Sartre e il dilemma delle scelte impossibili

Nell’articolo: “Le Mani Sporche” è un dramma emblematico dell’universo dell’intellettuale francese, con un protagonista ( Hugo) che rifiuta la classe dalla quale proviene, la borghesia, ma che al tempo stesso non viene accettato dai compagni di partito, sempre pronti a rinfacciargli le sue origini

Marco Barbonaglia per “Il Sole 24 Ore

Era il 1975 quando la polizia di Praga fece irruzione nell’appartamento del filosofo ceco Karel Kosik. Il regime lo considerava un dissidente e, in quell’occasione, gli agenti gli confiscarono un manoscritto di mille pagine, frutto di dieci anni di lavoro. Per sua sfortuna, Kosik non ne aveva una copia. Così, non gli restò che raggiungere l’amico Milan Kundera e sfogarsi con lui, discutendo sull’opportunità di scrivere una lettera a qualche personalità, all’estero, per cercare di far scoppiare uno scandalo internazionale.

Bisognava indirizzare la missiva a qualcuno che stesse al di sopra della politica, ad un uomo capace di rappresentare un «valore indiscutibile».

Messi di fronte alla desolazione del panorama europeo, i due dapprima si sentirono perduti. Alla fine, però, venne loro in mente a chi spedire la lettera. L’avrebbero indirizzata a Jean-Paul Sarte. Una scelta che, per la cronaca, si sarebbe rivelata saggia. L’appassionato intervento dello scrittore su Le Monde contribuì, in maniera determinante alla restituzione del manoscritto a Kosik.
L’episodio, narrato da Kundera stesso, è inserito nella prefazione alla nuova edizione di “Le Mani Sporche” di Sartre, firmata da Paolo Bignamini e Mauro Carbone. Per quanto interessante, però, questo aneddoto non sarebbe completo senza la considerazione finale dell’autore di “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.« Il giorno in cui Sartre fu sepolto- conclude Kundera- mi tornava in mente il mio amico di Praga: ora la sua lettera non avrebbe più trovato alcun destinatario.».
Jean-Paul Sartre è infatti l’ultimo vero simbolo di un impegno della cultura che oggi è scomparso. “Intellettuale totale”,engagé, per l’appunto, per dirla alla francese, il cui approdo alla militanza è l’esito di un lungo percorso fondato sulla coerenza e sulla responsabilità. Una figura che ai nostri giorni non potremmo neppure concepire nel grande deserto preconizzato ancora una volta da un Kundera inquieto per «il vuoto dello spazio europeo che la cultura lentamente abbandonava».

Tornare a leggere Sartre, allora , assume un valore di riscoperta. Una riappropriazione che ha in sé il sapore della nostalgia ma che può anche aiutare a guardare oltre quel “vuoto”, quel senso di inutilità della cultura, slegata ormai da ogni possibile tipo di impegno o di confronto con l’epoca nella quale viviamo. In questo senso, la nuova edizione di “Le mani sporche” tradotta appositamente per una produzione teatrale italiana, acquisisce un significato del tutto particolare.

Composta nel 1948, è l’opera più controversa di Sartre. Al momento della rappresentazione attirò le ire del Partito Comunista francese a tal punto che lo scrittore decise di ritirare il permesso per la messa in scena. Da quel momento, il testo è stato allestito soltanto in alcune occasioni ritenute opportune dall’autore. Almeno fino al 1980, anno della morte di Sartre.
“Le Mani Sporche” è un dramma emblematico dell’universo dell’intellettuale francese, con un protagonista ( Hugo) che rifiuta la classe dalla quale proviene, la borghesia, ma che al tempo stesso non viene accettato dai compagni di partito, sempre pronti a rinfacciargli le sue origini. Lacerato da questo senso di solitudine e di inadeguatezza, deve affrontare un eterno dilemma della politica. Deve scegliere se rimanere “puro” oppure se “sporcarsi le mani”. Da una parte la pragmaticità di chi è pronto al compromesso anche a costo di tradire le proprie idee, dall’altra l’integrità e gli ideali che, però, rischiano di infrangersi contro la durezza della realtà.

Hugo sceglie di stare dalla parte di chi rifiuta di scendere a patti con il nemico e decide di incaricarsi di uccidere il capo del partito, pronto invece a stipulare l’alleanza. I giochi di potere e gli intrighi si riveleranno, però, ben più complessi di quello che lui credeva… Da qui le critiche del Partito Comunista all’opera.
Il testo, in realtà, inizia con il protagonista appena uscito di prigione per avere, evidentemente, portato a termine la missione. Quello che verrà chiarito soltanto nel finale è il motivo per il quale i compagni lo vogliono uccidere. Tutta la vicenda, dunque, è rivissuta attraverso il flashback messo in atto dal racconto di Hugo a Olga, unica nel partito che lo vorrebbe salvare.
Un’opera che ci parla di anni nei quali era vitale cercare di rimanere fedeli alle idee, alla propria visione del mondo. Tramontate le ideologie, gli uomini ormai “si sporcano le mani” senza neppure pensarci. Il concetto stesso ha perso di importanza, per il semplice motivo che sono sparite le bandiere alle quali rimanere fedeli.
E il tempo dal quale ci parla Sartre appare lontano, quasi sbiadito, eppure il dramma rimane più vivo che mai. A oltre sessant’anni dalla sua stesura e dalla prima rappresentazione, , “Le mani sporche” racconta anche qualcosa della nostra società. Non ci descrive com’è, ma ci mostra dove inizia la strada che è stata percorsa. Ci parla di un bivio, di una scelta impossibile, di un dilemma mai risolto fino in fondo. Una tensione che attraversa tutta la storia delle utopie e delle ideologie rivoluzionarie senza riuscire mai a sciogliersi davvero. Non fosse andata così, forse, la lettera di Kosik troverebbe ancora oggi il suo destinatario.

Jean-Paul Sartre
Le Mani Sporche. (curato e tradotto da Paolo Bignamini)
172 pagine, Mimesis.
http://www.mimesisedizioni.it/

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