Somalia: il conflitto si estende

Gli attentati di Kampala dell’11 luglio scorso sono stati rivendicati dal gruppo radicale somalo.  La comunità internazionale al bivio e i rischi di una nuova escalation regionale

Matteo Guglielmo per “Limes

Se esiste un luogo al mondo che negli ultimi vent’anni ha sperimentato tutte le tipologie di conflitto armato e di intervento militare, quello è la Somalia. Così scrive Jefferey Gettleman sul New York Times, sottolineando inoltre che se il risultato dell’ultimo meeting straordinario dell’Unione Africana tenutosi in Uganda qualche settimana fa fosse quello di aumentare il contingente di Amisom di 2mila – o forse 4mila – unità, in questi anni di guerra la comunità internazionale dimostrerebbe di aver appreso davvero poco.

Due decenni di conflitto in Somalia e la storia sembra inesorabilmente ripetersi. Un contingente militare non basta per riportare la pace sul territorio del centro-sud, che sia composto da migliaia di marines americani, come nella missione Restore Hope dei primi anni Novanta, oppure dagli stessi caschi blu delle Nazioni Unite, come in Unosom II. Perfino l’Etiopia, paese che conosce meglio di qualunque altro il territorio somalo, non è riuscita a riportare la sicurezza a Mogadiscio, lasciando anzi la pesante eredità del suo controverso intervento ad un contingente regionale che oggi si trova a sostenere da solo il peso dello scontro con la guerriglia.

Nonostante la storia del conflitto abbia dimostrato come dei barlumi di stabilità siano riemersi solo con l’affermazione dell’Unione delle Corti Islamiche nel giugno del 2006, l’Unione Africana ha deciso di aumentare ulteriormente il suo impegno militare nel paese. L’aspettativa della comunità internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, il cui sostegno al contingente fino ad oggi si aggira intorno ai 200 milioni di dollari, resta quello di riconquistare almeno Mogadiscio, permettendo così alle Istituzioni Federali di Transizione di iniziare a governare e a dispensare servizi alla popolazione.

Inutile negare che la strategia in questo momento ha molte probabilità di fallire. Non solo perché le forze radicali degli Shabaab in questi ultimi anni si sono rafforzate e radicate in gran parte dei territori somali del centro-sud, ma soprattutto perché lo stesso contingente Amisom, ormai sotto continuo attacco della guerriglia, è spesso costretto a rispondere al fuoco in modo massiccio, finendo per mietere vittime non solo tra i miliziani, ma anche tra la popolazione civile. Ultimamente anche l’agenzia Associated Press, riprendendo un rapporto dell’Unione Africana, ha confermato la tendenza della missione dei caschi verdi ad intraprendere dei tipi di rappresaglie che finiscono col coinvolgere per lo più i civili, rendendo di conseguenza sempre più difficile il rapporto tra la popolazione e Amisom.

La crescente avversione contro i caschi verdi non fa che fornire nuovi argomenti a una guerriglia che, nonostante le sue politiche radicali, nell’ultimo mese è stata capace di operare quel salto di qualità che molti temevano. L’11 luglio scorso, mentre tutta l’Africa guardava concludersi il primo mondiale di calcio giocato nel continente, 74 persone venivano uccise in un doppio attentato a Kampala, in Uganda. La tipologia e il target degli attacchi hanno fatto subito pensare ad un’azione terroristica in stile qaedista. La conferma dei sospetti e delle voci dei responsabili che si rincorrevano in quei momenti di sgomento e di panico arrivava però solo pochi giorni dopo, quando Sheikh Ali Mohamud Raghe, portavoce di al-Shabaab affermava: “Dietro le due bombe in Uganda c’è al Shabaab”.

L’attentato dimostrerebbe come il raggio di azione di al-Shabaab sia considerevolmente aumentato. Fino agli attacchi di Kampala infatti, i “giovani” Muja’eddin avevano usato la tecnica del martirio solo sul territorio somalo, come era successo nell’ottobre 2008, quando erano stati attaccati l’ufficio della Presidenza e il compound UNDP di Hargeisa, in Somaliland, e nel giugno 2009, quando in un attentato suicida a Beledweyne, 300 chilometri a nord di Mogadiscio, aveva perso la vita Omar Hashi, l’allora ministro della sicurezza del governo transitorio.

A fare le spese del salto di qualità degli Shabaab potrebbero essere anche altri paesi dell’Africa orientale, come il Kenya, dove a breve si terrà un importante referendum costituzionale. Per non parlare del Somaliland e del Puntland, dove il pericolo di infiltrazioni del movimento islamista è sempre più concreto, soprattutto nella regione semiautonoma del Puntland. Proprio qualche giorno fa, un commando di Shabaab avrebbe cercato di attaccare la cittadina costiera di Bosaso. Lo scontro, risoltosi con una ritirata degli islamisti e con l’uccisione di una decina di combattenti, ha comunque allertato le autorità del Puntland, le quali hanno subito annunciato una controffensiva a Galgalà, ritenuta la nuova base Shabaab nel centro-nord. L’uomo che guida gli Shabaab in Puntland, stando ad alcune fonti di informazione somale, sarebbe Sheikh Mohamed Said “Attam”, un giovanissimo Darood (Harti/ Warsengeli) il cui nome è stato solo da poco accostato al movimento radicale, anche se secondo altre testimonianze la sua attività di reclutamento risalirebbe almeno al 2005.

Secondo le autorità del Puntland inoltre, le attività di reclutamento di “Attam”, e dunque di al-Shabaab, avverrebbero all’interno dei campi sfollati presenti nella regione semiautonoma. Proprio a seguito degli attacchi di Bosaso e di Kampala le autorità di Garowe hanno deciso di espellere diversi sfollati presenti nella regione, soprattutto uomini, e di spedirli nuovamente nella Somalia centro-meridionale, nonostante gli appelli e i pareri contrari dell’Unhcr e di molte associazioni della diaspora somala residente in diversi paesi occidentali.

A quasi due anni dall’insediamento del nuovo Governo Federale di Transizione trovare una strategia di contenimento del conflitto somalo resta ancora un compito arduo, anche per la debolezza del partner politico locale da sostenere. Mentre l’Unione Europea, con l’aiuto tecnico e logistico statunitense, ha iniziato ad addestrare le forze di sicurezza governative attraverso il programma di training militare EU Somalia Training Mission (Eutm), le Istituzioni Federali di Transizione restano pericolosamente “sospese” agli occhi di una popolazione che non riesce ancora a trarre alcun beneficio dalla loro esistenza.

Aprire o non aprire un dialogo con gli Shabaab è ancora oggi un argomento intrattabile, proprio mentre in Afghanistan parlare con i Talebani non sembra essere più un tabù. L’ironia di questi giorni però, come afferma Georg-Sebastian Holzer in un articolo apparso di recente sul sito dell’International Security Network, è che mentre gli Stati Uniti si stavano preparando ad impostare un approccio più soft riguardo la crisi somala, gli attentati di Kampala hanno spinto diversi attori regionali, Uganda ed Etiopia in testa, a rispolverare la linea dura dell’intervento militare. Anche se è presto per valutare la sostanza di questo approccio, la storia del conflitto somalo – ancora una volta – potrebbe comunque aiutarci a prevederne gli effetti.

Matteo Guglielmo è dottorando in Sistemi Politici dell’Africa all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli, autore del volume Somalia, le ragioni storiche del conflitto, ed. Altravista, 2008.

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