Cinque miti sul protezionismo

Jagdish Bhagwati per “Il Sole 24 Ore”, Traduzione di Anna Bissanti, © PROJECT SYNDICATE, 2010.

L’anno scorso a un dibattito intitolato Buy american, hire American: policies will backfire («Le politiche ispirate al “compra americano, assumi americani” avranno un effetto contrario a quello auspicato»), svoltosi a New York alla presenza di centinaia di persone, il mio team composto da tre promotori del libero commercio ha sfidato un terzetto di sostenitori del protezionismo, molto noti e spesso sotto i riflettori.

Ci aspettavamo di perdere il favore del pubblico con una percentuale di 45 a 55, ma in realtà abbiamo inflitto loro una cocente sconfitta, aggiudicandoci il favore del pubblico con una percentuale impensabile di 80 a 20. Il feedback di numerosi tra i presenti è che abbiamo prevalso facilmente poiché avevamo portato le «motivazioni e prove», laddove i nostri avversari avevano presentato «affermazioni e invettive».

Evidentemente, oggi il pessimismo che spesso opprime i sostenitori del libero commercio è ingiustificato. Le tesi dei protezionisti, vecchi e nuovi, sono semplici miti che è possibile contestare e sfatare facilmente. Prendiamone in considerazioni alcuni tra i più noti.

1 – I costi del protezionismo sono trascurabili.
Questo, naturalmente significa che se il protezionismo è conveniente da un punto di vista politico, non si dovrebbero versare lacrime perché si infliggono sacrifici al paese adottandolo, atteggiamento che molti democratici degli Stati Uniti trovano conveniente seguire. Paradossalmente, questo mito è stato il prodotto di una metodologia inappropriata, scaturita dalla ricerca del mio illustre professore di Cambridge Harry Johnson, rimasta alquanto inesplicabilmente la tesi favorita del mio illustre studente del Mit Paul Krugman sin dagli anni 90. Mentre però questi temi continuano a funzionare bene a Washington, nessun serio studioso li fa suoi, grazie alle convincenti confutazioni pubblicate nel 1992 da Robert Feenstra, il più illustre studioso “empirico” odierno delle politiche commerciali, e nel 1994 da Paul Romer della Stanford University.

2 – Il libero commercio può accrescere il benessere economico, ma non va bene per la classe dei lavoratori.
Questa affermazione gode di grande attendibilità presso i sindacati dei lavoratori che credono che avere rapporti commerciali con i paesi poveri provochi ristrettezze nei paesi ricchi. Di conseguenza, essi sostengono che è necessario spianare il terreno di gioco, per esempio che è opportuno che le spese dei loro concorrenti nei paesi poveri siano aumentate, imponendo i medesimi standard lavorativi che esistono nei paesi ricchi. L’uso orwelliano di definizioni come “commercio equo” maschera il fatto che questa altro non è che un’insidiosa forma di protezionismo che cerca di moderare la concorrenza nelle importazioni. Molti economisti, ciò nonostante, sono giunti alla conclusione che il principale colpevole della stagnazione che si osserva oggigiorno negli stipendi dei paesi ricchi è la continua innovazione tecnologica che incide profondamente tagliando la manodopera, e non certo il commercio con i paesi poveri. Oltretutto, i lavoratori possono approfittare loro stessi dei prezzi più bassi di prodotti importati quali abbigliamento e articoli elettronici.

3 – Il libero commercio comporta che anche gli altri paesi debbano aprire i loro mercati.
Questo ritornello si ripete ogniqualvolta negli Stati Uniti s’insedia una nuova amministrazione. Questi dati, tuttavia, sono spesso inventati, e il ragionamento che ci sta dietro non è affatto convincente. Le case automobilistiche statunitensi, per esempio, negli anni 80 – quando il Giappone andava molto forte – si lasciarono convincere che il Giappone fosse un mercato chiuso e gli Usa un mercato aperto. In realtà, erano gli Usa ad aver fissato una soglia di 2,2 milioni di vetture giapponesi, mentre il mercato giapponese era sì aperto, ma era difficile entrarci. Adesso si ripete lo stesso ritornello per la Cina. Anche se le altre economie fossero chiuse, le economie aperte trarrebbero in ogni caso vantaggi dal loro libero commercio. Un certo scetticismo circolò a proposito di questa indubitabile verità quando si sostenne che con il Giappone mercato chiuso e gli Usa mercato aperto, le aziende giapponesi avrebbero avuto due mercati, mentre quelle americane ne avrebbero avuto uno solo. Si arrivò ad affermare che le prime avrebbero avuto costi unitari inferiori rispetto a quelli delle seconde. Il problema, invece – come sempre – è l’assunzione che le aziende giapponesi possano continuare a essere efficienti quanto quelle americane, malgrado il protezionismo.

4 – Paul Samuelson ha sconfessato il libero commercio, ed è stato il più grande economista della sua epoca.
La seconda parte di questa affermazione è sicuramente vera, ma la prima, ribadita da molti protezionisti, non lo è. Perfino Hillary Clinton, durante la sua campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, ha erroneamente fatta sua questa affermazione sbagliata. Tutto ciò che Samuelson ha dimostrato è che qualsiasi cambiamento esogeno potrebbe nuocere a un’economia commerciale. Non ha sostenuto che la reazione più appropriata a questa sfortunata evenienza sia abbandonare il libero commercio. Potremmo prendere in considerazione la seguente analogia: se la Florida fosse devastata da un uragano, il suo governatore non farebbe che peggiorare le cose se rinunciasse ai commerci con gli altri stati.

5 – Delocalizzare i posti di lavoro comporterà devastanti conseguenze per i paesi ricchi.
Questa preoccupazione nacque durante la fallita campagna elettorale per la presidenza del 2004 del senatore John Kerry, periodo in cui le radiografie digitalizzate erano spedite in India dal Massachusetts General Hospital di Boston per essere refertate. Da allora, tuttavia, nessun radiologo ha perso il proprio posto di lavoro negli Stati Uniti, né i suoi guadagni sono diminuiti. In verità, è evidente che l’aumentata commerciabilità dei servizi non ha scatenato alcuno tsunami economico nei paesi ricchi.

Spesso i posti di lavoro che sarebbero scomparsi in ogni caso – per colpa degli alti costi negli Stati Uniti e in altri ricchi paesi – sono ricomparsi quando i costi si sono abbassati, fornendo così servizi che in caso contrario sarebbero andati perduti. Di conseguenza, famosi teorici preoccupati per la delocalizzazione come Alan Blinder si sono adesso orientati a sostenere semplicemente che una maggiore commerciabilità dei servizi significa che dovremmo estendere gli Adjustment Assistance Programs in vigore da tempo a favore delle attività commerciali in crisi in modo da includere i servizi. Al che i sostenitori del libero commercio rispondono: nessun problema su questo.

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