Infanzia armena nel buio del genocidio

Fulvio Panzeri per “Avvenire

È folgorante il modo in cui Veron, una ragazzina sopravvissuta al genocidio armeno, racconta l’infrangersi della propria unità. Sono le prime righe del racconto della sua vita e del dolore che hanno dovuto vedere i suoi occhi: «Fin da quando riconoscevo il cielo e le nuvole, abitammo nella nostra casa intonacata di bianco nel quartiere armeno di Azizya, in Turchia, ma quando la grande volta celeste s’infranse e crollò sulle nostre vite, e noi fummo abbandonati dal sole e dispersi nel deserto arabico come semi nel vento, nessuno tornò indietro, tranne me».

C’è un sentire biblico, in queste parole che già riassume il senso della tragedia, la perdita di tutto, la negazione della propria origine. È Antonia Arslan, che al genocidio armeno ha dedicato i suoi primi due romanzi, a curare la traduzione italiana di Lontano da casa (Guerini, pagine 190, euro 16,00) di David Kherdian, poeta e scrittore americano, il figlio che, «con una limpidezza di racconto asciutta e partecipe, piena di trattenuta emozione e di una pietà verso i vinti che riesce a estendersi anche ai vincitori», come scrive la Arslan, fa rivivere la storia della propria madre.

Veron, da bambina diventa adolescente e poi donna nel tempo buio del genocidio armeno, formando il suo carattere nella fatica di dover cercare una strada che non sembra avere sbocchi, quella stessa di cui parla il titolo originale, difficile da rendere in italiano, e che letteralmente viene definita come «la strada che allontana da casa». In questa storia emerge il ritratto della grande famiglia, e su tutti, quello della nonna che ha una particolare predilezione per Veron che è la figlia maggiore del suo primogenito e porta il nome di una sua bambina morta da piccola.

E lascia alla nipote, attraverso le sue parole, un patrimonio di quotidiane lezioni morali. Ad esempio le dice: «Tu vedi solo le cose piacevoli. Tutto questo ha un significato e un giorno lo scoprirai. Per il momento è uno dei segreti della vita, uno dei segreti di Dio». C’è poi la figura del padre Beyat, uomo di grande sensibilità, apparentemente considerato fragile nell’affrontare le difficili prove che aspettano lui e la sua gente, che invece sa comportarsi con grande rigore nel dare forza al piccolo gruppo che è rimasto della carovana di deportazione che si avvia da Azizya. Anche lui non tornerà, morirà di fatica, lasciando però alla figlia preziosi consigli.

Ciò che sostiene Veron, in questi anni cruciali, fino al matrimonio in Grecia nel 1924 che le permette di ottenere il passaporto tanto sognato per l’America, è secondo la Arslan, «una fede semplice e intensa, il sogno dell’Altrove che i sopravvissuti alle grandi catastrofi ben conoscono, memore delle ultime parole di sue papà», legate alla speranza «di trovare un modo per rifondare il nostro popolo in un’altra terra, e sono convinto che debba essere lontano da qui, lontano dalle nostre pene e sofferenze». C’è un altro importate libro che racconta una storia parallela a quella di Veron, che ha per protagonista uno dei nomi più importanti dell’arte americana nel Novecento, insieme a Pollock e De Kooning.

È la vita di Arshile Gorky, intitolata Una storia armena, ampia e documentatissima biografia, tradotta da Barbès (pagine 442, euro 16,00), scritta dall’inglese Matthew Spender, figlio d’arte (il padre è il poeta Stephen Spender), sposato con Maro, la figlia di Gorky, con la possibilità quindi di avere accesso alle memorie familiari e di rileggere, nella sua integralità, le testimonianze che il pittore ha lasciato, per capire anche il senso del silenzio sul “genocidio” che anche il piccolo Gorky ha attraversato. È un altro aspetto importante di chi, costretto ad un destino di esilio, si fa carico per ritrovare la soglia di una speranza.

Lo sostiene anche lo scrittore armeno Kostan Zarian quando scrive: «Non ricordare ci fa sentire forti. Ciò non vuol dire dimenticare, ma non ricordare. Non ho dubbi che gli armeni si debbano liberare dai loro cimiteri, dal sangue, che ancora si appiccica alla loro carne, dai loro stracci e dal degrado». È l’atteggiamento di chi, subito dopo la tragedia, sente di dover dimostrare la forza della propria dignità, per convincersi che «noi armeni non siamo una nazione di orfani e mendicanti, ma di costruttori e combattenti».

Spender sostiene che il silenzio di Gorky può riflettere questi sentimenti quando lascia l’Armenia, senza farvi più ritorno: «Era andato perduto così tanto che non era possibile venire a patti con la perdita. L’atto di non ricordare, che non voleva dire dimenticare ma rimandare il pensiero, era l’unico atteggiamento possibile. Ed è forse questa la ragione per cui Gorky reagiva in modo così aggressivo se per caso qualcuno metteva in dubbio le roboanti storie con le quali camuffava il passato».

Del resto questa “storia armena” secondo l’autore vuole chiarire uno dei “miti” cresciuti intorno alla figura dell’artista. Infatti scrive che «mentre è lecito definire Gorky un simbolo del genocidio, non si può e non si deve farlo diventare un portavoce di questa causa. La differenza è sottile ma categorica». Infatti interpretare i suoi quadri come «evidenza del genocidio, sarebbe un tradimento sia della sua opera che della sua identità privata».

Nella parte dedicata agli primi anni di vita di Gorky trascorsi in Armenia, Spender non si affida solo ai ricordi, ma ricostruisce anche la cultura armena di allora, soprattutto nel raccontare la storia della madre: «Nelle case armene era la madre che trasmetteva il lato mistico delle cose, mentre il padre insegnava le pratiche del lavoro dei campi. In entrambi i casi la trasmissione del sapere era fisica. La cultura si poteva toccare».

Drammatica e potente è anche la descrizione del clima sociale negli anni del genocidio, con le carovane degli esuli, le epidemie, le violenze, le vite disperate e i lutti. Gorky riesce a imbarcasi sulla nave che lo porterà in America e Spender ce lo ritrae come «un intenso giovane nella tarda adolescenza con troppe esperienze violente da dimenticare che guarda le onde per ore, cantando».

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2 Risposte to “Infanzia armena nel buio del genocidio”

  1. diego cimara Says:

    COSTIA.ZARIAN KOSTAN Կոստան Զարեան -08/02-1885 SHAMAKHI’ (Azerbaidjian) -11/12/1969 YEREVAN (Armenia) ). Kostan Zaryan (Zarean), citato anche come Costia Aghizarian, nasce a Shamakhy, il 2 febbraio 1885 da genitori armeni.Suo padre, Cristoforo Yeghiazarov, è un importante generale dell’esercito russo (“un uomo forte, profondamente Cristiano e armeno”)che trascorre gran parte della vita combattendo nelle montagne del Cau caso.Si chiama all’anagrafe: Khatchatur Melk’umian-Eghiazariants, nativo del Gharagagh, di nobile famiglia dei “bek” (Conte) generale dell’armata russa – zarista ,lotta per la liberazione dei popoli caucasici;la madre Sona Stephanian è la sorella della madre di Alexander Abelian (1858-1940),famoso drammaturgo armeno e suo fratello l’attore Hovhannes Abelian (1865-1936) e la sorella della madre di Alexander Shirvanzadè (Movsessian, 1858-1935), scrittore e dram maturgo armeno. Muore qua ndo Zarian ha 4 anni. Dopo aver frequentato il Ginnasio Russo di Baku, nel 1895, all’età di 10 anni, viene inviato ad Asnières, vicino Parigi.Poi va alla scuola dei preti armeni all’isola di san Lazzaro, Mkhitarists, a Venezia.Qui impara,oltre teologia,filosofia,letteratura,storia,esegesi ,lingue come il francese, il tedesco,lo spagnolo,l’nglese,l’arabo,l’italiano dove vivrà,come in Francia, Belgio, Libano,Russia,Svizzera,Isaraele,Bulgaria, Spagna, Austria, Stati Uniti, e negli ultimi anni (1962-1969 in Armenia): le opere più famose, “Corona di giorni” banasteght sutunner, 1922, Costantinopoli, “Three Songs” (viperg), Vienna, 1931, “Antsorde suo modo,” Boston, 1925-1927, (hamaynavep) “figlia Tatragomi”, Boston, 1930 (chapatso), “Bankope ma mati e ossa “, Boston, 1933,” i paesi e gli Dei “, Boston, 1935-38,” La nave sulla montagna “, Boston, 1943, ecc (la prima edizione del Zaryan SA). Continua i suoi studi a Belgio, e, dopo aver ottenuto un dottorato in let teratura e filosofia politica presso l’Università di Bruxelles, trascorre più di un anno a scrivere e pubblicare versi in entrambe le lingue, francese e russo, ten endo conferenze sulla letteratura russa e sul teatro, vivendo più o meno come un bohemien tra gli scrittori e gli artisti.Parlando di questo capitolo della sua vita, Zarian scrive: “Ci siamo procurati per avere cibo a buon mercato con Lenin in un piccolo risto rante nel Ginevra, e oggi, un ubriacone sifilitico con i piedi su una sedia e mano sulla pistola mi osa dire – “Tu intellettuale contro-rivoluzionario fanatico nazionalista armeno non sei in grado di comprendere Lenin.”” Oltre a Lenin, Zarian lavora anche con altri poeti, artisti e pensatori come Apollinaire,Cecov,Toynbee,Durrel, Sartre, Hemingway, Scott Fitgerald,Aron,Jonas, Husserl,Arendt,Achamatova,Modigliani,Utrillo,Vian, Picasso,Breton,Piaf, Plekhanov,Braque, Ungaretti,Chagall,Camus,Saroyan, Céline, Éluard,Anders ,Ca rnè, Grecò,Capra, Leger e con il celebre poeta e critico letterario Emile Verhaeren. E’ proprio quest’ultimo a suggerire di riprendere in mano gli studi della lin gua madre e scrivere nella lingua dei suoi genitori. Ascoltando i suoi consigli, Zarian studia con attenzione l’armeno classico e l’armeno volgare al collegio Me chitarista sull’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia fra il 1919 e il 1913. In Italia pubblica tra tantissime altre cose Tre Canzoni (1916), poesie in ling ua italiana (scritte in francese), una, dal titolo “La Primavera”, è musicata da Ottorino Respighi ed eseguita per la prima volta nel 1923.
    Poi va a Costantinopoli, che è il più importante centro culturale della diaspora armena. Nel 1914, insieme a Daniel Varoujan, Hagop Oshagan, Kegham Parseghian,Hrand Nazariantz ed altri, fonda il periodico Mehyan (Il Tempio). Questa costellazione di appassionati passerà alla storia come scrittori di Mehyan, e come i loro coetanei in Europa: Surrealisti in Francia,Futuristi in Italia, espressionisti in Germania, sfidano le istituzioni lottando contro le tradizioni ossificate preparando la strada ad un nuovo movimento per cambiare la società: “In città lontane le persone hanno sostenuto e hanno combattuto per le nostre idee”, scrive Zarian. “censori ignoranti hanno vietato la pubblicazione del nostro periodico, anche noti studiosi hanno guardato a noi con sospetto. Ci hanno odiato, ma non osano dire nulla. Vicini alla vittoria …” A quel punto, però, il governo proto-fascista dei Giovani Turchi decide di cancellare tutta l’etnia cattolica- armena in Turchia. L’olocausto che rivendica: 1.500.000 vittime, tra circa 200 fra i più noti e importanti intellettuali, la cui maggioranza ruota attorno agli scrittori di Mehyan. Zarian è uno dei pochi sopravvissuti, riuscendo a fuggire prima in Bulgaria,Austria e in Italia, fermandosi a Firenze,Venezia e Roma.In questa costellazione di tizzoni ardenti della cultura mondiale,Costia diventa famoso come gli scrittori Mehian, e come i loro coetanei in Europa, i surrealisti francesi, futuristi italiani e tedeschi espressionisti, sfidano l’istituzione lottando contro le tradizioni preparando la strada per il nuovo. “Nelle città lontane le persone sostenuto e lottato intorno le nostre idee”, scrive Zarian “. dirigenti scolastici ignoranti hanno vietato il nostro periodico. Noti accademici ci guardano con sospetto. Ci odiano, ma non osano dirlo apertamente. Siamo vicini alla vittoria ….” A questo punto, il proto-fascista del governo dei Giovani Turchi decide di sterminare l’intera popolazione armena della Turchia. L’olocausto che segue ha sulla coscienza più di 1.500.000 vittime, tra cui 200 dei più abili poeti e scrittori armeni, inclusa la maggior parte degli scrittori Mehian. Zarian è stato uno dei pochi sopravvissuti che è riuscito ad evitare la condanna a morte dei giovani turchi fuggendo in Bulgaria, e da lì in Italia, stabilendosi a Roma. Nel 1919, come inviato speciale di un quotidiano italiano, fu inviato in Medio Oriente e Armenia. Rientrato a Istanbul nel 1920 e lì, insieme a Vahan Tekeyan, Hagop Oshagan, e una serie di altri sopravvissuti dell’olocausto, fondò un altro periodico letterario, Partsravank (Monastero-on-a-Hill). In questo momento pubblicato un secondo libro di poesie, La Corona di giorni (Istanbul, 1922). seguito della costituzione del dominio sovietico in Armenia, Zarian torna lì e per i prossimi 3 anni ho insegnato letteratura comparata presso l’Università Statale di Yerevan. accuratamente deluso il regime, nel 1925 ha di nuovo andato all’estero dove ha condotto una vita nomade, vive a Parigi, (dove ha fondato il periodico in lingua francese Le tour de Babel), Roma, Firenze, l’isola greca di Corfù, l’isola italiana di Ischia , e New York. A New York ha insegnato la cultura armena presso la Columbia University (1944-1946), fonda il periodico in lingua inglese The Quarterly armeno (1946) che, anche se è durato solo due numeri pubblicati scrittori come Sirarpie Der Nersessian,Henri Grégoire, e Marietta Shaginian. Dal 1952-54 insegna storia dell’arte presso l’Università americana di Beirut (Libano). A New York insegna la cultura armena presso la Columbia University (1944-1946), fonda il periodico in lingua inglese The Quarterly armeno (1946) che, pubblica scrittori come Sirarpie Der Nersessian,Henri Grégoire, e Marietta Shaginian. Dal 1952-54 insegna storia dell’arte presso l’Università americana di Beirut (Libano). Dopo una parentesi a Los Angeles, tornato in Armenia nel 1961, dove lavora presso il Museo Charents di arte e letteratura a Yerevan. Un’edizione espurgato del suo romanzo La nave della Montagna (originariamente pubblicato a Boston nel 1943) appare a Yerevan nel 1963, e poco dopo in una traduzione russo a Mosca (1969, ristampato nel 1974).
    Nel 1962 Kostan, e l’anno successivo suo figlio Armen e famiglia tornano a Yerevan . L’obiettivo di questa decisione, presa in un periodo geopolitico di guerra fredda, è quello di portare un contributo alla propria terra segnata dalle tragiche vicende del genocidio. La famiglia Zarian vive nella palazzina di via Abovian fino al 2001 quando la moglie ,frau Maria, muore. Scrive Kostan: “La possibilità di riscatto della nostra nazione, la sua grandezza intellettuale, e la grandezza storico-religiosa, è costruita dal duro lavoro di un popolo che ha perso fisicamente, poi spiritualmente, la propria identità con la distruzione di circa un milione e 750 mila persone (del 1915 sulla SA).Il Paese ha bisogno sia di eroi che combattono con le armi ,sia della classe aristocratica soprattutto intellettuale di uomini che io chiamo gli “Ararat “(lettera a Ruben Ter Minasian, 1932/06/01).”Lo spirito può essere espresso con il “linguaggio del sangue”, dna che non può essere modificato: lingua: spirito che non si può manipolare con l’oblio dell’eugenetica” “(” Lingua e il “sangue Geghuni, 1949): Kostan Zarian, grande parte della vita lontano dalla patria,si è sempre sentito vicino alla sua gente, come scrive in “Tsarav il” – “Sono mai emigrati, rifugiati: la mia mente, ushkes, il mio cuore è lì, e la mia vogevorutyunners e husahatutyunners viene da lì” (Can Poladyan, “Comunicazione” Gahire, 1961 – “la culla di Ararat: Ararat, e nakhaget suo apice con la cupola della chiesa ha marciato nel mondo,e gli armeni sono presenti in Asia Minore,sono saliti lungo il Danubio, si sono fermati in Italia, sono andati in Germania, Svezia, Norvegia, Francia, saliti in Inghilterra, in Irlanda, e poi fino in India, Byuzandione e si sono fermati in Occidente.Quando si incontrano,non si conoscono: si abbracciano, e la luce mtatsumi a scendere nel loro abbraccio e firmano un nuovo arkatsakhndrut yunner “(file, Yerevan, 1985): – “Sono tanti secoli che cerchiamo di renderci conto che tutta la nostra esistenza è collegata ,cementata dalla nostra cultura, dalla nostra religione,dalla nostra terra che è, con il nostro sangue, il nostro sogno e la nostra realtà, vita e morte”(“Stati Uniti”, Yerevan, 2002).
    Scoprendo il tesoro di Costia e Takuhì nascosto nella Cassapanca,tra più di 57 mila pagine, a penna e in decine di dischetti archeologici(tradotti da almeno 6 lingue con le quali correntemente Costia fa lezione e studia per tradurre e scrivere,moltissime sono copie di originali dell’archivio del Congresso Usa, e altri,la maggior parte negli archivi del Vaticano) di saggi,lezioni,poesie,analisi telogiche,sociopsicologiche, dram maturgiche e geopolitiche scopro che Costia sostiene che lo sterminio degli armeni risponde alla volontà degli uomini al potere nell’impero ottomano di risolvere in modo definitivo la questione armena:con questa chiave di lettura indaga per la comprensione e la ric ostruzione del primo genocidio del 900.Analizzando per decenni,tra le varie fonti,i documenti ufficiali coevi turchi ottomani, e quelli della Germa nia e dell’Austria,alleate dell’impero durante la Grande Guerra,il filo socio-politico lega a doppio filo l’evo luzione della questione armena allo sterminio,inchiodando alle proprie responsabilità politic he, militari e morali i fautori delle persecuzioni.I fatti del primo conflitto mondiale sono il risultato di un lungo e progressivo processo di soffocamento, provocazione e distruzione di una minoranza assoggettata e vulnerabile ad opera di un grande e potente impero.E’ una politica genocidaria di lento e ampio respiro,pianificata ed attuata cini camente.Una tragedia di dimensioni bibliche resa ancor più dolorosa dall’ostinato si lenzio e dall’ indif ferenza che l’accompagnano,un modus operandi che,nel colpevole oblio generale,è scuola per altre terribili sciagure durante la seconda guerra mondiale.
    8 febbraio del 1885, nasce uno dei più grandi ribelli del 900 armeno letterario: Kostan Zarian.I capitoli che seguono sono il tentativo di un resoconto stringato di quelle pagine e di un’immenso archivio che riguarda tutto il patrimonio culturale,giornalistico di analisi,saggistico,di artico li,carteggi, diari,appunti,di ricerca,di lezioni universitarie e conferenze tenute in 70 anni dal grande e mi tico Costia. Nella vita di Zarian, svagato sognatore,poeta,spia, grande letterato,filosofo,linguista, dram maturgo,teologo, politico ,analista,glotto logo, storico, docente e giornalista dell’epo¬ca eroica dei corrispondenti analisti della fine 800, tutto è stato avven turoso e nulla certo a cominciare dal precognome: Zarian,invece di Eghiazarian, il suo vero cognome di figlio di zaristi plurimiardari, classisti e nobili.Nulla tranne 2 cose:il talento onnivoro e il culto della libertà. Negli stupendi scritti au¬tobiogra fici “Diari di viaggiatore”, “Paesi e del”, “Navator mar”Zarian rivisita e inventa di sana pian¬ta, ma con un sense of humour ignoto all’intelletualismo europeo di quegli anni, la sua formazio¬ne politica.Un Cap odanno, Cos tia e il fratelli¬ vengono incaricati dalla mam¬ma di portare in regalo una piccola somma alla cuoca di una cugina. “Ec¬co una moneta per ciascuno. Quando la camerie¬ra, vi aprirà la porta, le farete gli au¬guri e le darete le due monete”. Inve¬ce Costia incontrando per caso un piccolo lustrascarpe intirizzito, non resiste alla tentazione di re¬galargli la sua moneta, ricevendo poi molti rimproveri.Il padre,in partico¬lare,si preoccupa della prodigalità del figlio e chiude le sue prediche minacciando: “Ricordati bene quel che ti dico:di questo passo,morirai sulla paglia!”. Fin da piccolo Costia ha perduto ogni illusione nell’amicizia. I compa¬gni di scuola ridono di quello stra-no scolaro dagli occhi troppo grandi e profondi. Diffidano della sua toccante gentilezza e del suo eccesso di attenzioni.E’ l’inizio di una lunga serie di delusioni che non riusciran no però ad estinguere la sua sete di dare e ricevere affetto. Gli amici,ammette¬,“sono tali solo nella dolce follia che si prova nel corso dell’esistenza, cui ci prestiamo sapendola però in fondo alla nostra intelligen za simile all’errore di un folle che, convinto che i mobili siano vivi, parli con loro”. Costia cerca di non spaventare gli altri con la sua superiorità. Se¬condo la poetessa,An-na de Noailles: “cost ringe, con un’auto rità magnetica, a disconosce¬¬nza con cui Monet si è applicato al¬le sue ninfee di quella con cui Proust si è concentrato sull’evanescente mondo dell’ aristocrazia.La usa per scostarsi dalle banalità della sua fami glia, riempiendo quell’invol¬ucro di tutto quel che lo rende diverso dal suo ambiente. Ma anche le sue illusioni sull’aristocrazia sono destinate a cadere.Un giorno si sveglia come un Dio dall’ebbrez¬za della creazione e vede la no¬biltà in tutte le sue debolezze, con la nostalgica ironia di chi sa di essersi ingannato, ma che ha la bontà più ar¬dua, quella di chi guarda lucidamen¬te all’incessante sgretolarsi del mon¬do. Sa che siamo fango provviso¬ria mente impastato e che una lesio¬ne cerebrale rompe per sempre l’e¬quilibrio del pensiero. Sente quan¬to siamo effimeri. “Nasciamo con un’emorragia inarrestabi le.Il tempo scorre via senza sosta dalle nostre ve-ne”.Da bambino mi scuso senza sosta di tutto,di parla¬re,di tacere,di lodare e di scu sarsi”. Ciò lo porta ad essere considerato dagli scrittori ar meni come un cosmopolita, un europeo che scri ve in armeno.Esiliato dalla sua città natale, la sua famiglia, la sua lingua, lui ha ricostruito la sua identità dopo il bagno della cultura occidentale. Diventa l’archetipo degli anni diasp ora Armemian. Il romanziere e critico Hagop Oshagan, scrive che :-“per parlare di Zarian bisogna analizzare Spiur k”. “Spiurk” (“Dias pora”) nel senso di sëprum (“dispersione”) .Zarian accende una violenta luce sulla natura della catastrofe e lo stato delle carneficine turche denunciando la distruzione e il vuoto creato dalla Catastrofe. Il sole ci sembra appeso alla parete dell’universo.Crescete e mortificatevi.In tutte le esistenze, si nota una data alla quale il destino si biforca, o verso una catastrofe o verso il successo.Alla felicità basta l’attimo non occor re conferma.
    Questo popolo di santi, di poeti, di navigatori, di nipoti” e di cognati…Chi sa ascoltare non solo sta simpatico a tutti ma dopo un pò finisce per imparare qualcosa.Gli onesti si lasciano corrompere in un solo ca so: ogni volta si presenti l’occasione.Soltanto i morti e gli stupidi non cambiano mai idea.Voltaire nella buca del suggeritore.
    Un giorno a via del Babuino a Roma,Costia mi insegna che non bisogna mai scusarsi di niente,se una cosa è stata fatta o detta è perché c’è una ragione,e gli altri ti devono rispettare per questo.Eppure, ricordo che era impo ssibile ignorare nel fondo scuro del suo sguardo un’ironia irresistibi¬le.Come è impossibile smuoverlo dalla scomoda posizione in discesa in cui s’è attestato, deciso a “sconcer¬tare con una visibile e radiosa can¬collazione” anche gli estimatori più accaniti. In Costia la modestia sostituisce l’arroganza tradi zionale del dandy.Con lui la goffaggine dive¬nta l’ultima metamorfosi dello snobismo.Come il duca de Guermantes di¬mostra la massima cortesia in ogni contatto con persone socialmente in¬feriori, così Costia ha con gli altri l’ attenzione di un sovrano in incognito, attento a non turbare con la sua maestà la serenità dei sud¬diti inconsapevoli. E l’accanita, accu-ratissima repressione di ogni affer¬mazione di sé, altro non è se non il rovescio della coscienza, opprimente nella sua interezza, della propria in¬finita superiorità.Legge e rilegge “la nave sulla montagna”che dopo 30 anni di lavoro ha visto la luce soltanto nel 1943,anche se a diverse puntate,via via nel tempo,qualche pagina si è letta su Time. Ora deve tradurlo in Inglese per un’e ditore americano.”La Nave della Montagna”,è un romanzo ambientato nei giorni della la prima Repub blica indipendente di Armenia (1918-1920).
    Kostan scrive:-“è la storia di pochi armeni destinati a vivere uno dei periodi più cruciali della nostra vita. Non è una libro di storia,è un libro di denuncia,è uno strumento per portare il passato nel presente e impo stare il percorso di una rinascita culturale”.E’ la storia di Ara Herian, un capitano marittimo che lotta per portare una nave dalla cos ta del Mar Nero fino al lago di Sevan,arroccato tra le montagne della repubbli ca come il suo mare.Una sorta di Fit zcarraldo ante litteram.Zarian si è ispirato ad una storia vera: una na ve giace abbandonata vicino ad una collina vi cino a Yerevan,negli ultimi giorni della Repubblica. E’ il mito dell’Arca di Noè aggiornato.Dopo il Diluvio, l’arca si posa sulla cima della montagna,da dove la nuova primavera fa rifiorire il paese in rovina e viene ricostruito. Costia utilizza l’allegoria per rappresentare la sfida di far rivivere l’Armenia negli anni della Prima Repubblica fa cendo trasportare da un marina io intraprendente e forte:Ara Herian,la nave via terra, dalle rive del Mar Nero al lago Sevan.La nave viene dalle montagne del Kanaker.Un altro personaggio:Mikayel Tumanian, costruisce una barca sulle rive del lago Sevan.Obiettivo è favorire l’autosufficienza nazionale, a prescindere dalle scelte politi che.Il libro rac conta le cose di tutti i giorni,le realtà armene vissute dalla gente che lavora umilmente nel quadro del “mi to dell’eterno ritorno”.La nave va verso la santità, dove tutto è eternamente ripetuto. Il luogo diventa sacro quando l’archetipo realizza il sacrificio,quando va e definisce il rito,la “voki armena”,(spirito armeno / essenza, e centralità). Zarian dimostra l’assioma: Patria contro diaspora. La patria è il luogo della riunione, mentre diaspora significa dispersione,disagio, mancanza di identità e paura. I pezzi sparsi devono essere rimessi assieme nel puzzle per creare una unità, altrimenti diventano rifiuti.La forza centripeta che attira i pezzi verso il centro deve superare le forze centri fughe.Inizia qui il rifiuto della diaspora. Il concetto di centralizzazione si svolge attraverso il capit ano Herian. Essendo nato in un piccolo villaggio armeno, ha viaggiato in tutto il mondo per anni, e inizia il suo viaggio di ritorno in patria.Ara Herian “Hérou”,è l’eroe del libro. Sul lago Sevan, un vero mare interno di Armeni a,non si può navigare, a causa della assenza di qualsiasi imbarcazione.Herian attraversa le montagne del Caucaso e, nonostante le mille difficoltà e gli os tacoli, combatte tutto e tutti fino a quando la barca raggiunge la destinazione. Così Ara Herian entra nella storia di un Paese martoriato.
    La nave sulla Montagna è come un’arca di carta dove è racchiuso tutto il passato dell’Armenia; dal più grande al più insignificante capitolo della storia di questo Paese sempre soggiogato alle grandi potenze, per sal¬varlo dal dil uvio del tempo.Costia non ha illusioni sull’esi¬stenza di un Dio. “La questione del¬l’aldilà sfugge alla nostra conosc enza. Se Dio esiste, ha proibito all’uomo di risolverla.Così credere signifi¬ca in frangere i suoi ordini,offender¬lo, co gliere una seconda volta il frut¬to proibito.Appare su“Le Matin” un ar ticolo, “La morte del¬le cattedrali”,sul proget to di legge promosso da Briand per sconsacrare le cattedrali. Ironizza su un futuro in cui,dopo secoli di scri¬stiani zzazione,il governo tenta di rianimare quei monumen ti abbando¬nati,mentre carovane di snob”visi¬tano quei curiosi monumenti,gli studiosi cercano di ricostruir ne i cerimoniali dimenticati.Per poi vi¬brare un affondo contro quel perico¬loso disegno:visto che il cristia nesi¬mo è ancora vivo e le cattedrali sono non solo i più bei monumenti dell’arte,ma sono gli unici a vive re integralmente la propria vita,i soli ad essere rimasti con lo scopo per cui sono stati co¬struiti”.
    Il 31 gennaio 1915 come un’immagine del destino, gover¬nato da un moto antichissimo e dalla legge di sempre,appare a Costia il mare notturno nel quale affon¬da la chiglia della nave che lo porta¬ in Grecia, in un viaggio del pensiero che lo conduce sulle orme dei grandi spiriti dell’ antichi¬tà.
    Costia scrive:-“ Ecco, la Grecia è anche questo. Eraclito che scrive: “Da ciò che è in lotta nasce la più bella ar monia. Tutto si realizza attraverso la discor dia”. Ispirato dal medesimo sentimento di venerazio¬ne e di intimità nei confronti della natura,il poeta ama gettarsi fra le onde e cedere come in un atto d’amore al l’impeto della loro forza, quando a Corfù si tuffa in acque che incu¬tono timore agli esperti nuotatori.E co me non ricor¬dare il tuffo di Empe docle nel cratere dell’Etna,desi¬deroso di espiare un’ingiusta colpa dissol vendo il suo corpo in un abbraccio insieme fatale e lustrale con le potenze della terra?Il mare, il fuoco, ma non solo.
    Guarda al cielo,alle altezze inviolate delle cime dei monti e alle più vaste profondità dell’ orizzonte. Da se mpre la manife¬stazione della natura attraverso i suoi elementi eser¬cita un fascino irresistibile su Costia, un fascino ar¬cano e lontano che si fa canto e poesia e che oscilla fra l’ ammirazio¬ne, lo stupore, la meravi glia e il sacro timore,il so¬spetto,la diffidenza.Scrive:-“Il viaggio dell’uo¬mo sulla terra racconta dell’esperie nza immediata di una bellezza che proprio nelle forme assunte dal¬la natura si manifesta in tutta la sua for za spesso indecifrabile.Il viaggio rimane un’ occasione privilegiata di deci¬frare un linguaggio che ci parla dalle lon¬tananze dello spirito, da un passato che anco ra ci interroga, dal “paesaggio” all’interno del quale con¬duciamo il nostro cammino. Avvicinare,vivere e contemp lare il paesaggio significa riappropriarsi del vincolo originario con la natura e soprattutto vivere un’avventura esal tante che coin¬volge tutte le facoltà dell’uomo”.
    E proprio al racconto del viaggio dell’anima all’in¬terno del paesaggio è dedicata questa raccolta infinita di testi di Costia e sua moglie(mia nonna!) all’Armenia di Kostan Zarian,che ci conduce alla scoperta del piacere di guar dare il mondo in un percorso nello spazio e nel tempo che è allo stesso tempo un tragitto nella memoria più profo nda e intensa dello spirito umano di un popolo sgretolato in una vasta diaspora che guarda all’Europa con un’uto pica speranza doi poterci entrare un giorno ben sapendo di non avere potere economico di interscambio.
    Bisogna risalire agli anni di Abdul Hamid II (1842-1918). La madre, Valide Sultan Tirimüjgün (1819–18 52), chiamata Virjin, è una armena. Il padre, Abdul Mejid, rappresenta nello scacchiere politico del Mediterraneo la grande potenza ottomana, ma anche un esempio umiliante di arretratezza. Trascorre gran parte del tempo nell’ha rem: tra i suoi divertimenti preferiti ricorda quello di spaventare le cortigiane facendole inseguire da centinaia di topi affamati. Abdul Hamid è più furbo, più sospettoso, più insinuante del genito re. Il suo fascino conquista i di plomatici, lo stesso kaiser ne è contaminato. La sua astuzia rigira i più col ti rappresentanti dell’Europa. Schiacciato dalla presenza russa che, sotto il pretesto di difendere le comu nità cristiane, vuole annettersi la Bulgaria e la Mac edonia, il sultano fa trapelare a Inghilterra e Francia il pericolo delle ingombranti pretese zariste nel Mediterraneo. Suggerisce la santa battaglia. E l’idea piace alle ambizioni colonialistiche europee. A Londra, nel 1878, è in voga una canzoncina:“I russi non avran no Costantinopoli.”
    Intanto, Abdul Hamid è stanco della finzione democratica. Appena terminata la guerra contro la Russia, mentre l’Europa è distratta dalla crisi politica che il conflitto ha creato, resuscita l’assolutismo ottomano.
    Un popolo sopravvissuto a secoli di dominazioni straniere arriva in pochi mesi alla soglia dell’annientamento. Ma quest’ evento è il punto d’arrivo di una dinamica geopolitica che ha radici lontane nel tempo. Questi massacri hanno l’effetto di rafforzare tra gli armeni i sentimenti antimperiali, alimentando l’azione di quelle frange che fom entano la resistenza armata contro i turchi, e che si coalizzano nella nascente Federazione rivoluzionaria armena.
    Questo è un libro che attraverso i testi del grande poeta-filosofo-teologo-drammaturgo-storico e analista arme no ci insegna a guardare.
    Guarda¬re, ma non solo: osservare, contemplare, penetrare con i sensi. Un guardare che è più che guardare, è un rito del tempo e dello spazio, quasi una preghie¬ra.E’ l’antica tradizione armena quella che vive in una nuova filosofia dell’indagine, in un nuovo modo di pensare la vita e il mondo che non vuole definire, ma alludere,richiamare,evo care la storia e le storie non annulla i colori e le sfumature nel bianco indi¬stin to di uno sfondo senza profondità, ma è “totalità che riunisce, avvolge, sintetizza i frammenti del nostro sguardo dispersi lungo il tempo della sensibili¬tà-scrive Costia-è anima di un’infinita e magica concatena zione del tempo. Guardando con occhi nuovi il tempo e la storia,l’uomo trasforma le sue forme in puro sentimento e scopre 1’inesauribilità della vita.”
    I genitori sono armeni; il padre Khatchatur Melk’umian-Eghiazariants,è nato nel Gharagagh,da nobile famiglia dei “bek” (Conti) generale dell’armata russo-zarista ha lottato per la liberazione dei popoli caucasici.Il fratello è Krista por Yeghiazarov.
    All’età di 5 anni viene iscritto in un collegio di Bruxelles dove impara il francese alla perfezione,benissimo lati no e greco,bene l’italiano e il belga avendo una capacità mnemonica quasi sovranaturale.In questa scuola sono isc ritti i figli dei nobili russi quasi tutti di livello inferiore a Costia.Lui con la sua intelligenza destabilizza l’intero coll ege.Il rettorato quindi decide di distaccarlo in una sorta di classe differenziale. Qui iniziano i problemi del giovane genio che più tardi descriverà così:-“ Bambini e bambine del tutto norma¬li in nome di un’ideologia pseudo scienti¬fica sono rinchiusi nelle scuole per anomali non perché malati di mente o social¬mente pericolosi,ma sempli cemente perché non sono considerati abbastan za integrabili all’interno dei gruppo,non tanto intel ligen¬ti da essere umili ed accettare la superiorità di chi comanda e di chi deve ubbidire ciecamente senza discutere mai! Per princi pio,tema la fustigazione in cor tile davanti a tutti.
    150 internati nelle classi differenziate,oltre 60 sterilizzati,un numero imprecisato sottoposto ai più svariati esperimenti scientifici compresi elettroshock e loboto¬mia, attraverso il caso di Boghos Baiceyan che viene rinchi uso nel 1892 in un’auletta per pochi irriducibili: ha 6 anni. La colpa di Boghos è essere nato in una famiglia con gravi pro¬blemi, la madre alcolista il padre suicida, e di aver dato risposte insufficienti ai test per il quoziente inte llettivo basati su un metodo superato,che prende il nome di alcuni scienziati tedes chi della metà dell’800.
    L’assurdo è che i dubbi sulla validità dell’eugenetica come scienza sono emersi già pri¬ma della fine del secolo, biologi e giornali¬sti di livello hanno dato origine a un forte movimento di conte¬stazione,ma l’ideolo gia scientifica che si è radicata nei primi decenni del secolo ha dato frutti consi¬stenti.Il presidente Belga, che vuole il suo popolo di razza di “buoni fecondatori e ottimi combattenti”,ne è scottato. Nelle menzogne dell’avvenire c’é tutta la reatà del presente, depo¬sitario delle idiozie del passato.
    Fra gli anni ’90 e la fine del secolo una trentina gli Stati occidentali sono coinvolti in programmi di eugenetica. Sono dif¬fuse le cliniche viaggianti che so¬stano davanti le scuole per sottoporre i bambini ai test per misurare il quo ziente in¬tellettivo e scegliere quelli che non sono degni di riprodursi.Sarebbe passato tutto sotto silenzio se agli ini zi degli anni 90 non fosse scoppiato lo scanda¬lo per gli esperimenti scienti fici condotti abu-sivamente dai tedeschi sui bambini internati in scuole differenziate come quella di Costia. A far aprire il sipario sulla verità contribuisce l’impe¬gno del padre di Costia, che ha vissuto in famiglia il dramma della loboto¬mia cui è stata sottoposta la sorella Rusan da parte dei medici dei Zaristi e le scuse presentate dal presidente dallo spionaggio a tutte quelle persone che hanno dovuto subire traumi indelebi li,nel periodo della fine del millennio, da un programma per sperimentare ali menti arricchiti con sostanze radioattive.
    Tra i finanziatori del programma scientifico: l’Università di Amburgo e quella di Salisburgo e altre importanti isti¬tuzioni che hanno individuato nei ragazzi delle classi differenziali la comunità ideale per ottenere risultati certi. I bambini di queste classi hanno tutto il tempo a disposizione, per loro non è previsto alcun tipo di istruzio¬ne, basta una lettera ai genitori o ai tutori statali per ottenere il consenso al¬l’esperimento.
    I bam¬bini sono felici di en¬trare a far parte del “Club della scienza”,che prevede per i partecipanti ingresso gra tuito a qualche gara di equitazione,dolciumi,musica e altre agevolazioni.La cosa più ambita è l’interruzione di una routine di lunghe ore seduti su banco a ripetere fino all’infinito la stessa pagina. Una quotidianità scandita da ritmi : la sveglia in camera ta:24 bambini per ogni stanza che ne può ospitare la metà, un solo bagno alla turca aperto dava nti a tutti, pranzi in refezione e violenze continue da parte dei sorveglian ti che ar¬rivano fino all’abu¬so sessuale. Tanto nessuno ascolta il lamento dei bambini. Se protestano vengo no buttati nel reparto 18,un’ala del-l’Istituto dove vengono reclusi i casi più difficili e dove si praticano elet troshock e lobotomia.
    “La mia-denuncia Costia- non è soltanto la descrizione di un orrore quotidia¬no ma la storia di una presa di coscienza collettiva. Io e i miei compagni siamo classifi¬cati come “idioti”, condannati a una vita sen¬za istruzione; grazie ai vo¬lontari sensibili e personale preparato, riusciamo a dimostrare, prima di tutto a noi stessi, di non essere ritardati o deboli di mente come dice l’iscrizione all’ingres¬so del settore differenziali, severo istituto in mattoni rossi nel qua¬le siamo reclusi da anni.Una pagina drammatica fatta di fughe, di rivolte, co¬me quella scoppiata nel reparto 18,che porta ad un radicale cambiamento dell’istituto.
    Il lungo epilogo inizia nei primi anni 90 con alcune inchieste provocate da mio padre ma soprattutto da mio zio grande generale dell’impero zarista che chiede un processo che stabilisce un ri¬sarcimento di 50 dollari al mese ai tenaci ex internati che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto. La conclusione nel 1893 con la decisione di abbattere l’enorme edificio alla periferia di Bruxelles, che è stato il simbolo più significativo e terribile del movimento eugenetico belga.
    Non è terrificante l’immoralità del relativismo.Ciò che è degradante è il dogmatismo con cui accettiamo questo relativismo e la nostra mancanza di preoccupazione rispetto al significato delle nostre vite”.
    Sull’infanzia di Costia gettano om¬bre la malattia mentale della madre Sona e il declino subìto, anno dopo anno, dagli affari del padre: vuole frequentare una scuola per ingegneri petroliferi,e quando trova un pos to da correttore di bozze non resiste a lungo,e tra il 1890 e il 1894 vive a Bruxelles. Non si sa cosa vi faccia, a parte scrivere, il che gli riesce facilmente. Così poco ci racconta della città belga e così poco,in se guito,del collegio in Francia, della sua vita e della sua situazione a Costantinopoli, che potremmo suppor re una cronica povertà di esperienze. Gli eventi del mondo, come lo scoppio del primo genocidio in Ci licia nel 1895, non toccano profondamente. Scrive senza mai fer¬marsi, cosa che gli costa sempre più fa tica; anche quando la richiesta di suoi con¬tributi diminuisce.
    Costia continua a scrivere giorno dopo giorno, fino al li¬mite della sofferenza – anzi spesso ben oltre. Quando proprio non ce la fa più,lo incontriamo a nel parco del collegio, impegnato in lavoretti di giardi naggio o in una partita a biliardo contro se stesso, e infine nella scuola di Bruxelles, inten¬to a mondare la verdura in cucina, a smistare gli scarti di stagnola, a leggere un romanzo di Friedrich Gerstacker o Jules Verne e a volte anche solo lì, dritto impa lato in un angolo, a non fare nul¬la. Talmente lontane l’una dall’altra sono le scene della vita di Costia arriva¬te fino a noi, che non si può parlare di una storia o di una bio grafia, quanto piuttosto , di una leggenda. Questa inafferrabilità della sua esistenza, che persiste anche do po la morte, il vuoto da cui è pervasa in ogni fibra, hanno qualcosa di fanto¬matico che, al pari del caratte re indefi¬nibile de gli scritti zarianiani,può sco¬raggiare. In¬dubbiamente coglie nel segno là dove osserva che per quanto la sua opera sembri tagliata su misura per una tesi di laurea – si sottrae di fatto a ogni ap proccio si¬stematico.
    Come interpretare un autore che, pur così minac¬ciato dalle ombre, che sà diffondere a ogni pagina una luce tanto amabile, un autore che stila racconti umoristici per pura disperazione, che scrive quasi sempre le stesse cose, ma non si ripete mai, un uomo al quale i suoi stessi pensieri affinati sulle minu¬zie diventa no incomprensibili, che è in tutto e per tutto con i piedi per terra e si libra senza ancoraggio nel¬l’etere, uno scrittore la cui prosa ha la peculi arità di dissolversi alla lettura, sicché già dopo poche ore quasi non ri¬cordiamo più i personaggi, gli eventi e gli og getti effimeri di cui parlano le pagine appena lette? L’argomento è forse una signora di nome Helene o un girova go,la signorina Rafik o la signo¬rina Edith, un portinaio, un cameriere , o l’idiota di Dostoevskij, l’incendio di un teatro, un’ovazione, la battaglia di Le panto, uno schiaffo o il ritorno del figliol prodigo, un’urna di pietra, una cesta da viaggio, un orologio da taschi¬no o un semplice ciottolo.
    Tutto ciò che troviamo scritto in questi libri, davvero incomparabili, possiede-come avreb¬be potuto dire l’auto re – un’incli¬nazione a volatilizzarsi.Proprio nel punto che,ancora un attimo prima, ci pare fondamen tale, d’un tratto non si trova più nulla. Viceversa, dietro le “sciocchezze” di Costia si nascondono spesso profondità insondabili.
    Esempio:-“ L’originalità consiste nel cantare in coro per mettere in evidenza la propria voce.Più gente emerge dal nulla e più gente ci rientrerà.Tuo esistenzialismo sessualmente stupendo. A parte questo è stata una bella gior nata. Rifacciamolo.Quando un sogno ci cattura, il mondo di¬venta meraviglioso. Quando poi il sogno diventa un progetto e il progetto una rea¬lizzazione, allora c’è il rischio di far ruota¬re il mondo intorno a quella cosa, dimen-ticando che non solo lei ma tutti noi sia¬mo una piccola rotellina in un ingranag¬gio perverso, di cui alcuni cercano di cor¬reggerne un frammento, sapendo co¬munque di non poter cambiare il mondo. L’uomo ha sempre paura delle co se a cui non può, non sa dare un nome. Si sen te il vuoto sotto i piedi. Le parole, i nomi delle cose lo puntellano, lo aiutano a camminare, a placare la sua immagina¬zione. La filosofia non è altro che nomenclatura: dare nomi alle co se che non si capiscono.
    A Murano le pecore fanno lana di vetro.”
    Nonostante tali ostacoli, che intralciano di continuo il progetto di chi vor¬rebbe incasellare tutto in precise cate-gorie, molto è stato scritto su Kostan Zarian. La maggior parte delle opere in questione ha, beninteso, il carattere accessorio dell’abbozzo o del testo a margine, oppure va interpretato come il tributo personale di quanti lo ammi-rano. Altrettanto si può dire delle con¬siderazioni che seguono, perché anch’io, da quan do ho scoperto mio nonno, non sono mai riuscito a leggerlo se non in modo asistematico. Muovendo ora da un passo ora da un altro,sono anni che mi aggiro un pò nei suoi saggi,negli appunti,nelle lezioni univer sitarie, negli articoli,nelle poesie e nei romanzi e un pò nelle regioni del suo “Paese all’ombra della monta gna”, e non appena riprendo la lettu¬ra discontinua dei suoi scritti, ecco che sempre mi fermo a guardare le sue foto: 7ritratti, 7 tappe fisionomiche diffe-renti fra loro, che permettono di indovinare la silenziosa cata strofe consu matasi lungo quel percorso.
    Partico¬larmente familiari sono le im¬magini che risalgono al periodo di Costantinopoli che ritraggono Costia a passeg¬gio: il modo in cui lo scrittore, che ha ormai ha abbandonato la sua attività scolastica, se ne sta lì sullo sfo ndo del paesaggio, suscita il ricordo di mio nonno Luigi Cimara, con il quale da bambino, e proprio in quegli stessi anni, faccio spesso lun¬ghe escursioni alle Acque Albule di Tivoli,le piscine che odorano di uova marce vicino Ro ma,in una situazione per molti aspetti simile a quelle che frequenta Costia in Turchia.
    Quando vedo le fotografie di Costia scattate mentre passeggia, quando vedo la stoffa del suo abito con gilè, il colletto floscio della camicia,il nodo alla cravatta, le macchie sul dorso della mano dovute all’ età,i baffi bianchi ben curati,l’espressione altera e quieta dello sguardo, quando vedo tutto questo, mi sembra ogni volta che sia lì, davanti a me.E simili,il nonno e papà Gigetto(il diminutivo che a casa diamo al grande attore di teatro Luigi Ci mara) lo sono non solo nell’aspetto este¬riore,cioè nel modo fiero ed elegante, ma anche negli atteggiamenti, ad esempio nel modo di tenere in mano il cappello con il braccio lungo il fianco o di portarsi sempre dietro – perfino nelle più scintillanti giornate estive l’ombrello-bastone all’in glese. Per un certo periodo mi sono con vinto che il nonno, come papà Gigetto, abbia l’abitudine di lascia re slacciato il primo bottone del gilè.
    Lo rivedo sempre su quell’auto con la quale ri¬portano in clinica il corpo ormai esa¬nime, rinvenuto nella cucina della casa di via Abovian,con un colpo in testa e lì fotografato.
    Che cosa significano queste analogie, queste sovrapposi¬zioni, queste corrispondenze. Sono so¬lo scherzi della memoria, solo inganni dei sensi o allucinazioni, o evocano in¬vece schemi di un ordine a noi incom¬prensibile, inseriti secondo un pro¬gramma nel caos dei rapporti umani e tali da estendersi nella stessa misura ai vivi e ai morti.
    1894-all’Età di 9 anni si trasferisce a Bakù (capitale dell’Azerbaidjian) e frequenta con un anno di anticipo il liceo russo per essersi presentato alla licenza elementare da privatista,visto la denuncia che i nonni hanno fatto nei riguar di di quella crudele situazione a Bruxelles.
    1895-In Azeirbajgian la situazione non è delle migliori,anche se lì i suoi parenti hanno i pozzi petroliferi e quindi rilevanti scorte che tutelano,per il momento,alla loro incolumità.
    Mille colonne solcheranno i confini di una prima strage contro un popolo inerme.Colonne sfinite dove restano pochi vecchi a ricordare i precedenti massacri, compiuti dal sultano Abdul Hamid tra il 1894 e il 1896.
    diego cimara tg1 rai mio nonno era zarian !

  2. diego cimara Says:
    da Kostan Zarian Nel 1890 se ne sta tranquillo in un collegio di Bruxelles,quando vede dalla finestra un gruppo di giovani scontrarsi(non sa ancora cos’era la politica).Ha tale fastidio di questa rissa che prende un vaso dal davan zale della scuola e lo lancia in testa ai contendenti:2 feriti gravi.Poi Saint Germanin en Laye a Parigi, dove inizia a scrivere in politichese per il giornale scolastico. La giostra coi ca¬vallucci di legno impennacchiati e la musichetta zuccherata. Il tempo si avvolge su se stes¬so, orbita fuori dal mondo, è un cerchio magico,puro movimento immobile, incantesimo, stordimen¬to, felicità senza motivo.I bambini esitano un attimo prima di salire sulla giostra,scelgono con cura e trepida zione il veico¬lo che li porterà nella grande danza co¬smica:una carrozza dorata,un cigno cavo,una pic¬cola nave rossa, una grande tazza di caffè,una diligenza impolverata.Sono mezzi di trasporto qua¬si immateria li, lievi forme della fantasia, piume cele-sti su cui il bambino si siede per volteggiare anco¬ra un pò fuori dal tempo.E accanto alla giostra c’è il vecchietto che vende i palloncini gialli, ros¬si, azzurri, e anche lui sembra sul punto di abbando¬nare le quotidiane nefandezze della terra e perdersi con un sorriso tra le nuvole,aggrappato ai suoi globi volanti.Insomma:le giostre precedono il tempo, lo ignorano, forse lo temono e per questo se ne stanno distanti. L’infanzia non chiede nulla al mondo.Costia è andato una volta soltanto alle giostre,poi è rimasto 3 mesi in castigo per il vaso lanciato sulla testa di giovinastri. E’ iniziata la complessa vita di un politico di alto livello europeo e analista internazionale. Si sente che circo¬la tra la gente, a intermittenza,lo choc di questa simpatia, senza compiacimento, una spe cie di pathos incorporeo delle lezioni.Ovviamente c’è anche la “sce¬na”,scandita dal corso del tem¬po: la frenesia di Vincen nes nei bei giorni militanti dell’anti-Edi¬po,il clima più studioso,meno portato all’happening di Saint¬ Denis.Ci sono gli esperti,i mate¬matici,gli architetti, gli psichiatri, gli anti-psichiatri, i terzomon di¬sti, con i loro interventi accaniti, a volte per riportare informazioni,dare precisazioni (e va be¬ne), altre volte per fare polemica,ripartire torti e ragioni, fedeli al più vecchio tribunale del giudizio(e non va più). Non manca¬no i matti, e i nevrotici di ogni specie,i petu lanti e i magnetici,tutti dalla domanda infinita, in agguato al minimo segno del Maestro.Gignol’s band talvolta stan cante,talvolta gioiosa,da gestire con pa zienza e humour,il fasci¬no di Costia.Un’istantanea im¬mersione d’umore,una risalita canticchiante ed è già così lon¬tano dallo sguardo critico,intelli¬gente,come dalle empatie dello psicodramma che si sot¬trae alla visione politica della gente. Dall’interrato viene fuori il nastro rosso di una macchina da scrivere verde comprata a rate tanti anni fa con un cumulo di speranze e tanto da dire e tu non distingui un’ombra dall’altra ma le senti ed il loro alito dissolve questa nebbia e la squadra, bianca e nera, in una scacchiera dove gli assenti sono un cavaliere di bronzo e la regina. Costia gioca a scacchi,con la sua pipa in bocca con il portiere di un qualunque albergo. Stop.Al¬bergo tridimensionale.Credo.I letti disfatti per gioco. Dunque è Anarchico. Tutto un suono di parole pure lui racconta quando un pò ebbro ,è tutto un susseguirsi di parole svuotate di contenuto, un piccolo drago inventato, iniziato anche lui al ritualismo massonico sventra coi suoi denti adun¬chi, un panino,l’unico di questi giorni di magra e freddo,e le luci filtrate dalle imposte verdi come nuove stagioni costringono Costia ad ascoltare parole sterili che un suo amico poeta racconta e lui invece ascolta una musica che è poi la colonna sonora di un qualcosa che non ha suono ma solo colori intatti che rimbalzano intanto sul suolo innaf¬fiato da poco da un pittore che bevendo dalla bottiglia si è sbrodolato. Il massacro delle formiche è terminato con un cerino acceso all’entrata del nido. L’ artista di talento é destinato ad essere infelice: ogni volta che ha appetito e apre la sua cassaforte, vi trova dentro solo ispirazioni. 1896-. La Germania contende all’Inghilterra la costruzione di «grandiose opere civili» che portano alla ro vina i contadini dell’Asia minore. Imprese colossali il cui costo viene coperto dalla Deutsche Bank con un ampio sistema di debito pubblico”. “E così – rileva Rosa Luxemburg negli Scritti politici – lo Stato turco diviene per l’eternità debitore dei signori Siem ens, Gwinner, Helferich come lo è stato del capitale inglese, francese, austriaco”. I costi vengono coperti dal basso con un sistema di doppie tasse a cui i contadini armeni si ribellano,rivendicando riforme. Anche gruppi rivoluzionari greci, bulgari e macedoni insorgono contro il governo otto mano. Gli armeni portano l’attacco all’interno del paese e nella capitale dell’Impero. Rivolte e manifesta zioni pacifiche finiscono nel sangue. Finché, nell’agosto del 1896, un gruppo armato occupa la Banca Ot tomana, roccaforte della finanza euro pea, dove prevalgono gli investimenti britannici e francesi: “Il tem po dei giochi diplomatici è finito – scrivono in un volantino rivolto alle Potenze – il sangue versato dai nostri centomila martiri ci dà il diritto di pretendere la libe rtà”. 15 dei 25 insorti vengono tratti in salvo dalla mediazione russa e francese. Ma i tentativi di forzare la mano alle Potenze per indurle a intervenire risultano vani. Non ci saranno riforme, e anzi il potere si vendica sulla popo lazione civile. 1899-Terminati gli studi torna in Caucaso. Nella vita di Zarian,grande letterato,filosofo e giornalista dell’epo¬ca eroica dei corrispondenti analisti dei primi del ‘900, tutto è avventuroso e nulla certo a cominciare dal precognome:Zarian,invece di Eghiazari an,il suo vero cognome di figlio di zaristi plurimiardari,(confiscate dai turchi decine di pozzi petroliferi a Baku in Azerbaijan) classisti e nobili .Nulla tranne 2 cose: il talento onnivoro e il culto della libertà. La reazione armena,con a capo Kostan Zarian, consiste nell’intraprendere la guerriglia e nella creazione della Federazione Rivoluzionaria Armena, detta anche Dachnak, con basi nella vicina Armenia Russa e fortemente sostenuta dalle popolazioni locali. 1903-Assieme al fratellastro,in futuro noto cantante Levon Eghiazariants,parte per Parigi e continua i suoi studi presso la scuola di Saint-Germain-en¬Laye.Frequenta il bel mondo: nei castelli francesi c’è davvero una bella e ricca vita,ma soprattutto tante belle ragazze,italiane,francesi, olandesi e inglesi. Scrive così allo zio generale:-“ L’intento è quello – antipaticis¬simo – di fare la spia: “sono sem¬pre stato una spia, una spia che va sulle tracce di tutte le va¬rietà umane”.Mi piace questo posto perchè non c’è luogo in cui io mi sia sentito tanto solo e tan¬to infelice come ai party, è legit¬timo chiedersi perché mi ostino a prenderne parte visto che è una società frivola,perbenista,maligna,effimera ed edonista”. Levon è un uomo di età indefinibile, abbi¬gliato senza la minima cura, con i panta¬loni mezzo fuori dagli stivali e la giacca sudicia. Per giunta ha il colletto slac¬ciato. Nondimeno il suo portamento tra¬disce una certa distinzione. Ha capelli biondo cenere e un colorito scuro. Gli oc¬chi ,di un azzurro slavato. E tuttavia possiedono uno sguardo fermo a volte quasi fisso. E’ magro, pare addirittu¬ra che i vestiti gli sciaquino un pò addos¬so. Gli manca un pezzo dell’orecchio destro. Costia lo osserva scuotendo la testa. “Siete conciato bene anche oggi,Levon Eghiazariants!”dice. “Come fa Dasia a lasciarvi andare in giro in questo stato?”. Levon si guarda. “Temo” dice “che si sia dimenticata di me”. Dasia è la donna di servizio tuttofare che si sta lavando i piedi nella fontana. Passa per l’amante di Levon. Va in giro quasi sempre scalza, anche d’inverno, poiché non si trovano scarpe o stivali della sua misura. Costia in verità,ha dato ordine di costringerla a met¬tersi ugualmente un paio di scarpe qual¬siasi, perché a furia di camminare scalza, sostiene, i piedi gli diventano sempre più grandi. Ma ogni volta se ne sbaraz¬za, dichiarando che gli fanno male. “Perché non ve la sposate, Levon?” chiede Costia. “Il mio consenso lo avete. Così potreste almeno obbligarla ad accudirvi un pò meglio”. L’ombra di un sorriso sulle lab¬bra di Levon. “Non se ne parla nep¬pure” risponde. “Perché no?”. “Ma via, caro conte!” dice Levon. “Permettete?” aggiunge poi. E, avvicina¬tosi a Costia gli toglie dalla tasca del¬la giacca un astuccio d’argento, prende della carta e del tabacco da pipa per farsi una sigaretta e se 1’accende. Costia riprende l’astuccio, cioè glielo strappa di mano. “Non capisco come ci si possa interessare a una donna simile.Ma se si interessa a lei, non vedo per quale ragio¬ne non la si possa pure sposare”. Levon lo guarda, strizzando gli oc¬chi, al di sopra del fumo della sigaretta. “So che non capirete nemmeno questo”, dice “quella don¬na mi ispira. Non per i suoi piedi, ovvia¬mente, ma per gli occhi, ad esempio: so¬no belli e hanno uno sguardo provocante.Una ballerina dell’Imperiale Teatro d’O¬pera non me la posso permettere, purtroppo. Ma nelle ore libere, quando le mie romanze…” Costia si arrabbia:“lasciatemi in pace con la vostra arte!”strilla.“Già a suo tempo quella roba non la ascoltava nessuno figuriamoci adesso in questa Parigi moderna,nervosa,con la voglia di crescere,di essere competitiva,di vo ler imporre arti nuove,nuove esperienze,sperimentazioni,contaminazioni. Ma conti¬nuare a parlarne ancora adesso è sempli¬cemente ridicolo!”. “Conte”, dice Levon con calma “che voi, un gentiluomo, vi ostiniate a sminuire la mia espressione artis tica, è una questione di buon gusto, e se ne può pensare quel che si vuole. Forse è vero che non esistono più gentiluomini. Ma di lirica non capite proprio nulla. Che pretendiate di dare giudizi fa solo ridere”. Al di sopra delle volute di fumo, lo sguardo è bef¬fardo. Costia per chiudere la di¬scussione,volta le spalle e guar¬da fuori dal piccolo abbaino di 90 metri quadri che sono riusciti a prendere proprio su place Danton,davanti al monumento e alla creperie degli artisti. “Caro conte”, dice Levon “I vostri zii vi hanno dimenticato.Finché hanno inviato danaro hanno avuto sol di da inviare.Per¬ché così quella gente crede di potervi an¬cora estorcere del consenso per poi prendersi quello che è vostro a Baku. Già dalla pri¬ma lettera avete commesso 1’errore di essere più esplicito del dovu to e avete fatto trapelare la vostra paura.E loro se ne approfittano.Chi vuole venire in Euro¬pa dall’Oriente non passa certo per il Belgio.Sarebbe troppo scomodo.Il Belgio rappresenta,per quella gente,so¬lo una tap pa supplementare,inventata per spremervi una volta di più.In realtà non hanno mai fatto tutti questi viag gi.Penso siano scomparsi da un pezzo .Nessuno sa dove siano.Perché non vi siete mai informato? Perché,almeno adesso, non chiedete a Costantinopoli, per potervi fi¬nalmente convincere che laggiù il vostro caro zio generale zarista non si è mai visto?”. Costia lo guarda, e più volte apre la bocca per rispondere. Infine dice: “Perché comunque preferisco crederlo da qualche parte piuttosto che ignorare dove sia”. In un brandello di carta c’è scritto:- “Ho scritto la prima metà prima di cena, sulla carta da lettere dell’Hotel Bri stol, mi sono concesso un’insalata con peperoncino e un sorso di Chambertin al Cochon De Lait, poi sono tornato all’Ecole e l’ho finita intorno alle 3 del mattino…Così è andata, questi sì che sono giorni. Mi sono ritrovato,da qual che parte,qualunque parte, ma dentro il confine del cielo frantumato ho trovato il sonno irregolare dei muratori che tornando lasciano case per altre case, ostinazioni e muri colorati bordi del mondo senza che si passi altrove e chio schi del caffè. 4 e mezzo del mattino,l’indomani del 14 luglio: il boulevard Sébastopol è ben vivo. Era difficile un tempo liberarsi d’uno scritto. Strapparlo, pagina dopo pagina. Farne un falò. Occultarlo nell’angolo più segreto di casa. Adesso tutto è più facile con una macchi na da scrivere qualsiasi. Batti e batti. Quale più idonea metafora dell’oggi.La cultura è ciò che rimane qua ndo ciò che è stato appreso è stato dimenticato.Un obiettivo appassionato può dare senso e direzione ad una esistenza che altrimenti rimarrebbe vuota e senza direzione. La cura del sogno: vuole una vecchia leggenda che alla base dell’arcobaleno sia sepolta una pentola d’oro guardata da uno gnomo che cerca una terra che nessuno gli ha promesso .Intanto i rivoluzionari ingrassano,i vini invecchiano,le auto si deprez zano e le aurore arrugginiscono e,sono questi gli ingredianti della favola.Chi trova un amico gli costa un tesoro.E’ nella natura delle cose che gli uomini siano cose contro natura.La gentilezza che viene da una sola parte non può durare a lungo.La salute è la madre degli stravizi.L’emulazione è la più in genua firma di adulazione.Lascia la gab bia aperta,chissà che il canarino un giorno non ritorni.Ridi e il mondo riderà con te,piangi e rimarrai solo. Passare dal rifiuto dei consumi al consumo dei rifiuti.I foderi combattono,le sciabole restano appese.Riuscire a farsi notare cercando di scomparire.Le lampade ad arco , con il loro bianco sgargiante fra le file d’alberi, ritagliano luci e om bre o si perdono in mezzo alle foglie che già res pirano le prime luci dell’alba. I negozi sono chiusi: al terreno di palazzacci neri,Pygmalion,i Petits Agnea ux,la Cour batave,il Meilleur Marché du monde ondeggiano con la luce che presa dal vento segue le sue melodie ora sulle finestre che s’illuminano per un attimo ora con le vetrine buie e il marciapiede che poco fa inondavano di luce. Le grandi insegne dorate che di giorno splendono al sole sui bal coni, al primo, al secondo piano e via via,confondono nello scuro le lettere di neon giallo e sembrano dormire come il commercio. Fiori e piume, liquidazioni, alimentari, tessuti hanno chiuso i battenti e tac ciono, sul boulevard Sé bastopol che sembra un nastro d’acciaio nell’immediato dopo piovasco,quando l’asfalto diventa uno scuro specchio di ombre e luci veloci.C’è una qualità del silenzio sulla rive gauche che non si registra altrove a Parigi. Città senza fortuna, vuota solo nell’istante in cui calpesto l’erba per calpestare ancora i veti esplosi di vetrine; città senza riverberi.Qui c’è un sovraccarico di luci e di avvenire,invece il freddo della notte è sfiorato solamente quando rientri all’alba e senti il respiro del giorno che sta per venire.” Un piccolo bastardino se ne sta appoggiato al parapetto d’un ponticello di legno che cam¬mina sopra il canale Saint-Martin con le sue gracili zampe.Il quai de Valmy porta a spasso i suoi tristi selciati.Costia viene spesso in questo quartiere, dietro la stazione dell’Est.Vi trova la pace la¬boriosa,il rumore fecondo.I lavoratori non sono nervosi. Le chiatte scivolano.Il livello cresce,cala.Già la chiatta è lontana,è magia.Le bettole sono deserte.Da quelle parti è sempre pomeriggio. Guarda l’acqua, l’acqua che non scorre e che tuttavia se ne va. Ci sono alcuni innamorati sulle panchine d’un esile giardinetto, sul quai de Jemmapes. I barcaioli non degnano d’uno sguardo gli innamorati. Le grandi chiatte so no pesanti.Lo stridore delle chiuse, il ribollire dell’ acqua ha punteggiato le frasi. Laggiù gli innamorati non sono più sulla panchina, sono nella luna, o nel sole, o nelle stelle e scrive:-“Già la luce non parla più dell’inverno, e i gi orni si sono allungati.La dimensione storica è fondamentale per capire le motivazioni che hanno spinto certe pers one- cioè i protagonisti delle storie che mi piace raccontare- a co mpiere determinate scelte. Senza la ricostruzione dell’ambiente, del clima politico e sociale, degli acca dimenti di portata epocale, una vicenda umana resterebbe relegata alla nuda cronaca, un po’ simile ai tele giornali che spiattellano morbosamente l’ultimo evento politico e non si chiedono cosa abbia indotto a farlo succedere”. La vicenda umana-e politica-di un Costia, senza raccontare cosa è l’altra faccia della Belle Epoque de gli inizi secolo, con la miseria di operai e minatori, con le cariche a colpi di manganelli di sabbia o le fucilate sugli sciope ranti, le schedature dei lavoratori “sovversivi” condannati così a restare disoccupati, le quotidiane umiliazioni, gli stenti e la repressione, senza tutto questo Zarian resterebbe relegato in un museo di narrativa per viaggiatori e spie, privato della carica di umana sensibilità che lo porta a diventare il ne mico pubblico numero uno della Francia ap parentemente gaudente e spensierata.La tan¬to rimpianta Belle Epoque, non è poi così felice: l’Eu¬ropa non conosce guerre su vasta scala, ma la mortalità in¬fantile è altis sima,gli adulti invecchiano in fretta e muoiono presto,le con dizioni di vita dei lavoratori sono spavento se,nulli i diritti del¬le donne. Che senso avrebbe raccontare le imprese di Costia senza scavare nelle divisioni all’interno di una società che si sta scrollando di dosso l’inutilità della Belle Epoque e rischia per il progetto di un secolo industria lizzato pagando di persona oggi per domani,tutto questo in funzione della “ragione di partito” che aliena l’ardore di tanti. Si presta dunque il nomi¬gnolo di monsieur le vivisecteur. Le pagine sugli amori con alcune fanciulle di alto lig naggio(con le quali intreccia relazio¬ni,evidentemente,a fini di spionaggio)sono durissime: per la violenza e la prote rvia demoli¬toria che le ispira.Ed è proprio in questi giorni che legge tutta la Divina Commedia innamorando sene perdutamente. Continua a stare nella buia cameretta sotto l’abbaino sulla rive gauche. Costia non ha piu fiducia negli uomini. Allora inventa il suo amore. Si rifugia qui come durante una tempesta ci si rintana in un’ oasi-cavernale. Raccoglie la sfida, continua ad esistere. Sopravvive. Ma anche lui, come tutti, s’annoia. Costia:-“ Nulla è più imprevedibile, più enigmatico e più affascinante di un foglio bianco. Su di esso può mate rializzarsi una poesia d’amore,un’assunzione, una condanna a morte, o il conto della spesa.La scommessa offerta dalla poesia al poeta è vivere. Perché esistere al di fuori dell’esistenza è improbabile. E le parole difettano per dire a che punto siamo,quand’anche le cose appaiano d’una sorprendente chiarezza. L’uomo, grazie al progressso,util izza a vantaggio proprio e della comunità cui è legato solo una minima parte delle proprie qualità potenziali,anzi, non di rado sono proprio quelle negative (per esempio l’egois mo e l’ipocrisia) ad assicurargli il successo… Dunque, alla fine strappo una penna, una grande bellissima penna dal mio piumaggio di sole, la intingo in un cala maio e mi trasformo in me stesso. E’ sulla carta che si depositano i migliori sedimenti della me¬moria. Nonostante i cumuli di polvere.” C’ è calma, su Parigi, come su un grande sudario di quinta teatrale ab¬bandonata.La notte è immobile.Il posto é evocativo,perché in questo vicolo cieco c’era un convento giansenista distrutto durante la Rivoluzione. Costia:-“La cappella sconsacrata, è diventata l’atelier del pittore Georges Rochegrosse,uno di quei pompier che prediligono le raffigurazioni di schiave schiacciate dai piedi di un impropabile conquistatore,dove si camuffa la sensualità di una pittura che vede ad esempio: Salomé che balla davanti a re Erode più in là da Pigalle,vicino la piazza il cui nome è sinonimo di licenziosità,c’è,sul declivio di Montmartre,il numero civico 20 bis di rue Chaptal è un cul de sac dove la quinta di teatro è lo sfondo di una sala prove ,punto di riferimento della drammaturgia europea ,che dal1896 è il Grand-Guignol dove si respira la vera atmosfera teatrale.Ai 3 colpi dietro il sipario, ecco tutte le luci si spengono in sala. Tra tutti gli attori di questo teatro la più dotata e la più celebre è senza dubbio la Genevieve.Creatura stup enda, dai grandi oc chi incantatori, dai tratti fini, si è data sulla scena di rue Chaptal una maschera tragica, tanto da meri tarsi il titolo di “Sarah Bernhardt di rue Chaptal””. Un amore definito è un amore quasi finito . Un taxi porta Genevieve al Quartie¬re Latino. Già si pente del suo impulso. Come l’ inter¬preterebbe, lui? A che titolo vado a veder lo nel suo universo,nelle sue abitudini?Ma così, ma cosà, e ormai i passi si fermano verso piazza Saint-Sulpice. La chiesa è enorme, minacciosa, nera. Le stradine non fanno rumore. Si avvia alla bettola di Jean. Non esita prima d’entrare. Il bar è vuoto. Il signor Jean legge al banco, vicino al telefono. Lei resta sulla porta, ferma. Jean non alza gli occhi e, sempre continuando a leggere, borbotta: “Può chiudere la porta, diamine!” Genevieve si scusa, e chiude. Allora il principe alza gli occhi, i suoi occhi d’intenditore. E’ per lui una fac cia nuova. Pensa : “Non è del Quartiere”. E pensa anche: “Nè una studentessa, né una da marciapiede”. E aggiunge: “Non è abituata a mettere piede in bettole come questa”. E la constatazione lo irrita. Ma non lascia trasparire nulla. Pensa infine: “Che diavolo viene a fare qua dentro?” . Pensa presto, e molto, il signor Jean. Poi lascia il telefono e il giornale e, diritto come un capitano sul ponte della sua nave, s’informa: “Desidera?” Fieramente, con una certa enfasi. Si siede e osserva l’ambiente, il soffitto piuttosto basso, le pareti d’un giallo sporco. Dunque, è là che… Jean non risponde ma i suoi occhi parlano. In quel momento, la porta viene brutalmente spalancata;l’armeno che ha avuto tutta la famiglia trucidata dagli ottomani in Cilicia:18 persone tra cui 6 bambini di cui 3 in fasce e una donna incinta dell’ottavo mese,entra,insicu ro, seguito da Costia. I due non vedono subito Genevieve¬. Ordinano dell’ anice e del pilaf che Jean prepara su ricet ta di Costia .Ci mette,ovviamente il riso basmati e l’orzo cotti con tanto burro,conditi,poi, con mandorle e pinoli to stati, con amarene, prugne e albicocche secche, e alla fine un po’ di succo d’uva con chicchi di melograno. “Armenia eterna, ti presento il capo…” “Armenia eterna” abbraccia con tale trasporto il proprietario che que¬sto rischia di andar a finire all’ altro lato del banco. “Alla salute delle civiltà galanti! Un altro anice, signor Jean…” “Viva l’Ararat e le armene!” L’armeno si mette a ballare. Costia batte le mani. Lo spettacolo è allucinante.A volte i 2 mimano le raf¬fiche d’una mitragliatrice. Poi, sfiniti,si appoggiano coi go miti al banco. Il signor Jean bisbiglia, cerca di bisbigliare all’ orec¬chio di Costia che “una signora molto a posto” lo attende. Costia non lo ascolta. Costia non ascolta nulla. Col suo compagno, passa dalle pacche più virili a quelle te nerezze che per essere alcooliche non sono meno commoventi. “Un bicchiere per l’armeno, signor Jean, e di quello giu¬sto!” Costia si volta. Genevieve ha deciso di sorridergli. E lui ripete:“Lei qui, ma questa poi, lei qui!” Comincia un romanzo che non è previsto. E le parole tacciono, impressionate dal linguaggio delle situazioni reali. Pure agli ultimi limiti dell’ubriachezza, Costia conserva una lucidità in¬tatta. Non ha il minimo dubbio che Genevieve sia venuta per lui. Non che ne tragga un fatuo motivo di compiacimento: ma l’alcol gli dà l’audacia di valutare l’importanza di quanto lo riguarda. Così, l’adrenalina si impossessa di loro: le ginocchia si piegano; le braccia si allacciano e, non stando in equilibrio, vanno a cadere su un divano che occupa una parte del salotto. La luna tramonta portandosi via quel po’ di pudore rimasto tra due corpi che non si conoscono. La mano che vuole respingerlo sente battere il suo cuore. Lei, che sta per sfuggirgli, ricade più disponibi le e sensuale .Con le gonne sollevate fino sopra le anche, Genevieve si siede su di lui: il contatto ravvici nato delle sue fattezze povoca ,dice Costia:-“una mano che sale lungo la coscia, accarezza la base del pro montorio dell’amore mentre l’altra continua a sciovolare sui suoi generosi seni irriducibili come sogni”. Poi le parole si arrestano. I rumori non arrivano più. Costia tace, vuota il bicchiere di pastis. Riflette anche lui su quel che ha appena detto. La donna esita prima di chiedergli: “Perché beve?” Tanta è la sproporzione tra una domanda cosi fragile,e l’immensità della risposta da dare,che ne ride. Meglio riderne, altrimenti si rischierebbe di soffocare, d’asfissiarsi. Costia potrebbe dire:Bevo perché a Parigi adesso c’è il deserto dell’intelletto e perché la sete è una caratteristica essenziale del deserto. Ma sono parole. Dice: “Per passare il tempo… La vita, la morte, non mi mettono in ansia. Per me Dio non è un problema, è una risoluzione.Non lo conosco da un tempo tanto lungo che oggi mi sia necessario disfar¬mene.Ho creduto che l’uomo potesse tutto. Non avevo tenuto conto del potere delle stelle. Solo il numero delle stelle può dare l’idea della notte. Ma non si possono contar le stelle per passatempo..”. Costia non è più là. E’ nella sua terra, nel suo Ararat. Fa il giro del padrone del suo deserto privato, del suo Ararat personale. Ha ad un tratto, della sua vita, una rappresentazione plastica,dalla linea stranamente semplice. Il proprietario del piccolo ristorante sonnecchia, appoggiato coi gomiti al banco; due poeti parlottano come tra compagni si usa commentare la lunghezza d’un viaggio comune… Quando Costia se ne va, il suo sguardo cammina a lungo per Parigi, confondendo strade e idee. Beve un ultimo pastis al banco del signor Jean e torna nella lurida topaia a 2 franchi. In quella camera d’albergo i mobili non sono né antichi né mo¬derni.Le foreste sono state tradite.Gli alberi hann o degenerato.Costia apre gli occhi netti e tranquilli,uno sguardo verde,pieno di valli felici;comincia a sorridere.Gli è mancato proprio quanto basta a diventar qualcuno.Saper essere nessuno.E guardare la strada, e guardare il cielo. Immaginare il cielo che il treno mette sossopra,o i bambini a scuola,o le iniziali incise su un banco nero. Immaginare lo chalet che resiste all’ inver¬no.L’Arno che bruca le sue rive o la Senna vagabonda,o la piazza del mer cato,il robi vecchi dal grido meccanico,il sole imperiale a mezzogiorno in punto. Oppure, la spiaggia triste che le cartoline postali sfuggono, o un rimpianto che il mare s’ostina a ripetere… Oppure, al villaggio, il padre che tiene conto dei raccolti e sogna un genero laborioso com’ è lui. Così riesce e torna alla boite.Immaginare quel lettore in attesa che noi si scriva,in vece sua,un capolavoro,e che in vece sua si dica quanto lui non ha vissuto.Immaginare soprattutto l’in¬sufficienza d’una generosità verbale,e la sufficienza delle parole. Le parole che un vento scherzoso inventa per la speranza, per una mat¬tina di neve nel giardino rinnovato, le parole come la sabbia nell’illusione di dire qualcosa riesce a irrigare…impossibile per una donna amare un giovane ancora non fedele ma neanche infedele nell’imma¬gine dei primi incontri. L’adulterio non sta dove si pensa. Non viene tradito il marito, è stata soltanto la moglie a sbagliarsi.Lei queste cose già le pensa. La mano scuote più forte la spalla di Costia che si è addormen¬tato. Il signor Jean dice con voce dolce e sommessa: “Ma perché piange?.. Mi scusi, sto per chiudere, non pianga signore..” E’ la prima volta che lo chiama “signore”. Davanti a questa lacrima inesplicabile, incomprensibile per lui,poiché esce da un sogno per cadere sulla realtà, a Jean improvvisamente sembra che ogni familiarità sarebbe fuori luogo. Tutti i calamai del mondo potrebbero venire a bere alla sorgente.L’opportunità non sempre è geniale. Uno scrittore non dovrebbe render conto che ai suoi personaggi.E Costia ha ripreso il suo manoscritto. Per un attimo resta piantato come un albero inquieto davanti a Parigi.Fuori piove. Nel giardino di casa sua, vicino a Montmélian, in un piccolo villaggio che si chiama Saint-Pierre-du-Souci, a Genevieve, da piccola, piaceva cogliere ribes, nei mesi spensierati dell’ estate. La ragazza insegna, lettere, in una grande collegio della città, da 4 anni. Della nativa Provenza ha conservato quell’ ac¬cento, ben noto, che si trova esattamente al confine tra la poesia e una vaga volgarità. Quell’ accento è una musica in buona salute. Costia è partito col suo manoscritto. Non esita oltrepassando la soglia dell’ufficio dell’editore. Genevieve è sul punto di chiamarlo, di corrergli dietro. C’è solo il vento, ad origliare alle porte. Un vento senza dimensione, un vento loquace e lirico, un vento dal profilo teatrale. La spia mandatagli da Ginevra riavvita la penna stilografica con i gesti un po’ pesanti del professore alla fine della lezione. Ripone meticolosamente la penna nella tasca interna della sua giacca fode¬rata di pelliccia, poi, sollevando delicatamente la pistola, se l’ag¬giusta alla cintola. La rivoltella sembra una cosa inadatta a quel tipo d’uomo. La spia respira in maniera irregolare come quelli che non parlano a lungo ma potrebbero spiegarsi di più. Costia sta sem¬pre seduto sulla rozza panca di legno della boite di Jean. Le sue larghe spalle arcuate lasciano danzare l’ombra della sua testa su quotidiani che pendono in miserab ili portagiornali su vecchie casse da nave. Mai ha riflettuto di più. Si ascolta sempre. Spesso i bambini si divertono a ripetere le parole più comuni, fin che queste perdono il loro significato, fin che appaiono irreali, sconosciute. Il vento non parla più. Verso nord, a qualche chilometro,si vede la città e s’indovina il suo respiro. Le città non respi¬rano che di notte. Il vento ha cancellato le nuvole, e la luna,una luna stranamente simile a quella sofisticata dei film muti, rischiara la strada più che i lampioni di boulevard Saint Germain. In certi momenti della vita gli uomini parlano per dire qualcosa e quando tacciono, parlano ancora. Si volta verso la spia. Un collaboratore che ignora il suo nome. Eppure un collega, perché sono insieme, perché sono uniti, e riuniti dallo stesso compito, su un fondo d’incubo e di speranza. Il profilo di Costia è giovane. Gli occ hi sono fissi sulla sua meditazione, e, come si esegue un disegno a cui basti il rigore geometrico, dice: “Non è un fatto normale, la guerra.” E come sempre le nuvole si sono violentemente rovesciate verso la città.L’acciottolato brilla sotto gli occhi dei fari.Quell’uomo ha certo portato occhiali. Sempre i suoi gesti meticolosi. Che età può avere? In certe circostanze drammatiche, con degli sco¬nosciuti, ci si fanno le domande più banali. Preferisce la bistecca ben cotta, o al sangue? Va spesso al cinema? Con un gesto che viene da una profonda emozione, non da emotività più o meno morbosa, Costia stringe il brac cio del suo vicino fino a fargli male: “I ponti, i ponti, non è con i principi che si fanno i ponti,è con la speranza, con la fatica e con la proiezione nel futuro. Le parole non tengono in piedi.Ciò che tiene in piedi un ponte è il progetto, e migliaia,milioni,un milione e mezzo di morti inermi,di vedove in fuga,di bambini circoncisi e dispersi ,di esuli e di preghiere.La stella piu lontana sembra piu piccola, la persona che si tiene in disparte le somiglia..”Dà le informa zioni che gli servono e lo liquida con un “addio,ho al tro da fare”. Spirito d’eccezione, uno di quegli spiriti d’eccezione, è troppo… È giusto che un poeta sia bello. L’ambasciatore deve somigliare a quel che rappresenta. Costia ha conosciuto poeti piccoli e grassi. Che idea! Si dice: “Com’ è possibile aver genio con una faccia simile?” Costia si somiglia. E lo sa. Si conosce a memoria. I suoi occhi hanno soltanto lo splendore delle cose che si trasfor¬mano. Il grande labbro inferiore, ben dise gnato, ricorda il suo or¬goglio e la sua ira.Ma lui sa sorridere. Pochi sanno ancora sorri¬dere. I sorrisi sono lacrime che possono uscire solo dalla bocca. I sorrisi sono virgole, puntini di sospensione. Pochi sanno ancora mettere la punteggiatura.Costia sa farlo, nelle sue frasi. Costia si risiede. Come nelle sue foto.Si tortura il cervello. Vorrebbe dire belle frasi. “… Allora, Costia, sei diventato padre di te stesso, ora…” Ride, ride a labbra immobili, come una don¬na che tema di sciuparsi il rossetto.Volta pagina ed esce con Genevieve. Lui è un poeta e ama ciò che di bello si esprime da lei. I seni, all’ orlo delle len¬zuola, disegnano un uccello in volo. I denti sono bianchi, perle di latte brillanti come neve. I suoi capelli ondeggiano nella pe¬nombra. Si alza, raggio di tutta la sua giovinezza nella luce che dalla finestra la luna entra d’impeto nella stanza. Poi, subito, si rinfila sotto le lenzuola e attende. Costia guarda alternativamente la ragazza e la luna. Lei attende, con un sorriso quasi irreale sulle labbra. Guarda. Se ne va. Contro ogni evidenza predica il sor-riso. E’, tutto sommato, un bel tipo d’uomo. Un uomo che è solito ripetere: “Manco di savoir-vivre”.” Un giorno in una delle grandiose ville francesi Costia sta contemplando un quadro con 2 amanti. Dice,spudorato: “il legame tra ecci¬tazione e freddo rappresenta il lato più incomprensibile del ri¬cordo che mi è ri masto di quelle ore”. Vicino a lui c’è una statua bionda che avrà 20 anni.Altissima,eterea,bellissima e incantata dai suoi modi e dalle sue parole.E’ la figlia del console svedese a Parigi.Lui la prende per mano,senza presentarsi,senza dire una parola.Escono. La farfallina ha deciso di sorridergli. E lui ripete: “Lei qui, ma questa poi, lei qui!” Comincia un romanzo che non previsto. E le parole tacciono, impressionate dal linguaggio delle situazioni reali. Pure agli ultimi limiti dell’ubriachezza, Costia conserva una lucidità inpressionante. Non ha il minimo dubbio che sia venuta per lui. Non che ne trai un fatuo motivo di compiacimento: ma l’alcool gli dà l’audacia di valutare l’importanza di quanto lo riguarda. Così, è contento della sua frase: “La sua pettinatura è quella di un angelo.Bisognerà vederci meglio, in questa nuvola di sogno…” Poi le parole si arrestano. I rumori non arrivano piu. Su un divano, farfallina legge una pagina, poi posa il manoscritto vicino a sé. I puntini si sospensione contano molto piu che le cose scritte. Cerca nella penombra il viso di Costia. Quando afferra uno sguardo, un atteggiamento, un sorriso soprattutto, le cola nelle guance un’ emozione fluida come un’ acqua incantata. Tutto il suo corpo inventa questo gran mercante di sogni. Il passato diventa una cosa perduta. Ama. Sceglie la vasta pienezza dell’ avventura che parla. Il dramma ha buon gusto. Costia è un rumore di treno nella steppa de¬solata. Vi sono mille modi d’essere giovani e innammorati. Ma l’emozione le cola dalle guance, nel petto. Le spalle di Costia, ritagliate dal giornale, le appaiono come un monumento tondeggiante, dilatato, ridicolo. Lo ama con passione.Crede in lui. Costia sa che l’infelicità è grande. Con smorfie e color grigio. Con gli occhi disfatti delle domeniche orfa ne. Con un cuore da albergo. Abita un albergo af¬faticato. Vi alloggia il suo sonno.Il cielo scivola lungo i vetri. La donna dorme, dolce e calma. È una tedesca biondissima. Una bambinetta svedese. Una bambinetta di 20 anni che è venuta a Parigi a perfezionarsi in francese. Un giorno meno gri¬gio degli altri, una voce dice a Costia, in piazza Saint-Sulpice: “Luxemburg…?” E’ tutto quel che la voce sa dire. In questo giorno, quella voce ha un vestitino celeste. Va al giardino. Costia non sa fare che gesti. S’incarta nella sua impotenza, nel suo imbarazzo. Poi finisce con l’accompagnare la voce al giardino del Lussemburgo. Gli occhi sono di miele, in¬fantili, interrogativi.Un pò ridono.Le tortorelle del Lussemburgo non s’in teressano ai valzer muset te che trascinano verso il rischio. Vi¬vono molto vicini alle storie d’amore. Quelli che non sono inna¬morati sono soli al mondo. Cielo, cielo è, quello sguardo di¬vertito, quello sguardo fiducioso.Lei viene dalla Svezia, con un vocabo lario. Genevieve si sveglia. Sorride a Costia. Non occorre vocabolario. Questo sorriso viene da un villaggio di conifere slanciate, da una vallata profonda. Si ascoltano i vecchi, in quel villaggio, si ama la musica. Genevieve è felice. Si vede. Non occorre vocabolario. Costia le dice: “Ho il massimo rispetto per le farfalle.” Non ha capito nulla, lei, certo. Nulla, perché lei non capisce il francese e lui non parla il tedesco. Lei spalanca gli occhi, inarca il sopracciglio destro, arrotonda la bocca. Vorrebbe parlare, inter¬rogare. Ma le parole non direbbero niente. Il dramma della lingua è questo: è un muro. Costia aggiunge: “Ho il massimo rispetto per le farfalle perché non hanno mai rotto le scatole a nessuno”. Gli occhi di Genevieve sono celesti. Una valle profonda, un cugino che suona la viola. Costia prende dal comodino un manoscritto.Legge.Genevieve ascolta.Ma c’è il muro.Lei non capisce nulla. Ma i muri hanno occhi. Dice:-“… Bisogna agganciarsi al vento.La rabbia non deve scivolare tra dita disperate.La musica dell’impazien za, del desiderio, accompagna i cacciatori della speranza”. Ma le svedesi sono capelli sul mare. Le si avrà per sfinimento.La città, la città è la nemica. Da tempo la lancet ta non segna più niente sul qua¬drante della velocità. Vanno avanti, che acce¬lerano. La distanza diminuisce, le nuvo le s’avvicinano. La mu¬sica raggiunge il diapason. Ecco l’amore. Genevieve non ha capito nulla.Con quella ragazza i baci non fanno duetto.Nello specchio senza riflesso di ques to incontro 1’amore non sa dire il suo nome. Costia dice parole. Ora guarda il cielo che s’infila sotto le lenzuola. Genevieve sorride ancora. Sa da molto tempo che i romanzi tra¬scinano le strade, i salotti, gli uffici. Sa da molto tempo che un romanzo non lo si fa, ma lo si scrive. Finisce col dire: “E scommetto che il libro s’intitola: Anhait…” Costia è stupefatto. Guarda sempre il cielo che scivola sotto le lenzuola. “ecco qui l’autore”. Poi gli amanti hanno cominciato a scambiarsi delle storie… Capita che le persone valutino male le distanze, o che si fidino eccessivamente delle loro forze. Una delle 2 piccole gemme rimane distaccata. Eppure la ragazza è vicinissima. La prima nuvola prosegue la sua corsa verso la libertà. L’altra, debole, candida, spossata, si dichiara vinta. Il cuore sta per scop piarle. I suoi occhi si muovono.Si adagia su un tetto,buona buona. I suoi occhi sono condannati.La testa s’inclina dolce¬mente. Osserva a lungo la città, contempla la sua malinconia. La sua tristezza non è altro che speranza. Si mette il rossetto,mettendo in mostra i capelli che la notte ha lasciato in disordine.Canticchia a bocca chiusa un motivo celtico,un’ aria del suo villaggio,una canzone scesa dai fiordi e dalle montagne leggendarie. Ha il sapore di quelle foreste così fitte che non vi trapela un raggio di sole. “Sai di foresta, piccola…” Lei s’infila una maglia rosa che modella stupendamente il suo seno agile e forte.Raccoglie a chignon i capelli. E’la neve che sorride.Sa più che mai d’inverno e di foresta. “Quel che mi rattrista, sai, farfalla, è che non potrò volare via con te.” La bacia a lungo, vede i suoi occhi spalancati nell’ attesa dell’addio. Pudicamente, gli scoiattoli si sono ritirati nel bosco. Lei offre le sue labbra immobili, calde, dure, senza impazienza,come un’ acqua che si lascia bere. Lo stringe, felice, tran¬quilla, con la serenità dell’ evidenza, del miracolo naturale.Ma subito Costia si svincola dalle sue braccia. Una tortorella sal¬modia sul davanzale della finestra. Forse un’anima che si la¬menta. Allora Costia prende dal comodino un dizionario francosvedese. Cerca la parola séparation. Gliela indica col di to,e la ripete ad alta voce, intonandola alla musica della sua lin¬gua. Poi Costia cerca définitivemént. Cerca a lungo questa parola, quasi col timore di non trovarla. Il dizionario sem¬bra un libro fatale, la chia ve dei sogni e degli incu bi, il manuale dei malefici d’un alchimista in delirio……Défavorable… défaitiste… désastre…La parola balza finalme nte come un oggetto nel campo di un binocolo che viene regolato, come la proiezione di dicitura che viene messa a fuoco. La parola s’installa, si fissa, s’immobilizza. Définitivement.. Lei unisce le 2 parole, “separazione” e “definitivamente” nella loro sintesi maledetta. E’ sempre sdraiata sul letto, coi capelli sfat¬ti, le gambe mezzo scoperte, i seni in affanno.Ha capito da tanto tempo.Ma è la sua giovane età che non vuole accettare Si copre bruscamente. Costia va alla finestra. Quando lei parte,Costia non le dice addio,perché non par¬la svedese. In queste storie, solo i puntini di sospensione hanno qualcosa da dire. Ma poi, quando è sicuro che lei ha lasciato l’albergo – e di questo potrebbe dare testimonianza la tortorella che tuba sulla finestra- tira su le lenzuola. Prima di partire lei gli mette furtivamente in tasca un piccolo pacchetto.I suoi seni sodi, i suoi occhi, più verdeg gianti d’una valle felice. Irrita. Irrita il poeta che non sa vivere, che capisce la morte dei colombi, che sa interpretare il loro ultimo sospiro, che legge sui muri le speranze dei selciati, che da del porco all’ inverno. “ Cara farafalla, dovremo lasciarci…” Costia apre il pacchetto. E’ un’ armonica. La farfalla dice: “Per dire amore…” Poi tende di nuovo le sue braccia forti che restano a lungo alzate verso la musica, che parla tutte le lingue. Ha l’aria di un giudice o di un bambino. I giudici e i bambini hanno il dono delle sentenze . Lui è il personaggio con una grande storia davanti , di un romanzo che va tutto scritto giorno per giorno. E’ un uomo perduto tra le pietre e i problemi, una specie di visionario indifferente agli orizzonti che scopre. Un ottimismo pieno di amarezza. Dio è per lui soltanto un asilo per la notte. Una sera in cui Parigi sprofonda nella sua leggenda:Costia entra al Lussemburgo, già deserto, in questa stagione.Le statue bat¬tono i denti, orfane impudiche.Nel bacino della fontana dei Me¬dici i pesci hanno freddo. Un Lussemburgo verde-bottiglia, ostile, abbandonato. Un’oasi taciturna. Una prateria in prigione. Costia s’avvicina a un gruppo di bambini che si divertono a gettare sassolini sulle foglie posate come isole nel bel mezzo della superficie scura dell acqua. Rimane un pezzo a guardarli,credendo di osservarli.In realtà i suoi occhi vagabondano.Questa età dell’innocen za nell’inverno, piantati come arbusti, intessono il retroscena sonoro della sua riflessione. Lui non capisce più i bam bini. E’ incerto della loro età. Lon¬tano dal porto le navi sono scettiche perché gusci di noce in balia alle onde provo cate dai sassi nella fontana. Costia chiede a uno di essi: “Sai suonare l’armonica?” Il piccolo, prima di rispondere, lo squadra. “Certo…” Un fatto evidente, la risposta è superba. Costia sorride. Porge al bambino il piccolo pacchetto messo furtiva mente in tasca:il regalo della farfalla. Piovono sulla fontana Medici foglioline arrugginite, il vento fa capriole. L’aria sa di muschio verde. Il cie lo si è impigliato nella rete delle cime degli alberi.Non si vedevano più inna¬morati. Le tortorelle abbando nano i rami per l’asilo piu sicuro delle pietre che sanno di Armenia e nostalgia,ma sono per questo eterne. Il bambino prova a suonare,ma nulla esce dall’armonica,un altro ci prova,ma niente,poi un altro e un altro ancora,fino a quando una governante prende lo strumento e lo restituisce con un sorriso a Costia. Le barchette hanno messo in questo momento le ali. I non ti scordar di me scendono dal giardino. Costia scrive:-“Dì queste parole, mia vita, trattieni le lacrime. Sempre è stato infelice l’amore…” Gli occhi hanno seguito le parole nel retroscena dell’ esperienza. La civilizzazione si fonda sulla distanza e “tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toc¬cati”. Ma civilizzazione e distin¬zione (dove al contrario della massa“pare che tutto accada all’interno di un unico corpo”)sono appunto il proprium della società francese come Cos tia l’ha conosciuta. Anche con ammira¬zione, per l’imperturbabilità con la quale fronteggia la minaccia bel lica – ma a prevalere, in lui, è l’orro re: “mantenere le distanze è prassi dei francesi. Non si avvicinano mai a qualcuno”. Forma suprema di questa ceri¬monia della distanza è il party“,dove trovi gente di tutti i tipi, , tutti insieme ¬in uno spazio piuttosto ristretto. L’abilità consiste nel stargli vicino,senza tradi¬rsi,senza far tra pelare,chi sei,cosa fai,come la pensi,meglio che la ge nte ti etichetti come viveur ,organizzatore di eventi, uomo integrato nella jeunesse dorèe della rive gauche,l’amico degli artisti”. L’ospite viene ricompensato con la più fastidiosa delle virtù francesi:la cortesia. È curioso che sia stato un grande poeta inglese a dire che nessun uomo è un’isola: per¬ché questo carattere riflette la condi¬zione francese. Lei sospira. Sospira ancora. Eh sì, è una gran dama, la farfalla che vola; Costia lo sa. Lei dice queste parole, queste sem¬plici parole: “Poveretto, quanto deve soffrire…” Costia, sul momento, non risponde. Quale poeta non soffre? A forza di soffrire diventano “sofferenti”.Ma non so¬migliano mai, per niente, alla loro sofferenza.È raro che un poeta meriti interamente il suo lettore. “Sa, non m’ha fatto confidenze. E poi, insomma, al diavolo;sono stufo di pensare, mi lasci riflettere…” La sofferenza della farfalla viene ogni sera a girare dentro il letto e la testa. Si vede, questa sera, per le strade di Parigi, un’ idea desolata per aver perduto la poesia. La tournée dei granduchi vicini al principe; il principe è il conte Costia, che scuote a lungo il capo, senza rifiutarsi di sorridere al destino. “Ma bene! Eccola davvero ridotto in un bello stato…! Sa che è bello? … Ah si, proprio bello!” Si vedono solo gli occhi di Costia, e la bocca che riflette al loro posto. “La farfallina? Psss! Partita, partita, col nome di Dio…” Poi Costia continua, monologo traballante, ma di logica imper¬turbabile: “La farfalla è volata via con tutta la sua primavera che dura un giorno.Ne aveva abbastanza,signori miei, ne aveva abbastanza…” La vecchia ragazza – Claudette, una vedova cantante che Costia chiama cosi perché si mette sempre in un angolo, a leggere vecchi libri scompaginati e segnati, ed è solita cantare cento volte la stessa canzone – la vedova lascia cadere un lungo sguardo flemmatico, commentando: “Che brutto affare! Una persona istruita…” Costia protesta:-“Ehi, vecchia ragazza, non si richiede il tuo parere!” La vedova scatta dalla sua flemma:“Eh, no, no davvero!Ho un nome an¬ch’io,egregio signore!Ho un nome!” Il conte Costia s’è immerso così in una strana mitologia.La farfalla non c’è più. C’è,invece,”cravattestirate”, un tipo distinto in ogni occasione, sempre corretto e frettoloso. C’è il “ser vitore della patria”, una guardia che tra due turni, arriva dalla caserma di rue de Tournon a prendersi il suo bic¬chiere di pastis. E la vedova cantante che si dice musicista, che forse lo è stata, e che sorseggiando, fino alle ore piccole, si beve la sua birra scura – “il malto che di¬stacca”, scherza Costia – ascoltando Au ber che si porta a spasso l’opera comi que attraverso amori infelici. Per le vie del Quartiere, questa sera hanno visto un’ idea desolata. Verso le 3 del mattino, al boulevard Saint-Germain, Costia ubriaco sfatto s’addormenta a ridosso della vetrina d’un libraio dove un Tintoretto tutto azzurro s’annoia¬ sul muro. Libri, molti libri, allineati fino al soffitto. 1904-Lo zio lo chiama per un breve periodo a Mosca,dove Costia può vedere con i propri occhi cosa sta acca dendo:totale rivolta. Viene inaugurato un lungo tratto della Transiberiana,la linea ferroviaria più lunga al mondo. Più di 9mila chilometri di rotaie collegano lo sconfinato territorio russo dall’Europa a Vladivostok, sul mare di Giappone. La Cina concede il passaggio per la Manciuria per raggiungere il Pacifico e Port Arthur,ma il Giappo ne,ormai potenza imperialista, teme di perdere l’egemonia politica ed economica nelle regioni dell’estremo oriente, per questo, dopo alcuni tentativi falliti di intimidazione,a gennaio dichiara guerra alla Russia.Il paese nip ponico sfrutta posizione geografica, superiorità degli armamenti, migliore organizzazione militare. Il 2 Gennaio, dopo 8 mesi di assedio, la base russa di Port Arthur deve arrendersi; il conflitto russo-giapponese si conclude a maggio, quando le corazzate nipponiche affondano la flotta zarista al largo di Tsushima, davati la Corea. “L’Europa orientale resta feudale-scrive Costia- anche se il capitalismo comincia a penetrare nelle campagne e nascono le prime industrie.Il socialismo si diffonde con le proprie forme di organizzazione sociale, culturale e po litica.Durante il periodo pacifico il socialismo tende anche a imborghesirsi,con atteggiamenti opportunistici, me diante i quali si esclude la possibilità di nuovi scontri contro la borghesia. L’opportunismo nega che la lotta di clas se porta allo scontro armato e si limita a rivendicazioni salariali.Il bolscevismo, cioè la democrazia proletaria,si prepara alla rivoluzione.(La rivoluzione borghese come la definisce Zarian nda). Costia:-“ il marxismo è fallito perché al momento è “fallita” la sua ipotesi rivoluzionaria – che non significa solo capacità del proletariato di fare rivolte e rivoluzioni, ma soprattutto di pensare e costruire un nuovo modo di produzione .Il capitalismo ha impiegato secoli per affermarsi stabilmente; dal 200fino alla Rivoluzione Francese. Tra questi 2 estremi si sviluppa una fase attraversata da Riforme e controriforme, da sviluppo mercantile e rifeud alizzazione, da rivolte, insurrezioni, Sante Inquisizioni…Il capitalismo non si è sviluppato immediatamente per 2 motivi: primo, per l’immaturità di quel modo di produzione; secondo, perché la storia non si muove con percorsi lineari. Dalla Comune di Parigi, che è l’avvio del processo rivoluzionario che caratterizza questo secolo, alla Rivo luzione che sta prendendo corpo quest’anno, c’è il con traddittorio processo di costruzione del socialismo che si è rovesciato in un pieno ritorno al capitalismo; certo, anche per errori e tradimenti, ma soprattutto perché il nuovo modo di produzione non è maturo per affermarsi compiutamente. In Marx convivono lo scienziato, il rivoluzionario e il massone, cioè l’analisi oggettiva e l’auspicio soggettivo. Carlo Marx: il cui vero nome è Kiessel Mordechai, viene iniziato alla “Loggia Apollo” di Colonia.Il suo “Mani festo Comunista” non è altro che la codificazione del programma e dei principii rivoluzionari che ha stabiliti, 70 an ni prima, il fondatore degli Illuminati di Baviera, Adam Weisshaupt. Marx, nel periodo della stesura del Manifesto Comunista, appartiene alla Lega degli Uomini Giusti, un gruppo occulto che non è altro che un succedaneo dell’Ordine degli Illuminati di Baviera, costretti a ritirarsi nella clandesti nità dopo esser stati smascherati dalla polizia bavarese, nel 1786. Nell’Enciciopedia ebraica si legge che Mazzini e Marx vengono incaricati di preparare l’indirizzo e la costitu zione della “Prima Internazionale” (Comunista) iii. Nel 1847, gli “Illuminati inglesi” affidano a Marx ed Engels il compito di rielaborare i princìpi della setta in forma nuova e “scientifica”, mentre i finanziamenti necessari per la pubblicazione del “Manifesto Comunista” pro vengono da Clinton Roosevelt e Horace Greely, entrambi membri della “Loggia Columbia”, fondata, a New York, dagli Illuminati di Baviera Ciò che distingue un intellettuale rivoluzionario da un “analista della realtà”è che il rivoluzionario concorre a deter minare un orientamento, non si limita a registrare come sono andati gli avvenimenti, non è un cronista, ma un prota gonista della storia e non sta sulla riva del fiume ad attendere il cadavere del proprio nemico per poi dire “l’avevo detto, non bisognava…”. Di questo, Marx scrive in modo accattivante dell’insurrezione parigina della Comune pri ma ritenuta precoce e“avventata”, poi sostenuta e infine esaltata con parole entusiaste. L’impossibilità di cambiare, usando i mezzi materialistici indicati dal marxismo, la natura e la coscienza dell’uo mo, i comunisti non possono fare altro che eliminare l’intellighenzia dal mondo:gli orribili massacri, se non giustifi cati,sono nobilitati dalle buone intenzioni iniziali.Le stragi non hanno lo scopo di conservare il potere ai comunisti: le stragi fanno parte – in parallelo con l’incremento della produzione materiale, del meccanismo che secondo Marx e Lenin dovrebbe produrre una “società di uomini nuovi”. Questo meccanismo presuppone l’uso della “violenza co me levatrice della nuova società “. Si pretende di cambiare a ogni uomo la natura e la coscienza ,senza tener conto i reali risultati:montagne di cad averi:uno sterminato numero di morti. Lenin mi scrive una lettera che apparirà nel suo “Che fare?”:“La storia pone oggi a noi (cioè ai marxisti russi) un compito immediato, il più rivoluzionario di tutti i compiti immediati del proletariato di qualsiasi altro paese”… “L’adempimento di questo compito, la distruzione del baluardo più potente della reazione non soltanto europea,ma anche asiatica,farebbe del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivolu zionario internazionale”. Lenin scrive a Zarian:-“ la nostra agitazione contro la guerra,fra gli operai ed i soldati, consegue un risultato ta ttico negativo perché le masse cacciano i nostri oratori dalla tribuna, li picchiano, li massacrano; le masse non afflu iscono nel partito ma si allontanano.Quest’agitazione,però,nonostante l’ insuccesso,ci av vicina alle masse che si spi egano che la nostra agitazione contro la guerra è giusta e quindi si accelera e facilita il loro passaggio dalla nostra parte.” La guerra russo-giapponese rivela tutta l’instabilità dell’auto crazia,e la potenza del movimento proletario e contadino.Le mie 2 tattiche,come piano strategico dei mar xisti, portano alla rivoluzione democratica borghese”. Lenin aggiunge:-“E’ indispensabile calcolare le forze interne ed internazionali, impegnate nella lotta ed in ge nerale fare l’analisi dell’econo mia e della politica del periodo del rivolgimento. La rivoluzione di febbraio ha con dotto a termine questo periodo, attuando almeno 2 terzi del piano strategico delle “ 2tattiche”.” Negli anni giovanili in Russia, nei disordini della Mosca prebolshevica, nella guerra civile, nel tentativo di interna mento prima e dopo l’assalto al Palazzo d’inverno,Costia,rocambolescamente riesce travesten dosi,e con un po’ di buone amicizie a fuggire,come poi,farà tutta la vita, perchè è lui la vera spia del seco lo:geniale,ma riservato,sfug gente,ma affabulatore senza dire nulla, studioso ma scientifico nella cataloga zione dei fatti e nella memorizzazione delle scanzioni storiche del susseguirsi logico degli accadimenti . Non ci sono dubbi che sia stato legato più stretta¬mente e a lungo a Mosca e al Komintern di quanto non abbia poi riconosciuto.Ma cosa importa che se ne sia stac¬cato alla fine dell’800 o all’inizio del nuovo secolo? Conta inv ece che, nel cor¬so della prima guerra mondia¬le,Zarian di guerre ne ha combat¬tute già 2. Una in divisa dell’ esercito intelettuale contro il nazi¬panturchismo e il comunismo,dopo aver trovato prima rifu¬gio a Costantinopoli poi in Europa. L’altra,con carta e penna, contro l’ideologia stalinista,ridiventata presentabile con l’alleanza contro Hitler, ma pron¬ta a rispuntate dopo il conflitto più forte e pericolosa di prima. Il tempo è l’unico giudice dell’arte,della letteratura e del pen¬siero.Non sapere mai quando si è vicini quanto si sia vicini.Saper cedere senza eccedere.Quando un’uomo crede ciecamente in una idea, anche la buona fede è sosp etta.Le parole per comunicare,non per dire,usarle non esibirle.Basta il pensiero, non spingerti oltre. Il male della storia è protago¬nista di tutta l’opera letteraria, saggistica, filosofica di Zarian, a cominciare dal suo libro più famoso, il sempreverde “La Nave sulla Montagna”precur¬sore di tutte le analisi su gulag e campi della mor te.Al male Zarian si rifiuta di dare dignità metafisica o poetica.Dittature e dittatori gli sembrano edonisti por¬tatori di un’idea funzionalista della natura uma¬na.Gli studi di geopolitica e di storia e filosofia a cui si dedica tutta la vita (eredità di un padre nobile,generale,filosofo autodidatta e commerciante fallito)lo convincono che il “mostro” totali¬ tario è solo un demente colpevo¬le di atti osceni in luogo pubblico ai danni dell’umanità.Il vero problema non è lui, ma gli altri:il suo pubblico e i suoi seguaci. Scrive Costia:-“ Socrate, Gesù, Galileo sono stati condannati iniquamente: questa è per tutti una verità che non ammette dubbi. Ma è poi così accertata l’iniquità di queste condanne? E’ poi così accertato che costoro mirassero veramente al bene dell’umanità?” Paradossale e provocatorio ecco il dubbio insinuato da Costia, e tanto più in quegli anni di solidissime e glorio se certezze – sappiamo poi quanto oneste.Fino alla conclusione che riapre la questione,il processo,e rimette in discu ssione il concetto stesso di verità: “Ognuno di questi grandi accusati, prima di diventare vittima della giustizia, è vit tima di una sua particolare forma di misticismo”.Costia vede questi grandi processi come la lotta di 2 dogmi, 2 mis ticismi: quello della giustizia,la sacralità della legge,e quello della santità,del fanatismo e della riabilitazione postu ma, quello,in una parola,della storia.Decisamente si schi era contro la verità immutabile, contro la verità unica,che facilmente prende forma di fanatismo, di mis ticismo.Seguendo la lezione di Montaigne. 1905- Mentre Costia sta mangiando,al balcone,un Churchkhela,scoppia la prima Rivoluzione Russa. Scrive:-“La guerra russo-giapponese rivela tutto lo schifo e la debolezza dell’autocrazia russa. Lo sciopero generale di otto bre mette in evidenza questa debolezza (il colosso dai piedi d’argilla scrive Zarian). Inoltre, il 1905 rivela non sol tanto la debolezza dell’autocrazia, la superficialità della borghesia liberale e la forza del proletariato russo, ma in crina la convinzione che l’autocrazia russa sia il gendarme d’Europa. I fatti dimostrano che l’autocrazia russa non è in gra do di avere ragione neanche della propria classe operaia senza l’aiuto del capitale europeo. Finché la classe operaia dorme, ed i contadini non si ribellano, riponendo ancora fiducia nello zar-piccolo padre, l’autocrazia russa avrà ancora la possibilità di essere il gendarme d’Europa.Ma le sparatorie del 9 gennaio , svegliano dal torpore il proletariato ed il movimento agrario che sta distruggendo la fiducia dei contadini nello zar. I banchieri imperialisti anglo-francesi e i socialdemocratici tedeschi, giustificano il loro tradime nto adducendo il carattere progressivo del la guerra contro l’autocrazia russa, giocando, con l’ombra del passato, perché i veri gendarmi dell’Europa, non stan no a Pietroburgo, ma a Londra, Berlino e Parigi. Comunque va detto che quest’anno la Russia ha introdotto in Eu ropa, lo sciopero generale come mezzo di lotta del proletariato”. Dall’inizio della guerra la madre Sona si è accorta, come soltanto una madre può accorgersi, che Costia è cambiato. Esce meno con lei, quasi mai, anzi; preferisce vederla in quel luogo.Danzando sulle corde trop po tese d’una viola armena. Sopra uno scaffaletto,in un’inquadratura di vetro e semplice carta marrone,si può vedere un ponte,e,appog giato coi gomiti dove comincia il parapetto: Costia. E’ il ponte di Costia. Proprio il ponte che… Sona se gue lo sguardo del figlio o crede di seguirlo. Chiede con voce da bambina: “Sta sempre in piedi?”. Costia a questa domanda serra le mascelle e i denti stridono. E con durezza risponde: “E perché no!” Eppure Sona non ha fa allusioni al destino di quel ponte, prima vera gioia di Costia. E, goffamente, come per scusarsi d’un errore che non ha commesso, prende le mani della madre, mani la cui freschezza gli fa capire che ha la febbre. “Certo che sta su. È lavoro, te lo assicuro…” E, come per se stesso, col candore entusiastico degli adolescenti che fanno apologia delle loro prodezze, dice: “stai tranquilla,i pozzi di petrolio a Bakù,non riusciranno a sequestrarceli!” Il 9 gennaio: a Pietroburgo,Pope Gapon,guida una folla di dimostranti, che mentre si sta dirigendo verso il Palazzo d’inverno, viene attaccata dall’esercito e dalla polizia zarista.Alla fine degli scontri si contano cen tinaia di vittime. Oggi 3 milioni di persone incrociano le braccia. Mentre i rappresentanti degli Zetvo (con sigli provinciali) e delle Duma (consigli municipali) chiedono a Nicola II di cambiare la struttura burocra tica governativa, autocratica e repressiva, le organizzazioni rivoluzionarie puntano su soluzioni radicali. I “professionisti della rivoluzione” sono responsabili di attentati (il granduca Serej, zio dello zar, il ministro ed il ministro dell’istruzione Sipjagin sono alcuine delle centinaia di vittime del terrorismo politico) e allar gano le basi del consenso agli ordini di Grigorij Girsuni.Il socialista Boris Savinkov da un elegante allog gio a Pietroburgo trama la sua rivoluzione mettendo a punto l’assassinio del ministro dell’interno Pleve; nei sotterranei dei mercati generali di frutta del Caucaso viene allestita una tipografia clandestina. Petrosian (noto come Kamò) organizza bande armate per incursioni di espropri proletari regia del geor giano Dzugasvili, il futuro Stalin. “L’Università di Odessa è la centrale dei collegamenti rivoluzionari,agitatori professionisti,in odor di ser vizi, che l’hanno fatta diventare il covo dei provocatori-scrive Costia per Le Matin-.A maggio,gli operai hanno saccheggiato alcune caserme e si sono armati mentre il comandante militare aspetta l’inizio dei di sordini per dare inizio ad una inaudita re pressione. Quando la Corazzata Potemkin, ammiraglia della flotta zarista nel Mar Nero,il cui equipaggio,dopo l’ese cuzione di Georgij Vakulenciuk, ucciso dal comandante perché si è ammutinato a Sebastopoli e ha truci dato i suoi ufficiali,arriva in porto, la salma, deposta sul molo, diventa fulcro di un incessante pellegrinag gio .Immensa la folla che sfila davanti al cadavere e mette qualche moneta nella cassetta messa accanto e, imprecano contro lo zar ed il suo governo.Molti gli infiltrati istigatori. I cosacchi che arrivano per portare la salma al cimitero, vengono cacciati dai marinai ai quali si sono uniti i dimostranti. La Potemkin issa la bandiera rossa e comunica che darà sepoltura in mare;e se le autorità si oppongono la nave apre il fuoco. Il comandante chiede di essere rifornito di viveri.Inizia un braccio di fer ro durante il quale si registrano i primi scontri e una bomba che viene lanciata da un di mostrante uccide un esponente delle forze dell’ordine.La polizia spara sui dimostranti.Si ammutina un’altra nave:la Pobedo nosez. Dopo un giorno di scontri,arriva a Odessa la flotta dell’ammiraglio Krieger composta da 5corazzate e 7 cacciatorpedinieri e la Potemkin prende il largo e dopo aver girovagato priva di approvvigionamenti, de cide di arrendersi alle autorità rumene”. Mi ha scritto il giovane Joseph Roth:-“ Una dittatura reazionaria per sua natura si basa in prevalenza sui divieti. La dittatura proletaria russa per sua natura si basa più sui comandi che sui divieti, più sull’educa zione che sulla punizione, più sulle misure profilattiche che su quelle di polizia. Perciò la censura bolsce vica osta cola lo studioso, l’artista, il filosofo,lo scrittore: ma in cambio, per la prima volta, educa le mas se all’uso pratico di un’opinione. Il giornale, per la prima volta il cinematografo, sono al servizio della censura: non perché soffochino la verità, ma perché diffondono la verità della censura. Volontà della cen sura è come dire volontà del governo. Ecco la storia della corazzata Potemkin. Ciò che mostra, l’intuizione di Lenin sulla forza rivoluzionaria dell’ingiustizia, è più di ciò che vieta: il diritto di critica, l’equili

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