Il Ricci furioso

di Massimiliano Panarari per “Micromega

Negli ultimi tempi si è discusso di alcune riflessioni (da quella di Nicola Lagioia a quelle di Luca Mastrantonio e Francesco Bonami) su Antonio Ricci e su quell’autentica “controrivoluzione televisiva” che è stato Drive in, il programma che ci ha scaraventato, attraverso il tubo catodico, negli anni Ottanta del montante neoliberismo e che ha accompagnato l’involuzione italiana tra “ragazze fast food” e macchiette da neocommedia dell’arte reinventate in chiave, diciamo così, “postmoderna”. Il tutto detto, lo specifichiamo, senza alcuna nostalgia nei confronti della vecchia tv in bianco e nero di Ettore Bernabei.

Drive in è una esemplare e formidabile manifestazione di ciò che ho chiamato l’egemonia sottoculturale in un libro appena uscito con questo titolo (L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi), il quale ha suscitato da parte dell’autore tv (e molto altro) una reazione un po’ sopra le righe sottoforma di un articolo fatto firmare dal suo alter ego rosso, il cosiddetto “Gabibbo” – sembra incredibile, no? E, invece, a riprova di quanto stiamo dicendo… – un oggetto patafisico che primeggia in un’altra seguitissima trasmissione ricciana, Striscia la notizia.

Un programma che costituisce una prototipica “macchina situazionista” e mi sembra rappresentare perfettamente il trionfo di una certa antipolitica e di un certo populismo al servizio di interessi e poteri precisi, proprio mentre l’autore del “tg satirico” – che tale, palesemente, non è – vorrebbe continuare ad accreditare indisturbato la tesi della trasmissione di controinformazione e che non guarda in faccia i potenti; già, proprio così…

Di qui, lo “squadrismo verbale” (possiamo usare questo termine?) del sedicente pupazzone che parla di polemica tra “fantocci” (la ragione per cui è una sagoma a rispondere…), dice che con Giulio Einaudi in vita non sarebbe mai stato pubblicato un “saggio fast food” come il mio, aggiungendo che il sottoscritto altro non sarebbe che una “sinopia di tronista”, unicamente desideroso di ottenere un invito in qualche talk show. Considerazioni offensive, ma, soprattutto, liquidatorie.

Perché invece ci sarebbe, a mio modesto avviso, da discutere e motivare davvero, altro che ripetere la litania e la tesi dogmatica secondo cui Drive in costituirebbe la “vera trasmissione gramsciana”, “comunista” e “nazionalpopolare” della tv italiana degli anni Ottanta. Del resto, proprio questo è un punto chiave: l’abbattimento, attraverso il tipo di televisione di cui stiamo parlando, di qualunque principio di verità e, persino, di verosimiglianza. L’ambivalenza più spinta. L’affermazione di qualunque cosa a prescindere dalla realtà. L’iperrealtà e, quindi, la virtualità: un effetto del postmoderno piegato a uso e consumo delle classi dirigenti neoliberali, le quali nella manipolazione dolce hanno trovato una formidabile “arma di distrazione di massa” per consolidare in maniera inusitata il loro dominio.

Tutto questo, secondo Ricci è ironia e parodia. E, invece, è qualcosa di diverso. È un’operazione di manipolazione fortissima dell’immaginario, per fini precisi. Perché, attraverso il modello di tv da lui praticato – con estrema abilità e utilizzando, rovesciata di segno, una strumentazione culturale che viene dalla migliore sinistra degli anni Sessanta e Settanta (a partire dai situazionisti) – e per il mezzo di questo tipo di umorismo “cortigiano” e “di regime”, si è accompagnata e accelerata la metamorfosi in negativo dell’Italia, a suon di esaltazione del disimpegno, della religione dei consumi, dell’individualismo più spinto, dell’egoismo sociale e della mercificazione del corpo femminile.

O non è così? E, allora, lo si argomenti seriamente. È questa la discussione che ci interessa, non la polemica personale; e sarebbe interessante sapere cosa risponde l’interessato, invece di farsi rappresentare per interposto pupazzone o di sbattere sulla home page del sito di Striscia la notizia un “Club dei coglioli” (che suprema ironia, giustappunto…) nel quale inserisce i “cattivi” che non distinguono, sostiene lui, “la parodia dall’originale” e “l’ironia dalla boria”. E, no, troppo semplice madama la marchesa…

Abbiamo tentato, come hanno fatto e stanno facendo varie altre persone, un’operazione culturale di “decostruzione”, di analisi e disvelamento dei meccanismi che stanno dietro il successo e le finalità autentiche di questa ideologia sottoculturale (innanzitutto televisiva, perché, in tante sue trasmissioni, il piccolo schermo è il vero oppio dei popoli postmoderno, in primis in Italia). E, giudicando dalla reazione di Ricci, evidentemente, queste riflessioni hanno colto nel segno.

Senza indulgere in retorica, ci pare di avere a disposizione una fionda mentre ci troviamo contro le ogive nucleari (come il sito di Striscia la notizia, per l’appunto).
Ma non importa; tiriamo dritto, perché, come si sarebbe detto un tempo, ce n’est qu’un début, continuons le combat.

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Una Risposta to “Il Ricci furioso”

  1. L’egemonia sottoculturale: il post-moderno degli anni Ottanta e il trionfo dei “mezzi di distrazione di massa” Says:

    […] […]

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