Al cuore dell’esplosione

Kenzaburo Oe per “Il Sole 24 Ore

Hara Tamiki è stato il più bravo, tra gli scrittori giapponesi contemporanei, a descrivere l’esperienza dell’atomica. I giovani sono portati a pensare che uno scrittore possa trattare tanti temi diversi, nelle sue opere. Ma per il vero scrittore, così come la sua vita è una soltanto, i temi a cui dedicarsi sono limitati. La questione si pone unicamente in termini di profondità o di superficialità. Per acquistare profondità, uno scrittore coraggioso può arrivare a scegliersi un tema tutto suo, scartando qualsiasi altra possibilità, anche quelle che potrebbero arricchirlo.

Hara Tamiki era a Hiroshima il 6 agosto 1945, quando sulla città fu sganciata la bomba atomica. Da quel momento in poi, ha posto il disastro atomico alla base del suo discorso letterario. E non solo: lo ha posto alla base della sua stessa vita. A proposito dello stile che, tra tutti i testi che ha scritto nel corso della sua carriera, sembra mostrare il maggior grado di solidità, Hara Tamiki spiega: «Dopo essere sopravvissuto alla tragedia dell’atomica, per me e la mia scrittura fu come essere esclusi con violenza da qualcosa. Volevo descrivere quelle scene che avevo visto con i miei occhi, fosse anche l’ultima cosa che facevo. In mezzo alle grida e al caos della morte, ardeva dentro di me una supplica agli uomini nuovi. Se, debole come sono, ho potuto sopportare una fame e uno stato di necessità cosi estremi, è in parte anche per questo. Ma l’onda di isteria del dopoguerra mi ha travolto furiosamente, e sembrava sempre sul punto di ridurmi in mille pezzi. Ogni singolo istante di vita su questa terra, per me, è come attraversato da brividi vertiginosi. Da allora mi porto dentro il dolore acuto della tragedia che si svolge quotidianamente nel cuore delle persone, dell’ultimo sforzo a cui ciascun essere umano è sottoposto. Riuscirò a resistere a tutto questo, riuscirò a descriverlo?».

Hara Tamiki è senza dubbio riuscito a sopportarlo, è riuscito a descriverlo, e ha lasciato alla letteratura giapponese del dopoguerra un corpus di opere memorabili. Hara Tamiki aveva ben chiaro davanti agli occhi tutto ciò di cui doveva scrivere. E non è morto fino a quando non ha finito di scriverlo, almeno a grandi linee.

A fondamento della totalità delle cose di cui doveva scrivere, c’era l’esperienza dell’atomica, ed è quasi superfluo ripeterlo, ma il modo stesso di porla a fondamento fu del tutto originale. Il disastro atomico ha colpito dritto al nucleo della sua vita e della sua opera, sprigionando un’attrazione magnetica di fortissimo impatto. Nei testi che ha scritto in seguito, l’essenza del dinamismo nasce dal rapporto di forze tra il corpo e quella attrazione magnetica, mentre una prosa meravigliosa si dipana come acqua limpida che sgorga lentamente dalla dura roccia.

Questa fondamentale forza magnetica era viva in Hara Tamiki anche prima del 6 agosto 1945, e faceva affiorare il presagio del disastro atomico. Il ricordo della moglie, quella stessa moglie che era stata la persona più importante di tutta la sua esistenza, venuta a mancare l’anno prima dello scoppio della bomba, è raccontato evocandone con insistenza il presagio funesto.
Sua moglie, morta prima del disastro atomico, era ossessionata da un sogno in cui cadeva come una stella dal cielo. Dopo l’atomica, lo scrittore rimasto solo iniziò a trovare sostegno nei sogni e nel ricordo di sua moglie, e riuscì a mantenere il controllo rispetto allo sconvolgimento della natura a cui assisteva. È come se lui e sua moglie continuassero a essere uniti in nome di un’unica esperienza senza tempo… Tamiki ha rappresentato le cose più spaventose e atroci a questo mondo, ma lo ha fatto sovrapponendovi quelle migliori e degne di amore più di tutte le altre. Il tutto esponendo incessantemente se stesso alla forza magnetica derivata dallo sterminato disastro atomico…

Inutile dire che tale forza si manifestò anche quando si ritrovò a parlare del futuro, e non solo in relazione a eventi passati. Simili ai sogni che faceva una volta sua moglie, quelli dello scrittore rimasto ormai solo erano sogni spaventosi, che riflettevano tutta la violenza dello sconvolgimento naturale come se fosse condensata in un unico istante. Risvegliatosi dopo il sogno, insonne sul pavimento, vedeva un globo terrestre ghiacciato, e poi pieno di masse di fuoco. Quelle masse di fuoco dovevano rappresentare le fiamme dell’energia atomica. Gli esseri umani trattengono il respiro e vanno in direzione di un futuro di cui non sanno nulla, né se il mondo ci sarà ancora, né se troveranno la distruzione o la salvezza, scrisse Hara Tamiki come in un testamento, e raccontò le speranze deluse che accomunano tutti gli uomini. Poi si tolse la vita…

Il terrore e la disperazione che le armi nucleari hanno causato agli esseri umani non saranno ricompensati né cancellati, finché esse non saranno eliminate. Noi tutti stiamo in piedi su questa terra che Hara Tamiki si è lasciato alle spalle, completamente nudi e privi di alcuna possibilità di superare il terrore e la disperazione delle armi nucleari. E intanto sogniamo un futuro lontano, ignorando se ci porterà distruzione o salvezza.

Il libro e la mostra a Milano

Il brano del premio Nobel giapponese Kenzaburo Oe che qui pubblichiamo è tratto dalla prefazione al romanzo di Hara Tamiki, L’ultima estate di Hiroshima (in uscita da L’ancora del Mediterraneo, Napoli, pagg. 122, € 13,50).
L’immagine, invece, è una delle 15 grandi tele dell’artista contemporaneo Roberto Coda Zabetta, esposte, in occasione del 65° anniversario di Hiroshima e Nagasaki, a Milano (Palazzo Reale) nella mostra «Nuvole sacre». La mostra è in programma da mercoledì 28 fino al 29 agosto ad ingresso gratuito. Il catalogo è edito da 24Ore Cultura.

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