Quando la poesia modernizza un paese

Franco La Cecla per “Il Sole 24 Ore

L’immagine di Rabindranath Tagore a noi evoca molti elementi fuorvianti. Un bel vecchio, alto, possente, con una lunga barba bianca e lunghissimi capelli e una veste candida, ampia, fino ai piedi. Sembrerebbe un saggio, un asceta, un guru, come siamo abituati a vederne, da Osho a Sai Baba. Tutt’al più possiamo pensare che ci ricordi Tiziano Terzani, quel magnifico personaggio che negli ultimi anni della sua vita ci ha insegnato molto della nobiltà con cui è necessario vivere fino all’ultimo. E certamente Tiziano, che conosceva l’India benissimo, pensava a Tagore quando si vestiva come lui di bianco con lunghe candide vesti.

Rabindranath Tagore però era tutt’altro che un guru ed era anche molto poco asceta. È stato uno dei personaggi che più hanno influito nella formazione di una coscienza laica, aperta al piacere, attenta ai diritti e alle aspirazioni delle donne, antinazionalista, ma anche antitradizionalista, pur essendo profondamente radicato nella spiritualità indiana. Se lo prendo come personaggio di cui noi italiani avremmo bisogno è proprio perché è stato, lui che ha vissuto a cavallo tra due secoli (era nato nel 1861 ed è morto nel 1940) qualcuno che ha fatto irrompere la modernità laica in un mondo ancora arroccato alle differenze di casta e a una concezione schizofrenica dell’indipendenza.
Tagore ha formato la classe dirigente che ha poi gestito l’indipendenza indiana, è stato amico di Nehru e di Gandhi, ha formato Indira Gandhi, ma anche tutta la classe d’intellettuali bengalesi che hanno dato il via alla magnifica stagione dei grandi registi indiani, primo tra tutti Satyajit Ray. Da noi, nello stesso periodo non c’è stato nessuno con il suo respiro internazionale, la sua capacità cosmopolita e allo stesso tempo una lettura profonda dello spirito nazionale: l’inno indiano è stato creato proprio da Tagore. Soprattutto da noi non c’è stato nessuno che ha traghettato l’Italia dell’Ottocento verso una modernità, che l’ha aperta a valori laici e universali. Si potrebbe pensare a Gramsci, ma in Tagore c’era una capacità di parlare alle masse che Gramsci non aveva. A tutt’oggi, la gente per strada canta le canzoni di Tagore, suona la sua musica e sono canzoni d’amore, di nostalgia, di apertura alla natura, al mistero della vita, al mistero delle profondità dell’anima.

E Tagore non era un cattolico, né un buddhista, né un induista, era in perenne polemica con Gandhi a cui rimproverava la mancanza di spirito laico, l’antimodernismo. Era in polemica feroce con ogni tipo di limitazione dell’individuo, fosse di natura religiosa o nazionalista. Ce l’aveva con chi aveva creato un patriottismo della “madre India” che era servito a impoverire ancor di più le masse musulmane e a renderle nemiche delle aspirazioni indipendentiste dell’India. Ed era un feroce avversario della violenza con cui gli inglesi continuavano a trattare il suo popolo.
A seguito di un massacro assurdo perpetrato su una popolazione inerme nel 1919 dal generale Dyer, in una conca, a Jallianwalla Bagh, dove si erano radunati pacificamente migliaia di uomini, donne, bambini – i soldati avevano mitragliato la popolazione facendo 379 morti e 1.137 feriti; 1600 pallottole che avevano colpito 1516 persone – Tagore aveva scritto al vicerè inglese in India tutto il suo orrore e aveva restituito ogni tipo di onorificenza che il governo britannico gli aveva attribuito. Avveniva nel 1919, nel 1913 Tagore aveva ricevuto il Nobel per la letteratura, primo tra gli indiani.
Anche in questo senso il suo profilo è imparagonabile a qualunque italiano della stessa epoca (e di oggi). Saggi, poesie, romanzi, musica, canzoni, dipinti, migliaia e migliaia di pagine tali da produrre un proverbio bengalese che recita: «Una vita non basta a leggere Tagore». E che opere! Ghare-Baire (La casa e il mondo) racconta la storia di un rivoluzionario nietzschiano che si batte per lo swadeshi, il boicottaggio dei prodotti inglesi e che per farlo s’installa nella casa di un ricco amico aristocratico, che è contrario perché pensa che danneggi in primo luogo i poveri musulmani che non hanno i soldi per comprare le merci indiane che sono più care. E soprattutto teme le ripercussioni dello spirito patriottico indiano sui conflitti interreligiosi. Il rivoluzionario seduce la moglie dell’amico e ne usa le donazioni per finanziare un’operazione di boicottaggio violento delle merci che conduce a una guerra interetnica.

Se si guarda la versione filmica di Satyajit Ray del romanzo di Tagore, si rimane colpiti dalla modernità, dallo straordinario personaggio femminile diviso tra una responsabilità nuova e aperta al mondo per la donna e l’accorgersi della manipolazione maschile dei suoi sentimenti. Il capolavoro di Tagore in questo senso è il magnifico Charulata, la storia di una donna che soffre la solitudine in una condizione privilegiata, la moglie di un ricco signore che si è dato alla stampa politica fondando un giornale. Nella grande casa in cui lei è in qualche modo prigioniera della tradizione esplode con tutta la passione un amore con il fratello più giovane del marito, un personaggio vivo, leggero e che dà alla scrittura un senso più profondo di quello politico. Il fratello più giovane spinge la donna a scrivere e in questa scoperta dell’espressione lei trova una catena di emozioni che la sconvolgono e mettono in crisi il suo ruolo. Satyajit Ray ne ha tratto un capolavoro, uno dei più bei film del Novecento, con una figura di eroina che sta al passo con le grandi figure femminili della letteratura russa e del cinema di Visconti.
La cosa più impressionante è che Tagore sia riuscito a influenzare come nessuno la nuova anima indiana e che ancor oggi le sue opere servano ad alimentare il dibattito di chi vuole tornare a un nazionalismo induista ferocemente chiuso o di chi vuole un’India veramente laica e capace di tolleranza e modernità. Il dibattito sulla secolarizzazione e la laicità, che da noi viene provincializzato dalla Lega e che non trova alcuna sinistra capace di affrontarlo con uno spirito umanista e internazionalista, è stato invece tutto seminato da Tagore.

A noi è mancato l’umanesimo di Tagore, la sua passione politica e la sua passione letteraria, la capacità di trascendere l’India e di essere allo stesso tempo un suo popolarissimo cantore, la sua finezza di scrittore e la sua leggerezza di musico. La sua capacità di raccontare l’amore nella transizione tra tradizione e modernità, laddove l’Italia, il paese per eccellenza dell’amore, non conta nemmeno un grande romanziere moderno che abbia scritto una profonda storia d’amore. Chi potrebbe essere? Manzoni con i pupazzetti di Renzo e Lucia, D’Annunzio, con la decadenza esasperata, Leopardi, con l’assenza totale di lettura dell’amore? E in politica chi? Mazzini? Einaudi? Sturzo? Togliatti?
Se pensiamo che in più Tagore ha dedicato buona parte della sua vita a creare un luogo, Shantiniketan, un’oasi educativa dove formare alla musica, alla poesia, alle lingue, alla conoscenza del mondo, alla danza (Tagore ha insegnato a Isadora Duncan a danzare!) generazioni dopo generazioni d’indiani, il quadro è impressionante. Non era un moralista alla Tolstoj, non era un guru alla Danilo Dolci, era un uomo modernissimo e profondissimo allo stesso tempo. Qualcuno che ha traghettato l’India verso il mondo. Ruolo che da noi, accidenti, proprio oggi sarebbe quanto mai essenziale.

Il profilo
LA VITA
Rabindranath Tagore (nome anglicizzato di Rabindranath Thakhur) nasce a Calcutta nel 1861. Diviene presto un celebre scrittore, poeta, drammaturgo e filosofo indiano, ai tempi in cui Gandhi con la disobbedienza civile organizza parallelamente il nazionalismo indiano fino all’indipendenza. Figlio di un ricco bramino di nome Debendranath Tagore, leader del Brahmo Samaj (movimento religioso di riforma dell’Induismo che si sviluppò in Bengala, nel nord est indiano), viene educato in casa. Compiuti i 17 anni, va in Inghilterra per continuare gli studi. Inizia la facoltà di legge al University College di Londra, ma dopo soltanto un anno decide di tornare in India, dove inizia a coltivare l’interesse per l’attività letteraria e le riforme sociali.
Nel 1883 sposa Mrinalini Devi Raichaudhuri, dalla quale ha due figli maschi e tre femmine. Partecipa al movimento nazionalista, seppur con distacco ideologico, e diventa amico di Gandhi. Nel 1901 Tagore fonda una scuola a Visva-Bharati, fuori Calcutta, dedicata alla cultura emergente, occidentale e indiana, che nel 1921 diviene università. Nel 1915 viene rapito dal governo inglese, e liberato dopo pochi mesi. Tra il 1916 e il 1934 viaggia molto (anche in Giappone e Iran) e la sua produzione letteraria è davvero prolifica.

LE OPERE
Tagore inizia a scrivere poesie all’età di otto anni, a 17 pubblica il suo primo libro. Come scrittore riscuote subito grande successo, inizialmente nella sua regione. Poi, con la traduzione delle sue poesie in inglese, viene conosciuto anche in Occidente, e per il mondo diventa presto la voce della spiritualità indiana. Scrive opere di successo in ogni campo letterario, ma è conosciuto soprattutto per le sue poesie, raccolte in volumi come Sonar Tari (The golden boat, 1894) e Khanika (1900). La chiave del successo risiede nel fatto che l’autore usa un linguaggio comune, popolare, nonostante i pareri sfavorevoli della critica e del mondo accademico. Scrive alcune opere di prosa, come Eyesore (1903) e The broken Nest (1901). I suoi numerosi racconti, come quelli contenuti in Gora (1910) e Yogayog (1929), ancora oggi influenzano profondamente la letteratura indiana.
Si afferma nel mondo in particolare dopo la pubblicazione di Gitanjali: song offerings (1912). Scrive musical, saggi, diari di viaggio e due autobiografie, di cui una poco prima
della sua morte nel 1941.

IL PREMIO
Riceve il Nobel per la letteratura nel 1913 con la seguente motivazione: «Per i versi profondamente sensibili, freschi e magnifici, attraverso cui ha reso, con la sua compiuta esperienza, il suo pensiero poetico parte della letteratura dell’Occidente». Le sue opere sono state quasi tutte tradotte anche in italiano.

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