C’è una guerra dentro la guerra tra genieri italiani e talebani

In Afghanistan i guerriglieri tendono agguati contro i nostri specialisti. Da aprile disinnescate 50 bombe

Nell’articolo:. Sul versante militare i dati parlano chiaro: tra gennaio e metà luglio su 362 caduti alleati 210 sono stati uccisi dagli Ied, il 58 per cento contro il 61 nel 2009, il 42 per cento nel 2007 e appena il 16 per cento nel 2002. A maggio gli attacchi con bombe sono stati 1.128, più del doppio di quelli verificatisi nello stesso mese del 2009 come ha rilevato il Joint Ied Defeat Organization, creato tre anni or sono e che ha fotografato l’esplosione del fenomeno

da “Il Foglio

C’è una guerra silenziosa e letale dentro la guerra afghana, tra gli artificieri alleati e gli attentatori dinamitardi talebani. Un confronto che si gioca tutto sulle armi più efficaci degli insorti, gli ordigni esplosivi improvvisati (Ied – Improvised Explosive Device) posizionati lungo le strade per colpire i convogli e le pattuglie alleate, ordigni che causano non soltanto la maggior parte delle perdite registrate tra i 130 mila soldati internazionali ma che sono anche responsabili della morte di centinaia di soldati e poliziotti afghani e di gran parte delle vittime civili.
Dei sette caduti italiani registrati da gennaio in Afghanistan, cinque sono stati uccisi dai talebani e di questi ben quattro sono genieri dei reparti antibomba.

E’ una battaglia che comincia innanzitutto dalle “soffiate” di spie e informatori. Fonti preziose che informano i reparti alleati quando e dove vengono piazzate le “roadside bomb”,ma anche doppiogiochisti infiltrati nelle forze di sicurezza di Kabul che segnalano ai talebani la presenza dei loro più acerrimi nemici. Il Lince esploso su uno Ied il 17 maggio nei pressi di Bala Murghab con a bordo i nostri artificieri pare sia stato colpito non casualmente in un convoglio di oltre 40 mezzi afghani e alleati. Il comando di Herat non ha reso noti i dettagli dell’inchiesta ma risulta che l’ordigno sia esploso per effetto di un radiocomando, quindi i miliziani sapevano dove si trovavano i genieri, probabilmente grazie a un traditore afghano in uniforme.

Anche l’attacco di mercoledì sembra preparato
proprio con l’obiettivo di colpire i genieri. Un agguato teso lasciando in evidenza uno Ied come esca – in modo da attirare la squadra di specialisti – per poi colpire i militari con una seconda bomba nascosta e fatta esplodere con un radiocomando. Del resto gli insorti hanno buoni motivi per prendersela con gli artificieri italiani: da aprile hanno neutralizzato oltre una cinquantina di Ied, molti nell’area di Shindand, pochi chilometri a sud dal luogo dell’ultimo attentato.

E’ un duello di furbizia e tecnologia. Gli insorti sono riusciti a neutralizzare gli effetti dei jammer, i disturbi elettronici che impediscono ai radiocomandi di attivare l’esplosione degli Ied. Oggi i radiocomandi raggiungono un secondo dispositivo situato a un centinaio di metri dagli ordigni (fuori dal raggio d’azione dei jammer) che a sua volta attiva l’esplosione con un cavo sotterraneo. Cani fiuta-esplosivo, robot, veicoli speciali come i Buffalo dotati di braccia meccaniche lunghe sette metri per rimuovere gli Ied sono alcune delle tecnologie utilizzate anche se le più efficaci contro i terroristi sembrano essere i velivoli teleguidati impiegati per sorvegliare da alta quota strade e piste afghane. Le telecamere ad alta risoluzione individuano senza essere rilevati i “bombaroli” che sono eliminati dai missili Hellfire installati a bordo dei droni senza pilota. Nel 2006, in Iraq, l’Us Army creò un apposito reparto di droni anti Ied noto come Task Force Odin, che oggi è stato spostato nelle basi afghane di Bagram e Kandahar con 26 Uav Warrior. Anche i britannici impiegano droni armati; gli italiani, che per decisione politica non imbarcano armi sui loro Predator, si limitano a individuare gli attentatori talebani inviando sul posto pattuglie o elicotteri che però spesso arrivano troppo tardi per eliminare i terroristi.

Secondo i dati forniti il 12 luglio dall’organizzazione indipendente Afghanistan Rights Monitor (Arm), su 1.074 civili morti in guerra dall’inizio dell’anno 661 sono stati uccisi dai talebani, incluse 282 vittime degli Ied e 127 degli attentati suicidi. Sul versante militare i dati parlano chiaro: tra gennaio e metà luglio su 362 caduti alleati 210 sono stati uccisi dagli Ied, il 58 per cento contro il 61 nel 2009, il 42 per cento nel 2007 e appena il 16 per cento nel 2002. A maggio gli attacchi con bombe sono stati 1.128, più del doppio di quelli verificatisi nello stesso mese del 2009 come ha rilevato il Joint Ied Defeat Organization, creato tre anni or sono e che ha fotografato l’esplosione del fenomeno. Il Jieddo aveva già censito 3.611 attentati con ordigni improvvisati nel 2008, il 50 per cento in più rispetto al 2007 e una crescita tra i caduti alleati attribuiti a questi ordigni saliti negli stessi anni da 75 a 176.

L’anno scorso la Nato ha varato un progetto di studio
degli Ied guidato dall’esercito francese e due settimane fa il sottosegretario del Pentagono Ashton Carter ha annunciato l’invio di altri mille specialisti e lo stanziamento di 3 miliardi di dollari per telecamere, veicoli blindati, sensori e robot da impiegare in Afghanistan per combattere gli Ied. L’impiego su vasta scala di queste armi povere realizzate con esplosivo ottenuto da fertilizzanti o riciclando il Tnt di vecchi proiettili d’artiglieria comporta costi elevatissimi per le forze alleate non solo in termini di morti e feriti (oltre 1.200 quest’anno) ma anche di rimpiazzo dei mezzi più vulnerabili. Basta fare visita ai diversi contingenti alleati per notare come siano cambiati negli ultimi tre anni i mezzi, oggi tutti specificatamente progettati e costruiti per resistere (quasi sempre) agli Ied. Lince, MRAP, Jackal, Dingo hanno mandato in pensione anticipata e forzata Land Rover, Vm 90, Vbl, persino i blindati leggeri Puma e tutti i fuoristrada militari, trasformati in “bare con le ruote” dagli Ied. Da giugno il comando statunitense ha vietato l’impiego dei “gipponi” Hummer, anche nelle versioni blindate, fuori dalle basi se non dietro precisa autorizzazione dei comandanti di reggimento. La lotta agli Ied riveste un valore strategico del quale i talebani sono fin troppo consapevoli e la battaglia tra loro e i genieri si combatte non soltanto sul fronte della nuova tecnologia ma anche in prima linea.

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