Il monastero della tortura

Nell’articolo: La vera attività del carcere incomincia di notte, quando arriva in auto Lavrentij Berija. I giudici iniziano allora gli interrogatori e i pestaggi nei loro uffici, e incomincia il coro di gemiti e urla. Del resto, l’ordine superiore dice che un’inchiesta non deve durare oltre le due settimane, per cui è necessario ricorrere a mezzi estremi per ottenere le confessioni

Marta Dall’Asta per “Avvenire

Un’aberrante logica ha fatto sì che dopo la rivoluzione russa molti edifici sacri, soprattutto monasteri, siano tornati utili agli scopi della repressione con le loro mura, le celle, i sotterranei…
Il prototipo di questa mostruosa metamorfosi è il tante volte ricordato monastero delle isole Solovki, diventato il lager scuola di tutto il futuro Arcipelago. Ma non è il solo esempio, ce ne sono anche di più terribili per le violenze che vi si perpetravano, come il monastero di Santa Caterina, presso Mosca, trasformato nel 1938 in un carcere specializzato in torture, la famigerata e misteriosa «dacia delle torture», o prigione di Suchanovka. Misteriosa perché sembrava che non esistessero testimoni sopravvissuti, la si conosceva solo attraverso voci incontrollate e leggende; la voce popolare collegava insistentemente la prigione al nome di Berija.

Lidija Golovkova, grande esperta di nuovi martiri del periodo sovietico, e conseguentemente dei luoghi della loro morte, carceri e fosse comuni, nei primi anni ’90 l’ha fortunosamente identificata e letteralmente riportata alla luce, con tutto il carico di storie atroci che vi sono collegate. Ed ha pubblicato un libro perché tutto questo pesante fardello di memorie trovasse un senso, e non corresse il rischio di scomparire nuovamente. […]

L’eremo maschile di Santa Caterina era stato fondato a metà del XVII secolo nei pressi del villaggio di Rastorguevo, accanto alla tenuta dei principi Volkonskij chiamata Suchanovo. Dopo la rivoluzione di ottobre i monaci si erano trasferiti altrove per fare spazio a un gruppo di monache sfollate dalla Polonia durante la guerra; l’eremo era così diventato da maschile, femminile. Ben presto la nuova amministrazione bolscevica aveva imposto di trasformare il monastero in una cooperativa agricola, che le suore erano riuscite a far funzionare così egregiamente che, in anni di fame, potevano dar da mangiare all’intero villaggio di Rastorguevo. Poi, secondo un sistema ormai classico, le autorità civili, alla fine degli anni ’20, avevano imposto nuovi coinquilini, i delinquenti minorili di un riformatorio, ospitato in alcuni edifici del monastero riadattati a prigione.

Ma già nell’ottobre del 1930 l’amministrazione del carcere aveva chiesto maggior spazio, e l’autorità locale si era affrettata a compiacerla: «Anche se le monache erano preparate al peggio, quello che accadde le sconvolse per la sua crudele insensatezza. Ai primi del 1931 arrivò da Mosca un foglio: liberare gli edifici entro ventiquattr’ore. Si narra che le suore, raccogliendo in fretta i loro fagottelli, si diressero alla stazione ferroviaria di Rastorguevo, dove restarono tutto il giorno sedute a piangere. Molte non avevano dove andare perché erano cresciute in un orfanotrofio, e per di più in Polonia. Alcuni abitanti ebbero compassione delle povere donne, portavano di nascosto alla stazione patate bollite, ma soprattutto si presero le monache in casa».

Ciononostante, molte sarebbero state arrestate entro breve. Subito dopo la chiusura del monastero era incominciato il saccheggio a man bassa, anche se fortunatamente i vasi sacri e le icone miracolose erano già state messe in salvo di nascosto da alcuni fedeli del luogo. A quel punto accanto al riformatorio si era creata una prigione per delinquenti comuni con condanne sotto i tre anni. Per una incongruenza inspiegabile, fino al 1934 aveva però continuato a funzionare una delle chiese, e alcune monache lavoravano come cuoche nella cucina della prigione. Ma nel ’34 tutte le incongruenze erano state eliminate: la chiesa era stata chiusa, il sacerdote che vi officiava deportato, un diacono del monastero arrestato (morirà in un lager dell’Asia centrale nel ’37), un altro sacerdote fucilato.
Dal 1938 le cose nel monastero cambiano in modo radicale e repentino: alla fine di novembre nel giro di pochi giorni tutti i nuovi inquilini del monastero vengono sfrattati e iniziano grossi lavori di rifacimento.

All’origine di tanta fretta c’è il Decreto del 16 novembre che pone fine al terrore di massa. In base alla logica normale questo dovrebbe annunciare un periodo di respiro nelle persecuzioni, invece la logica dell’ideologia esige nuovi arresti e repressioni, perché bisogna trovare un colpevole cui addossare la responsabilità degli eccessi precedenti. Il colpevole in questo caso è il commissario generale della Sicurezza, l’inflessibile Nikolaj Ežov, che viene destituito e subito rimpiazzato da Lavrentij Berija. Il nuovo capo della Sicurezza ha già in mente un lungo elenco di alti papaveri da arrestare (sono il suo predecessore e tutto il suo apparato, sino ai gradi inferiori), e quindi ha l’esigenza di una nuova prigione di sicurezza lontana da Mosca ma non troppo. Due giorni prima di arrestare Ežov, Berija scrive una lettera ufficiale a Molotov, presidente del Consiglio dei ministri: «In relazione alle insorgenti necessità di creare una prigione di isolamento a destinazione speciale, proponiamo a questo scopo l’utilizzo del territorioe degli edifici del monastero di Suchanovo». Dall’errore di Berija sul nome del monastero di Santa Caterina è derivato poi l’uso di chiamare la prigione come la tenuta dei principi Volkonskij. […]

Le dimensioni soffocanti delle celle hanno uno scopo preciso: chiusi lì dentro con la luce costantemente accesa, controllati ogni paio di minuti dalla sentinella, si perde il senso del tempo e dello spazio, i nervi cedono. Questa è la prima tortura cui è sottoposto il prigioniero: «Lo spioncino si apriva quasi ogni minuto, bastava fare il minimo movimento che il chiavistello scattava e il secondino entrava a controllare il detenuto e la cella. Il guardiano non toglieva gli occhi di dosso alla persona sotto inchiesta, soprattutto per impedirgli di assopirsi dopo le notti passate sotto interrogatorio. Alcuni detenuti non li lasciavano dormire per molti giorni e notti, e bastava questo per farli uscire di testa», racconta il sopravvissuto Evgenij Gnedin (ex primo segretario d’ambasciata).

Durante la giornata la vita si svolge secondo un ritmo normale: sveglia alle 6 e visita alla latrina, poi la colazione fatta di minestra e 300 o 400 grammi di pane. Per un certo periodo, quando ancora le cucine non esistono, portano il rancio dalla vicina Casa di riposo per architetti, ma le normali porzioni vengono divise per dodici. Nel carcere di Suchanovka, diversamente da tutte le altre prigioni compresa la Lubjanka, non è prevista l’ora d’aria, non si ricevono posta né pacchi; al detenuto non danno neppure il sapone per lavarsi però, ogni tanto, la sera lo accompagnano alla doccia. Solo che l’acqua sulle ferite aperte è un’ulteriore tortura.

La vera attività del carcere incomincia di notte, quando arriva in auto Lavrentij Berija. I giudici iniziano allora gli interrogatori e i pestaggi nei loro uffici, e incomincia il coro di gemiti e urla. Del resto, l’ordine superiore dice che un’inchiesta non deve durare oltre le due settimane, per cui è necessario ricorrere a mezzi estremi per ottenere le confessioni. L’ex detenuto Aleksandr Dolgan ha elencato 52 tipi diversi di tortura. Secondo le affermazioni di un funzionario del Ministero della Sicurezza, Ja. Serov, che ha lavorato a Suchanovka per oltre dodici anni, fra il 1939 e il 1952 dal carcere sarebbero passati almeno 35 mila detenuti, tutti mandati qui per decisione esclusiva dei vertici, ossia dal ministro della Sicurezza o dal suo vice.

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Una Risposta to “Il monastero della tortura”

  1. Thèrése Says:

    Cosa si può dire? Milioni e milioni sono sta te le vittime dell’ideologia comunista, a umana memoria, la più disastrosa e omicida.Incredibile l’omertà che tuttora la copre. Così raramente dalla folla innumerevole delle vittime esce un volto, una storia, la testimonianza di sofferenze patite da creature di carne e sangue.Non un regista che vi si ispiri. Cento milioni forse le vittime? E’ come dire che una stella dista anni luce: la misura lascia increduli. Se qualcuno avesse narrato la storia di un Florenskij, di un Mandel’stam, di un Licachev, di Anna Achmatova, degli ospiti delle Solovkij;se uno di quei milioni di contadini che la fame spingeva a cogliere qualche spiga dal proprio campo,-sette di esse, sottratte, costavano anche ai fanciulli la condanna a morte- avesse un volto, un nome, forse quel male assoluto ravvisato nello sterminio spaventoso del nazismo avrebbe un rivale, più tremendo, più temibile. Conosco il nome di tutte le vittime che dalla mia città furono inviate nei campi di sterminio tedeschi, ma che c’è stato un Holodomor l’ho saputo per caso,pochi anni fa, rovistando fra i libri di mio padre, da un sommesso libriccino edito a Roma da preti ucraini esuli, dal titolo:”Primi incatenati”. Inconcepibile questa congiura del silenzio, le dispute capziose sulla definizione di genocidio, le buone intenzioni come giustificate scaturigini di fiumi di sangue,lo stalinismo colpevole invece del comunismo, quasi che il focoso georgiano fosse un deviato seguace di una nobile ideologia, e non il il suo conseguente, fedele interpetre.

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