sito è usato come vetrina da più di 120 mila artisti. Mi sentivo sempre un po’ depresso quando andavo a vedere un artista in questi edifici con tanti studi sapendo che su 50 artisti 49 di loro molto raramente avevano qualcuno che li andava a visitare e che poteva aiutare le loro carriere. Il sito sta aiutando tantissimi artisti a far uscire il lavoro dagli studi per finire sulle pareti di qualche collezionista. È una cosa molto eccitante che purtroppo non è accaduta prima».

Legge le recensioni e se la prende se sono negative?

«Ho un rapporto molto particolare con le recensioni. Se sono favorevoli temo che la mostra sia troppo semplice. Se sono sfavorevoli mi spiace per il critico che chiaramente non è un illuminato sull’arte contemporanea, è insicuro per la sua mancanza di percezione visiva, un’anima scorbutica per il quale sarebbe un gentilezza accorciare una vita cupa e acida. Come può vedere ho una posizione perfettamente equilibrata».

Il mondo dell’arte contemporanea è percepito come molto elitario ed esclusivo. Quale campagna pubblicitaria potrebbe creare in modo da correggere questa percezione in modo da renderlo più accessibile alla gente?

«La migliore campagna pubblicitaria potrebbe essere un grande museo riempito con le opere più recenti di arte contemporanea, alcune delle quali controverse, ma tutte interessanti, piazzato al centro di Londra a Kings Road, in un bel edificio, arioso e luminoso con delle grandi sale dove il pubblico può avere entrata libera».

Il teschio incastonato di diamanti, «For the Love of God», di Damien Hirst è il simbolo di quanto l’arte moderna sia vuota: più un simbolo del denaro che un messaggio?
«Mio caro il denaro è il messaggio».

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