Archive for agosto 2010

Il mendicante lettore che vive senza memoria

agosto 31, 2010

Leggeva un libro sporco e non alzò neanche la testa quando gettai una moneta nel suo barattolo di latta

Nell’articolo:  mormorò qualcosa, che non capii, poi disse: «Non ho ancora letto il suo libro. È bello?». «No», risposi. «Non lo so». Sapendo che il suo mestiere gli impediva di avere memoria, non mi passò nemmeno per la testa di chiedergli perché vivesse lì, in quell’angolo di strada, né se avesse una famiglia, una moglie o dei figli, perciò rimasi in silenzio; anche lui rimase in silenzio […..] «Perché piange?», mi chiese. «Non piango», risposi. «Perché mente?», domandò. «Non mento», replicai. Continuammo a fumare senza parlare; dopo un po’ me ne andai. Qualche giorno dopo, mostrando le fotografie della mia settimana a Parigi, mio figlio si soffermò su quelle che avevo scattato al mendicante. «Hai visto? », mi disse infine, ridendo. «Ti assomiglia»

Javier Cercas per “Il Corriere della Sera“, (Traduzione di Francesca Buffo)

Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono. O almeno questo è ciò che ho pensato lunedì mattina, quando sono arrivato in città per trascorrervi una settimana promuovendo il mio ultimo libro e ho visto un mendicante all’angolo tra la rue Saint- Jacques e la rue Des Écoles. Forse per prendermi un po’ in giro e farmi abbassare la cresta, il mio editore francese mi aveva alloggiato presso l’Hotel des Grands Hommes, nella piazza del Pantheon, e ogni giorno camminavo fino alla rue Séguier, scendevo lungo la rue Saint-Jacques per poi svoltare a sinistra nella rue Des Écoles e attraversare il Boulevard Saint-Germain e la rue Saint- André-des-Arts. Il mendicante era raggomitolato in un cartone, appoggiato al muro e con le gambe avvolte in una coperta; aveva i capelli lunghi e grigi, una folta barba grigia, un’età indefinita, e sembrava che fosse lì da secoli, seduto allo stesso angolo di strada. Il primo giorno che lo vidi stava leggendo un libro dalla copertina sudicia, e passando davanti a lui cercai di leggere il titolo; fui sul punto di fermarmi ma non osai farlo e mi limitai a proseguire per la mia strada pensando, felice ed esaltato, che Parigi è l’unica città al mondo dove anche i mendicanti leggono. (more…)

Dieci regole esclusive per stregare il cigno nero / (articolo consigliato)

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Non dare a un tossicodipendente altre droghe se ha crisi di astinenza. Prestare denaro a chi soffre per un indebitamento eccessivo nell’intento di aiutarlo ad alleviare i suoi problemi non è omeopatia, è rifiuto. La crisi per indebitamento non è un problema temporaneo, bensì un problema strutturale. Noi dobbiamo recuperare i tossicodipendenti […..] I cittadini non dovrebbero dipendere da risorse finanziarie come depositi di valori e non dovrebbero fare affidamento sui consigli di “esperti fallibili” per il loro pensionamento. La vita economica dovrebbe essere definanzializzata. Noi dovremmo imparare a non usare i mercati come depositi di valore; essi non contengono le certezze che possono richiedere i normali cittadini, nonostante le opinioni degli “esperti” […..] Scegliamo di passare a un’economia robusta aiutando ciò che deve rompersi a rompersi da solo, convertendo il debito in azioni, marginalizzando le scuole di economia e di business, chiudendo i Nobel in economia, proibendo l’acquisto di società mediante finanziamenti attraverso debiti, confinando i banchieri nell’ambito che compete loro, recuperando gli indennizzi di coloro che ci hanno condotti in una certa situazione (esigendo, per esempio, la restituzione dei fondi pagati a Robert Rubin o ai banksters, le cui ricchezze sono state incrementate dalle tasse versate dai docenti scolastici) e insegnando alle persone a navigare in un mondo con meno certezze […..] E a quel punto vedremo una vita economica più vicina al nostro ambiente biologico: aziende minori, un’ecologia più ricca, nessun uso speculativo di capitale avuto a prestito, in un mondo in cui sono gli imprenditori, non le banche, ad affrontare i rischi e in cui ogni giorno nascono e muoiono aziende senza fare notizia

Nassim Nicholas Tabeb per “Il Sole 24 Ore

Ho scritto i seguenti dieci princìpi soprattutto nel l’intento di permettere alla vita economica di fronteggiare le necessità del Quarto quadrante dopo la crisi.
1. Quel che è fragile dovrebbe rompersi presto, finché è ancora piccolo
Nulla dovrebbe mai diventare troppo grande per fallire. L’evoluzione nella vita economica aiuta a crescere più degli altri coloro che hanno la massima quantità di rischi nascosti.

2. No alla socializzazione delle perdite e alla privatizzazione dei guadagni
Qualunque cosa possa aver bisogno di essere salvata da un dissesto dovrebbe essere nazionalizzata; qualsiasi cosa non abbia bisogno di essere salvata da un fallimento dev’essere libera, piccola e in grado di affrontare rischi. Noi siamo entrati nelle manifestazioni peggiori del capitalismo e del socialismo. In Francia, negli anni 80 del Novecento, i socialisti hanno assunto il controllo delle banche. Negli Stati Uniti, nel decennio 2001-2010 le banche hanno assunto il controllo del governo. Questa è una cosa surreale. (more…)

De Alarcon Azopardo José Antonio – Ritratti di Lucia e Miguel

agosto 31, 2010

E Mehmet lesse nel cielo l’eclissi di Bisanzio

agosto 31, 2010

Il taccuino del giovane sultano che nel 1453 espugnò la città: la sera prima dell’assalto finale, per scacciare l’inquietudine, vi disegnò quel che vedeva

Nell’articolo:  In omaggio allo spettacolo di quella notte, di cui aveva disegnato sul suo taccuino l’inizio, il giovane sultano e primo cesare di Rûm ridisegnò la bandiera degli osmani. Dicono che la bandiera turca sia esistita secoli se non millenni prima del regno di Mehmet, che la mezzaluna fosse già emblema dei principati ottomani e di altri regni orientali preislamici, ed è vero. Dicono che da sempre la falce di luna, Artemide e poi la Madre di Dio, fosse simbolo della Polis, e lo si potesse vedere scolpito accanto alle porte delle sue case, e anche questo è vero

Silvia Ronchey per “La Stampa

ISTANBUL
All’istmo tra Europa e Asia c’era, e c’è ancora, la Città delle Città, che un tempo si chiamava la Polis e ora è chiamata Istanbul: entrambi i nomi significano «la Città». E al suo interno c’era, e c’è ancora, una Città nella Città, il Gran Palazzo del Topkapi. E nella sua Biblioteca c’era, e c’è ancora, un piccolo taccuino ingiallito, che contiene esempi di calligrafia e disegni, vergati da una mano insieme puerile ed esperta. È la mano di Mehmet II il Conquistatore, che quando lo vergò aveva vent’anni e stava conducendo un lungo assedio. (more…)

A 94 anni il ritorno di Bernard Lewis. L’ultimo libro del grande arabista

agosto 31, 2010

Nell’articoloLo studioso sostiene che democrazia “non significa un sistema di governo prodotto da persone che parlano inglese”, società differenti sviluppano “modi differenti di condurre i propri affari” e “non devono assomigliare ai nostri” […..]  l’idea che “i musulmani saranno sempre governati da tiranni corrotti” e che quindi “la nostra politica estera debba essere quella di assicurarsi che siano i nostri tiranni e non quelli di un altro” è una concezione “che ignora il passato arabo e non ha a cuore il futuro arabo”. 

Giulio Meotti per “Il Foglio”

Nel 1988, mentre l’attenzione del mondo e degli analisti era distratta dagli eventi nell’est europeo, Bernard Lewis scommise il suo prestigio accademico sul linguaggio politico dell’islam. E, in capo a due anni, la guerra del Kuwait ne avrebbe fatto un best seller. Nel 2001 uscì un altro suo libro, “What went wrong?”, e dopo qualche settimana ci fu l’assalto terroristico alle Torri Gemelle di New York. Fu sempre Lewis a capire per primo, unico ad aver letto gli scritti dell’ayatollah Khomeini, come il nuovo regime iraniano, accolto in genere come una benefica rivoluzione contro lo scià, fosse in realtà un fenomeno totalitario. Fu sempre lui a capire già nel 1998 come lo sceicco saudita Osama bin Laden che parlava contro “crociati ed ebrei” rappresentasse un pericolo mondiale. Sarà sempre Lewis a indicare alla Casa Bianca che gli iracheni perseguivano con coraggio da leone il desiderio di libertà conculcato da Saddam Hussein. (more…)

Sesso, sigari e Pop Art

agosto 31, 2010

C’erano una volta Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg. E Ramos, che mixava donne nude e ketchup. Come fa ancora oggi. Grazie a un segreto

Nell’articoloAd alcuni piacciono le rosse alte e magre e altri amano le bionde grasse piccole e paffute, a me piace la donna normale […..] Su dieci cose che faccio me ne vengono buone due. Spero di arrivare a quattro prima di morire. La mia intenzione è semplicemente quella di migliorare. Mi piace andare ogni giorno nel mio studio, e quando qualcuno mi paga per ritrarre la moglie io prendo i soldi per guardarla mentre si spoglia […..]  In realtà il sesso è un’attività e la nudità è una condizione

Sven Shuman per “L’Espresso“, altre foto qui

Corre quest’anno il 60esimo anniversario della Pop Art, il movimento artistico che ha creato leggende come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg e Mel Ramos. Il 75enne Ramos è l’unico ancora in vita, e continua a creare. Il segreto della sua longevità? Due sigari al giorno, rivela.

I quadri di Ramos mixano donne nude a icone del 20esimo secolo come Coca Cola e Lucky Strike. Il quadro della bella donna nuda che esce da una Banana Chiquita è un’icona della Pop Art, ma il suo stile gli ha guadagnato forti critiche da femministe e conservatori. Gli è stato dato del sessista, c’è chi ha cercato di boicottarne le mostre, ma lui ha continuato a coltivare la passione di una vita: l’arte. In quel mondo Ramos è molto rispettato. Amato dai collezionisti, disgustosamente ricco, è rimasto fedele a se stesso. Il libro “Mel Ramos: 50 anni di Pop Art” è stato appena pubblicato da Hatje Cantz.

Pablo Picasso diceva che il principale nemico della creatività è il buon gusto. È d’accordo?
“Picasso era un uomo cattivo, ha fregato un sacco di amici. Diciamo che è vero, ma non sempre. Io ho la mia idea di cosa sia il buon gusto. Non mi interessa disturbare. Picasso ha fatto molti disegni erotici, alcuni li definirebbero pornografici. Anch’io, ma per divertirmi e per scambiarli con i miei amici artisti”.

Ci sono ancora persone che posano per lei?
“Sì. Non molto tempo fa è venuta Pamela Anderson nel mio studio in California, voleva che le facessi un ritratto. Le ho fatto molte foto, e quadri con lei. Uno è stato venduto a una fiera d’arte in Corea, l’altro non me lo ha mai pagato perciò ora si trova in Austria nella mia galleria a Vienna. Speriamo lo vendano. Capita spesso che questa gente vede il quadro, non gli piace e non lo paga. Lei mi ha detto: “Sto costruendo una casa a Malibù, i costi mi sono sfuggiti di mano e non ho i soldi”. Vecchia storia, vada al diavolo. Non ha pagato neanche il costruttore, l’idraulico, un mucchio di gente. Comunque io ho un archivio di corpi femminili generici. Modelle che ho fotografato e ancora utilizzo. Cambio i volti”.

// Lei disegna spesso una bellezza classica, ma negli ultimi 15 anni la percezione generale della bellezza nel pubblico è cambiata, con queste ragazze estremamente magre e alte che un tempo non erano affatto considerate attraenti. Si va in una direzione sbagliata?
“In altre epoche le donne erano paffute, avevano corpi formosi. Definisco le mie donne bellezze generiche perché si tratta di persone “generalmente attraenti”: donne normali, con un seno di dimensioni normali e una bella figura. Ad alcuni piacciono le rosse alte e magre e altri amano le bionde grasse piccole e paffute, a me piace la donna normale”.

Le capita ancora di vederne una per strada e sentire il bisogno di ritrarla?
“Non proprio, anche se tempo fa ad un’inaugurazione diverse giovani donne molto belle mi hanno avvicinato per chiedermi di autografare un libro o un poster. Avessi avuto 35 anni di meno gli avrei chiesto di farmi da modelle, ora non più”.

Il suo ultimo libro si chiama “50 anni di Pop Art”. Ma la Pop Art esiste ancora?
“No. È successo molto tempo fa, negli anni Sessanta. Quando un gruppo di artisti – Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Jim Rosenquence, Jim Dime – sono arrivati a New York tutti insieme e nello stesso momento. Quella era la Pop Art. La Pop Art ha preso vita negli anni Sessanta ed è finita piuttosto rapidamente. Io però vivevo in California, ho passato diverso tempo a New York ma mai più di sei settimane per volta. Andavo là per stampare le litografie: e sei settimane e basta. La Pop Art è stato uno stile di vita breve, ma le ondate scioccanti che ha prodotto colpiscono ancora oggi, dopo quarant’anni anni. Ricevo continuamente lettere di giovani che mi chiedono autografi, che hanno appena scoperto la mia arte. L’influenza della Pop Art è stata profonda”.

Oggi si parla più di Pop Culture che di Pop Art. Cosa pensa di personaggi come Bansky, che critica la società così come faceva la Pop Art?

“Che c’è un’agenda politica dietro al suo lavoro. Io cerco solo di fare un bel quadro e non me ne importa nulla di ciò che la gente ci vuole leggere. Anzi, definiscono il mio lavoro “arte Pin-up” e questo mi fa infuriare. A me piace fare quadri su lavori preesistenti, per esempio di Manet. Ho dipinto sulla base di alcuni suoi quadri cambiando solo i personaggi e intensificando il colore per renderli più contemporanei, rispetto al 19esimo secolo. Se la mia arte deve essere qualcosa, è parodia della storia dell’arte”.

Lei è rimasto fedele al suo stile per cinquant’anni. Quanto ego serve per riuscirci?
“Cerco di non rovesciarlo addosso agli altri, ma nella mia maniera ribelle ho un ego enorme. La gente pensa di dover cambiare di continuo, io invece inseguo sempre gli stessi concetti, per coglierli in modo giusto. E un giorno ci riuscirò. Su dieci cose che faccio me ne vengono buone due. Spero di arrivare a quattro prima di morire. La mia intenzione è semplicemente quella di migliorare. Mi piace andare ogni giorno nel mio studio, e quando qualcuno mi paga per ritrarre la moglie io prendo i soldi per guardarla mentre si spoglia”.

Come sono i rapporti con gli altri artisti pop? Eravate amici?
“Oh sì, di Roy Lichtenstein. Quando andavo a New York stavo da lui. Sua moglie lavorava nella mia galleria a New York e ogni giorno alle 17.30 veniva a prenderci e andavamo a cena, si restava fuori. Tom Wesselman era un caro amico: sia lui che io ed Allen Jones dipingevamo corpi femminili ed eravamo bersaglio dell’ira femminista. Molte femministe ce l’avevano seriamente con noi”.

Non l’hanno stancata i dibattiti che da quasi 50 anni dicono che suoi dipinti sono sessisti?
“Le ho sotterrate tutte! Si sono calmate. Le persone sono più tolleranti di questi tempi. Judy Chicago venne ad una mia mostra in un museo di San Francisco, vide il mio lavoro e cominciò ad inveire contro il direttore che lo aveva messo in mostra. Ma alla fine non ha alcuna importanza”.

La nudità dovrebbe esser maggiormente accettata?
“Certo, perché non dovremmo poter stare nudi in pubblico? Ci sono spiagge pubbliche dove la gente lo fa. “America” è un luogo che si trova tra New York e la California, quella è la vera America. New York e la California non ne fanno parte. In realtà il sesso è un’attività e la nudità è una condizione”.

Qual è la cosa più bella di una donna nuda?
“Tutto. È legato al concetto di naturalezza. È il mondo in cui sei arrivato. Ed è il modo in cui te ne andrai”.

La «salsiccia» indigesta dei derivati finì anche alla mensa dei frati

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Nascono così i collateralized debt obligations (Cdo): obbligazioni garantite da altre obbligazioni, a loro volta garantite da mutui. Nuove salsicce. Che vengono subito ri-confezionate da altre banche d’affari: i Cdo vengono infatti spesso mischiati con altri Cdo o con derivati e poi rivenduti sotto forma di «Cdo al quadrato» o di «Cdo sintetici». Insomma: obbligazioni garantite da obbligazioni, garantite da altre obbligazioni a loro volta garantite da mutui […..] Così, nel mito dell’eterno profitto e dello scarica-barile dei rischi, la panna montata della finanza ha creato veri e propri mostri: le cartolarizzazioni di mutui Usa ammontavano a fine 2007 a 4.200 miliardi di dollari, i Cdo a 3mila miliardi, i derivati a 531mila miliardi […..] Così, dall’oggi al domani, titoli che valevano insieme 7mila miliardi di dollari non valgono più nulla: semplicemente perché nessuno li vuole comprare […..] Morale della favola: i governi s’indebitano, la disoccupazione cresce, la popolazione paga il conto della crisi. Antonio Gonzales perde la casa, che ormai vale meno del mutuo. Perde il lavoro. E le banche d’affari? Trovano ben presto il modo per speculare ancora, sfruttando il fiume di denaro concesso in prestito dalle banche centrali

Walter Riolfi per “Il Sole 24 Ore

Nel luglio 2005 Antonio Gonzales, origine messicana ma da anni residente nella cittadina di Brea in California, è convinto di avere realizzato i suoi sogni. La banca Fremont, che ha la sede centrale proprio vicino a casa sua, gli ha appena concesso un mutuo trentennale da 114mila dollari. Nonostante alcuni problemi economici, anche Mr. Gonzales riesce così a comprare una casa. Il miracolo americano diventa realtà. Anche per lui, che statunitense non è.

Nessuno nel 2005 avrebbe mai immaginato che quel piccolo mutuo, insieme a tanti altri che qualche burocrate del credito definiva “subprime”, avrebbe creato la più grande bufera finanziaria che memoria d’uomo ricordi. Nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe messo in crisi le banche di mezzo mondo e che avrebbe fatto fallire un mostro sacro di Wall Street come Lehman Brothers. Persino un convento di frati in Italia, qualche anno dopo, ha rischiato la bancarotta per colpa dei mutui subprime. Quel giorno di luglio 2005, Mr. Gonzales non poteva saperlo. A dire la verità non lo sapevano neppure le grandi menti di Wall Street e della Federal Reserve. (more…)

Trent’anni fa la psichiatria perse Franco Basaglia

agosto 31, 2010

Nell’articolo: Forse il pensiero e la prassi di Basaglia hanno fatto scuola più tra i cittadini che tra gli operatori: ricomincino loro, dunque, dal suo esempio

Maria Grazia Giannichedda per “Il Manifesto

In questi trent’anni che ci separano dall’estate in cui Franco Basaglia è morto, a cinquantasei anni, dopo una malattia breve e in un momento cruciale della sua vita e del suo mondo (aveva lasciato Trieste per la Regione Lazio, le leggi psichiatrica e sanitaria erano state approvate da appena due anni) si può ben dire che si sia aperto e chiuso un ciclo. Le strutture dell’epoca sono state profondamente cambiate da queste due riforme, e questo è vero soprattutto per la psichiatria, che nel 1980 era centrata sugli oltre sessantamila posti letto dei manicomi, oggi chiusi. Il cambiamento organizzativo che si è compiuto nelle strutture non è stato però accompagnato – lo si è detto molto in questi anni – dalla trasformazione in senso democratico della loro funzione e delle culture degli operatori; o perlomeno questa trasformazione è stata insufficiente, concentrata in alcuni luoghi, bloccata sulla scala locale e fondata sull’impegno quasi militante di dirigenti e operatori. (more…)

Dante Ferretti: «Dall’Oscar al Lido esporto lo stile italiano»

agosto 31, 2010

Nell’articoloDissi a mio padre: «Voglio fare lo scenografo per il cinema». Ma a scuola andavo male, ero sempre stato rimandato a ottobre in sei materie! Allora lui mi fece una promessa: «Quando sarai promosso a giugno ne riparleremo» […..] Ottenni due borse di studio e facevo il disegnatore per mantenermi. A 18 anni feci l’aiuto scenografo di Aldo Tomassini Barbarossa. Poi, nel 1962, lavorai con Domenico Paolella in due film girati ad Ancona, “Le prigioniere dell’isola del diavolo”, e “Il giustiziere dei mari”. Pensai: ecco, me ne sono andato da Macerata per fare carriera e mi ritrovo di nuovo nelle Marche…

Fulvio Fulvi per “Avvenire”

Dice di lui Martin Scorsese: «Viene da una tradizione che gli permette di fondere una grande immaginazione con l’attenzione per i dettagli d’epoca, che fanno da commento al tema del film». Non poteva esserci miglior definizione del genio di Dante Ferretti, lo scenografo due volte Premio Oscar, che sarà ospite al Festival di Venezia, il 10 settembre, per la proiezione in anteprima mondiale del docu-film «Dante Ferretti: production designer» di Gianfranco Giagni, che racconta la sua prestigiosa carriera e per ricevere, insieme alla moglie Francesca Lo Schiavo, il Premio Pietro Bianchi da parte dei giornalisti cinematografici. In questi giorni Ferretti è a Parigi per girare con Scorsese “Hugo Cabret”, il loro primo film in 3D.

Maestro, il lavoro dello scenografo nei film in 3D è sempre lo stesso o c’è bisogno di qualcosa in più?
Non cambia nulla. È più o meno la stessa cosa, dipende dalla riprese. Diciamo che c’è una maggiore attenzione ai dettagli. Nel tridimensionale lo spettatore si sente più coinvolto nelle scene e i particolari non gli sfuggono. (more…)

Balilla Pratella, il musicista che le cantò belle ai futuristi

agosto 31, 2010

Nell’articolo:  È un atto di aspra ribellione contro il conformismo dell’ambiente musicale italiano, contro il vegetare dei licei e conservatori musicali, «vivai dell’impotenza, dove maestri e professori, illustri deficienze, perpetuano il tradizionalismo»

da “Il Giornale

La frenesia del centenario futurista (2009) è finita, le mostre sono chiuse, le polemiche si placano. E arriva finalmente il momento per gustarsi qualcosa: il bello del futurismo, magnifica avanguardia di cui l’Italia va sempre più fiera, non finisce infatti qui. Il manifesto di fondazione è del 1909, ma parecchi altri apparvero a seguire: del febbraio 1910 è quello dei pittori futuristi, dell’ottobre 1910 il Manifesto dei musicisti futuristi, del gennaio 1911 quello dei drammaturghi e del maggio 1912 il Manifesto della letteratura futurista. Si avvicina dunque il centenario del terzo dei maggiori documenti dell’avanguardia, quello dei musicisti, firmato da Francesco Balilla Pratella. (more…)

Pratolini, cronache di poveri emigranti

agosto 31, 2010

Una sceneggiatura inedita per un film mai realizzato: così lo scrittore, tradito dal Pci, raccontò una saga anarchica

Nell’articolo: Dopo i fatti d’Ungheria, Pratolini non era più lo stesso. Si era allontanato dal Pci e il Pci da lui. La fede, per così dire, restava più o meno salda, ma la vita s’infilava in vicoli sempre più stretti e lo scrittore pagava il conto per la sua ribellione […..]  Per lui si condensava quell’utopia nella quale credeva e che Pratolini accoglieva invece con il sorriso storto del disincanto

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

America dura, America mitologica. Strana l’idea del film Mal d’America sceneggiato nel 1966 e mai realizzato. E chissà che cosa spinse il regista argentino Fernando Birri a cercare Vasco Pratolini per dar forma al progetto. Lo incontrò in lunghi pomeriggi di discussione e poi, mescolando neorealismo e grandiosità visionaria, lo indusse a scrivere la storia di una famiglia anarchica italiana, gli Scota, costretta ad abbandonare San Lupo, nel Matese beneventano, e a emigrare in Argentina dopo il fallimento dell’insurrezione campana del 1877.

Il film parte proprio da qui, dalla sparatoria notturna con i carabinieri. Dopo di che, con una tecnica a intarsio, intrecciando passato e presente, ricorrendo a stacchi illustrativi nello stile dichiarato dei telegiornali (un curioso, efficace anacronismo), si apre un racconto di viaggio e di scoperta, di accoglienza e di sfruttamento, di lavoro e di ribellione. Vediamo gli Scota nel deserto della pampa; la distribuzione della terra; i raccolti distrutti in un solo giorno da una nuvola di cavallette; l’aggregarsi delle comunità immigrate; il successo economico di alcuni e il fallimento di altri. Intanto le generazioni cambiano. Ai nonni succedono i padri, ai padri i figli. E cambia anche l’Argentina: sempre più dura e violenta. Si chiama Matese l’ultimo degli Scota. Dovrebbe imbarcarsi alla volta di Napoli per studiare legge. Ma è un giorno di sciopero generale. Ci sono tafferugli a Buenos Aires, volano pallottole, c’è subito un morto. Quasi senza saperlo, Matese si ritrova dietro una barricata con un fucile in mano e un destino da ribelle. Fine. (more…)

Gazzelle e tartarughe

agosto 30, 2010

Nell’articolo: La spiegazione per questo mondo diviso è che paesi come Grecia, Spagna e Stati Uniti, che hanno vissuto un lungo boom finanziato da ingenti importazioni di capitale, ora hanno sempre più difficoltà nel trovare finanziamenti esteri. Per contro, i paesi che hanno esportato capitale ora godono di un eccesso di liquidità perché il capitale non viene più investito nei paesi saturi. Tale fornitura di credito in eccesso comporta altri consumi e investimenti, scatenando un boom

Hans-Werner Sinn, professore di economia e finanza pubblica all’Università di Monaco, e presidente dell’Istituto tedesco Ifo. Copyright: Project Syndicate, 2010. Traduzione di Simona Polverino, da “Il Sole 24 Ore

MONACO – La peggiore crisi finanziaria del mondo dal dopoguerra è finita. È scoppiata improvvisamente nel 2008, e, dopo circa 18 mesi, è svanita quasi con la stessa rapidità con la quale si è manifestata. I programmi di salvataggio delle banche nell’ordine di 5 trilioni di euro e i programmi di stimolo keynesiani per un ulteriore trilione di euro hanno evitato il collasso. Dopo la contrazione pari allo 0,6% nel 2009, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale si registrerà quest’anno una crescita del Pil mondiale del 4,6%, e del 4,3% nel 2011 – più rapida della crescita media registrata negli ultimi tre decenni.

La crisi del debito europeo, tuttavia, resta, e i mercati non si fidano totalmente della calma apparente. I premi dei rischi, che devono pagare i paesi in difficoltà finanziaria, restano alti e segnalano un rischio permanente.

Il premio dei tassi di interesse greci, rispetto alla Germania, sui bond governativi con scadenza decennale si attestava all’8,6% il 20 agosto, ovvero a un valore persino più alto di quello riscontrato alla fine di aprile, quando la Grecia diventò praticamente insolvente e l’Unione europea si apprestava a preparare le misure di salvataggio. Sono cresciuti anche gli spread per Irlanda e Portogallo, anche se alla fine di luglio sembrava che l’enorme pacchetto di salvataggio da 920 miliardi di euro messo insieme dall’Unione europea, dall’Eurozona, dal FMI e dalla Banca centrale europea avrebbe tranquillizzato i mercati.

Il mondo è attualmente diviso in due gruppi: il primo comprende i paesi che tireranno la volata e il secondo comprende i paesi che sono rimasti indietro e segnalano nuove problematiche. I paesi BRIC – Brasile, Russia, India e Cina – rientrano nel primo gruppo. Anche per la Russia, dove la ripresa è stata difficoltosa ed esitante, si prevede per quest’anno una crescita del 4,3%. La Cina resta in testa, con un tasso di crescita intorno al 10%. (more…)

INLAND EMPIRE – Official Italian Trailer

agosto 30, 2010

Il paradosso delle sinagoghe costruite sempre da non ebrei

agosto 30, 2010

Nell’articolo: Più tardi, nel XVI secolo, la Chiesa vietò la presenza, in ogni ghetto, di più di una sinagoga. Nel ghetto di Roma cinque sinagoghe di diverso rito furono così accorpate in un unico edificio, le Cinque Scole […..] A Roma, nella demolizione del ghetto attuata a fine Ottocento, anche l’edificio delle Cinque Scole, già danneggiato da un incendio, fu demolito e il nuovo Tempio, alto e solenne, ideato dagli architetti Vincenzo Costa e Osvaldo Armanni, anch’essi non  ebrei,  si  inaugurò solennemente nel 1904 alla presenza delle autorità dello Stato italiano, a indicare simbolicamente la raggiunta uguaglianza

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

In occasione della giornata europea della cultura ebraica, che si terrà domenica 5 settembre, le sinagoghe di tutte le comunità italiane saranno aperte al pubblico. In quest’occasione, sarà anche riaperta, dopo essere stata chiusa per restauri, la sinagoga ottocentesca di Sabbioneta, dipendente dalla comunità di Mantova. Le sinagoghe sono numerosissime sul territorio italiano:  sinagoghe normalmente usate nel culto; sinagoghe di comunità quasi scomparse, di fatto trasformate in musei; antiche sinagoghe riportate alla luce. E dato che la giornata di quest’anno è dedicata ai rapporti tra l’ebraismo e l’arte, vorremmo fermare la nostra attenzione non solo sulle sinagoghe e sulla loro storia, ma anche sull’architettura sinagogale. La sinagoga non è, per l’ebraismo, uno spazio sacro, e questa è forse la più grande delle differenze esistenti tra una sinagoga e una chiesa. Essa è un luogo di preghiera pubblica e di studio, e nel passato anche un luogo di riunione comunitaria. (more…)

Proust, sublime perditempo

agosto 30, 2010

Nell’articolo: Il navigatore notturno aveva capito che tutto il passato è equidistante dal presente, che il secondo appena trascorso è cenere quanto quello consumatosi tanti anni prima

Giuseppe Scaraffia per “Il Sole 24 Ore

Molto prima di andare alla ricerca del tempo perduto, Proust aveva incominciato a fare degli esperimenti col tempo. Prima lo lasciava scorrere deliberatamente. Una complicata vestizione precedeva l’uscita serale. Gli stivaletti tardavano a chiudersi, la cravatta bianca non voleva annodarsi, la bambagia protettiva faceva indiscretamente capolino sotto il colletto inamidato. La madre assisteva, senza capire, alla resistenza del figlio contro il tempo, dandogli un ultimo tocco prima che uscisse. Al termine dell’impresa, nel corso della quale aveva mescolato Leibniz alla profonda riflessione fatta da un cocchiere, lo sparato della camicia di Proust era già ammaccato e i capelli spettinati. Sembrava non sul punto di uscire ma in procinto di tornare a casa dopo una faticosa serata.

Poi Proust risaliva il tempo. Arrivava metodicamente troppo tardi, quando gli ultimi invitati si stavano congedando. «Sembra che la festa sia finita», constatava soddisfatto. Poi, con l’abilità suprema del grande schermitore, che rovescia un passo falso in una mossa vincente, muoveva all’assalto dei padroni di casa, impazienti di congedare l’importuno ritardatario. Con la sua prodigiosa eloquenza li ammansiva lentamente, allontanandosi a notte inoltrata, quando gli altri, ormai sedotti, insistevano per farlo rimanere ancora.
Allora scattava la terza operazione. Proust cercava di ritardare il flusso del tempo. Si faceva accompagnare in carrozza l’ultimo invitato. Ma non saliva in vettura. Si faceva seguire dal cocchiere mentre camminava discutendo con l’altro qualche tema affascinante. Arrivato a casa spiegava, come un gigantesco volatile, le ali immense della sua gentilezza per convincere il suo accompagnatore a lasciarsi scortare a sua volta. (more…)

BUONE NUOVE DALLA GERMANIA: “EBREI GENETICAMENTE DIVERSI”

agosto 30, 2010

ONDATA DI SDEGNO CONTRO THILO SARRAZIN, ALTO DIRIGENTE DELLA BUNDESBANK E MEMBRO DELLA SPD (PARTITO SOCIALDEMOCRATICO, SINISTRA, ALL´OPPOSIZIONE) – CONTRO I MUSULMANI, MA ANCHE VERSO I TEDESCHI DEBOLI (I POVERI E DISOCCUPATI PERCETTORI DI AIUTI PUBBLICI, CHE IN PASSATO SARRAZIN HA DESCRITTO COME PIGRI, CONSIGLIANDO LORO DI DIMAGRIRE) – LA CONDANNA DELLA MERKEL…

Andrea Tarquini per La Repubblica, da “Dagospia

Si riparla, a Berlino, di patrimonio genetico degli ebrei come fattore diversificante, ed establishment, media e società insorgono. Il discorso è lanciato dal personaggio più controverso del momento: Thilo Sarrazin, alto dirigente della Bundesbank e membro della Spd (partito socialdemocratico, sinistra, all´opposizione).

Per difendere le sue tesi sull´effetto disastroso dell´immigrazione musulmana in Germania e in Europa, che già hanno spaccato il Paese, egli ha dichiarato tra l´altro in un´intervista a Welt am Sonntag: «Tutti gli ebrei hanno un determinato gene, i baschi anche hanno un gene che li distingue da tutti gli altri».

Durissime, scandalizzate le reazioni del governo e della comunità ebraica: Sarrazin ha passato il segno. Ma lui non si arrende, e conta su simpatie crescenti. Secondo il settimanale conservatore Focus, un tedesco su 5 spera nella nascita di un partito nazionalconservatore, non di destra radicale ma a destra della Cdu, capace di riparlare di normalità tedesca e orgoglio nazionale. E insieme ad altri intellettuali neocon, Sarrazin è indicato come uno dei possibili ispiratori. (more…)

Destrezza versus distrazione: il conto salato dei tanti furti d’arte su commissione

agosto 30, 2010

Particolare del "Nudo disteso" di Amedeo Modigliani (1917-1918)

Nell’articolo: Ma molti di più di questi capolavori rubati restano nel buio di un mercato mondiale del traffico di opere d’arte e reperti archeologici, del valore molto vicino a quello della droga e delle armi. Per una volta l’Italia, rispetto alla Francia e all’Europa, fa bella figura perché, secondo quanto dichiarato dal portavoce del Comando carabinieri Tutela Patrimonio culturale, istituito oltre 40 anni fa, operante sul territorio con nuclei di carabinieri appositamente addestrati, i furti di opere d’arte da noi sono in costante calo […..] l’immensa spoliazione dei siti archeologici che continua indisturbata soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Questi reperti e i quadri vanno a decorare case di ricchi malavitosi ma servono anche per operazioni di lavaggio di soldi sporchi che stanno assorbendo quantità immense di opere e oggetti di gran valore in continuo incremento

Paola Guidi per “Il Sole 24 Ore

Mai meno di 50 milioni di euro, sempre più spesso vicini ai 90-100 milioni di euro. Tanto vale ciascuno dei “colpi” milionari messi a segno a decine negli ultimi due anni nei musei europei, soprattutto francesi, russi, tedeschi e svizzeri, da bande internazionali specializzate in furti d’arte in gran parte olandesi, inglesi e francesi con le mafie italoamericana, cinese e giapponese a gestire dall’alto logistica e distribuzione.

I ladri spesso –come ha maliziosamente sottolineato venerdì 27 agosto l’Herald Tribune- trovano scarse protezioni, impianti d’allarme guasti, chiavi facilmente duplicabili e personale distratto.

In Francia a partire dalla fine di dicembre ne sono stati realizzati ben due tra il 30 e il 31 dicembre in Costa Azzurra e cinque nel resto del paese con bottini elevati dei quali due decisamente record. Il primo il 19 maggio al Museo d’arte moderna di Parigidove un solo ladro ha portato via 110 milioni di euro sotto forma di quadri di Picasso, Matisse, Modigliani, Braque e Leger. (more…)

Rino Barillari, “Er King” dei paparazzi: “per me privacy vuol dire provaci”

agosto 30, 2010

Nell’articolo: Guardando gli altri capii che non era difficile. Loro usavano la Rollei con il flash. Messa a fuoco a tre metri, diaframma 11 e scattavano. Poi scrivevano su un blocchetto formato e numero di copie. E io la notte le portavo – 10 lire a consegna – negli alberghi dove dormivano i turisti […..] Negli anni ‘60 avevamo inventato una tecnica. Dovevi andargli sotto con il flash e spararglielo in faccia. A lui facevano male gli occhi e si copriva il viso. Sembrava che volesse nascondersi. Allora era scoop […..] Ho delle fotografie che sono state pubblicate in tutto il mondo e anche se le ho scattate io appartengono a tutti. Alla storia appunto […..] Nei servizi posati fatti a casa tutti sembrano belli. Chi finge di lavare i piatti, di scrivere o di rilassarsi sul divano, chi cucina, chi stira… Tutto finto, fiction

Marcello Mencarini per “Panorama

Due mostre fotografiche, una a Lucca e l’altra a Gerusalemme, hanno celebrato Rino Barillari, il re dei paparazzi“Er King” come lo chiamano a Roma, dove vive.

Oggi responsabile dell’Ufficio Fotografico de “Il Messaggero”, Rino continua a presidiare le serate romane come imparò a fare negli anni della Dolce Vita.

Incontrarlo è facile. Quasi tutte le sere perlustra il “triangolo delle bevute”, come lui definisce l’incrocio tra via Santa Maria dell’Anima, via del Teatro della Pace e via del Fico, a pochi metri da piazza Navona dove ha casa e studio.

Giacca di ordinanza, di quelle che vanno bene per entrare in qualsiasi locale, cravatta in tasca perché non si sa mai, Nikon Leica al collo e un ciondolo d’oro con il suo grido di battaglia: “La guerra è guerra”. Lo abbiamo intervistato.

Come è cambiato il lavoro del paparazzo?

La verità è che sono cambiati i personaggi. Non ci sono più star come Liz Taylor, Ingrid Bergman, Brigitte Bardot, Ava Gardner.

Oggi durano due, tre anni e poi non li ricorda più nessuno. Pensa a Scamarcio, sarebbe potuto diventare un grande personaggio. Avrebbe potuto avere l’America nelle sue mani. Ma chi vuoi che diventi se rimane in Italia? Stessa cosa Raoul Bova, qui al massimo gli fanno fare il poliziotto nelle fiction. (more…)

COME TI AFFOGO IL FESTIVAL DEL CINEMA

agosto 30, 2010

GOFFREDO FOFI PICCONA IL LIDO DI MULLER – I NOMI DEI GIURATI E DEL LORO PRESIDENTE TARANTINO? UN INSIEME PIUTTOSTO CASUALE DI BRAVI E DI STOLTI, MA PREFERIBILMENTE NELLA VESTE DI FUNZIONARI DEL CINEMA PIUTTOSTO CHE IN QUELLA DI ARTISTI – FILM ITALIANI, SENZA NESSUNA SELEZIONE – E ALLA FINE SI RESTERÀ CON UN PUGNO DI COSE BUONE IN MEZZO A UN DILUVIO DI BANALITÀ…

Goffredo Fofi per il Domenicale del Sole 24 Ore, da “Dagospia

Alcune osservazioni sul programma, e su altro. Non sui film, che non si sono ancora visti, ma sì sullo stato del cinema, e sull’impostazione del Festival (dall’1 all’11 settembre) che azzarda più di altri, accettando tutte le regole di un gioco sempre più povero e più noioso.

Non vale discutere i nomi dei giurati e del loro presidente, per la semplice ragione che rispondono alla confusione primaria, alla scena primaria: un insieme piuttosto casuale di bravi e di stolti, ma preferibilmente nella veste di funzionari del cinema piuttosto che in quella di artisti.

I mediatori contano più di tutto, nelle arti odierne, in tutte. Hanno in generale sostituito i critici, che non contano più niente se non si trasformano anch’essi in funzionari di questa o quella squadra o banda riconosciuta,di questa o quell’impresa, di questo o quell’ente. (more…)

L’inferno ai piedi del paradiso

agosto 30, 2010
Nell’articolo: «In mancanza di canali di comunicazione condivisi, chi opera alla base ha ora un grande potere di persuasione – dice Gopal Siwakoti, attivista nepalese per i diritti umani –. Almeno dalla metà degli anni Novanta, i soli ad avere portato nei villaggi una diversa prospettiva sono stati i maoisti. Certo, l’hanno proposta sovente con metodi brutali, ma alla fine in modo indipendente e nuovo. In una società dove vigono ancora forti regole feudali, hanno indicato una prospettiva diversa ma, in fondo, da aguzzini contro tiranni»  […..] Come succede per molte capitali del mondo in via di sviluppo, Kathmandu è una realtà quasi a sé stante, più in rapporto con il mondo esterno che con la realtà del Paese. Anche se la maggioranza dei quattro milioni di cittadini sono immigrati di prima generazione con rapporti frequenti con i villaggi d’origine, pochi tendono a riconoscere il livello di miseria e di frustrazione delle zone rurali
Stefano Vecchia per “Avvenire
C’era una volta il Nepal, paradiso del trekking e delle scalate agli Ottomila, monarchia assoluta, divina di origine e di opportunità. C’è oggi una Paese incerto, democrazia senza pace, attraversata da tensioni e violenze. Le sue meraviglie naturali restano in maggioranza intatte, con i danni maggiori all’ambiente contenuti da una migliore coscienza ecologica, ma le sue risorse sono a rischio di uno sfruttamento intensivo “necessario” allo sviluppo di una nazione che sfiora ancora il fondo delle statistiche economiche dell’Asia.

La metà dei ventotto milioni di nepalesi stimati oggi sopravvive con l’equivalente di meno di un dollaro al giorno, l’ottanta per cento con meno di due dollari. Una povertà evidente e drammatica, insieme ragione e conseguenza dell’instabilità che ha segnato, in particolare, gli anni recenti. I drammatici eventi del 2006 che hanno portato due anni dopo alla fine della monarchia, ormai discreditata dopo 240 anni di potere con poche concessioni, e nel 2007 alla nascita di una repubblica federale consegnata agli eredi di una guerriglia comunista che continua a detenere il potere assoluto in diverse aree del Paese, non hanno portato stabilità, essenziale per l’avvio di un processo di riconciliazione e di riabilitazione economica. (more…)

Israele volò con i sei giorni del falco

agosto 30, 2010

Fu la guerra lampo del giugno 1967 a dare inizio alla scalata al potere di Menachem Begin, il quale vinse puntando sullo spirito nazionalistico guadagnandosi l’appoggio dei giovani

Nell’articolo: La sollevazione ebraica, in questa ottica, era percepita da lui come una combinazione fra il destino degli ebrei nella storia e le leggi della rivolta […..] Al punto che, quando Begin decise di effettuare una visita negli Stati Uniti per presentare il suo partito, il New York Times pubblicò una lettera firmata da autorevoli personalità del mondo ebraico, come Albert Einstein e Hannah Arendt, che non esitava a definire l’Herut «un movimento politico vicino nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nel profilo sociale ai partiti nazisti e fascisti»
Francesco Perfetti per “Il Giornale

Nel maggio 1977, dieci anni dopo la conclusione vittoriosa della cosiddetta «Guerra dei sei giorni», la storia politica di Israele subì una svolta fondamentale. Le elezioni portarono al potere il leader del partito di destra, Menachem Begin, il quale formò un governo che interruppe un trentennio di egemonia laburista. Il suo partito, il Likud, nato nel ’73, come accertarono studi statistici e politologici, era stato votato soprattutto dalle più giovani generazioni. Il successo di Begin e del suo partito, destinato a inaugurare una nuova egemonia che – soprattutto su alcuni temi come quello dei confini dello Stato – dura tuttora, non era dovuto soltanto agli effetti della guerra vittoriosa o alle polemiche, giuste o sbagliate che fossero, che avevano investito i laburisti e ne avevano messo in crisi l’immagine. Era anche, quel successo, il frutto dell’emergere di un filone intellettuale e ideologico le cui radici affondavano lontano nel tempo. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

agosto 30, 2010

Mio fratello Gianni mi ha raccontato che l’altroieri alla Festa bolognese dell’Unità hanno proiettato un film su Bologna 1945-80, fatto di materiali d’epoca e interviste ad amministratori di allora. Alcuni erano presenti e hanno parlato. Adriana Lodi ora ha 77 anni (posso dirlo perché è scritto nella sua sommaria biografia nella rete civica, dove si trova una bellissima intervista sulla nascita dei servizi sociali). Era assessore quando introdussero i celebri asili nido. Andò così: che lei e uno dell’opposizione fecero un viaggio (per la prima volta da Bologna!) per andare a Copenaghen a un convegno sugli anziani. Poi, siccome lei aveva un cugino emigrato a Stoccolma, andarono a Stoccolma due giorni a proprie spese e visitarono molti asili. Lei aveva una piccola Comet e fotografò banchi, sedie e tutto. Fu così che criteri forme e misure dell’attrezzatura scolastica svedese divennero poco per volta lo standard prima degli asili nido di Bologna, poi di quelli dell’Emilia-Romagna e infine di tutta l’Italia. Se il cugino fosse emigrato in Finlandia le cose sarebbero andate diversamente. E se Adriana Lodi non fosse stata lei stessa donna e lavoratrice e madre. E anche se le persone avessero già smesso di viaggiare a spese proprie.

da “Il Foglio

Ho portato una iena al Quirinale. E Cossiga rise

agosto 30, 2010

Nel diembre dell’86 con le marionette del Teatro dei Sensibili. Una storia truculentissima che divertì il Presidente

Nell’articolo: Mi domando: che cosa può nascere, di buono, in un luogo così distante dalla vita reale? (Stessa sensazione la sperimenti entro le mura vaticane)

Guido Ceronetti per “La Stampa

Un giorno d’inizio dicembre 1986, il bagaglio di scena di un piccolo teatro di marionette che lavorava allora a Torino per il Teatro Stabile attraversava il portone di servizio del Quirinale sul lato di via XX Settembre.

Non so se mai entrò qualcosa del genere in quel palazzo all’epoca dei Papi; nel periodo dei Savoia, certamente mai; e così da De Nicola a Cossiga. Ma Cossiga di quel teatrino (che era il mio Teatro dei Sensibili) non sapeva nulla come i suoi predecessori. Però aveva, come si sa, degli estri, dei lampi che lo rendevano un Presidente non di routine. La proposta gli venne fatta dal suo addetto stampa, Ludovico Ortona; Cossiga ne fu stuzzicato. L’invito fu giubilo per lo Stabile, che non volle il rimborso di Stato, ma non ci guadagnò in immagine, perché il Quirinale richiese, avendoci rapiti, il silenzio stampa. La notizia ne apparve, forse, in poche righe, e forse soltanto su questo quotidiano.

Nell’immensità del palazzo fu scelta, per la recita, una sala (sono tutte bellissime) sufficiente a ospitare un castelletto con piccolo boccascena, dove si sudava crudelmente, lo stesso che usavamo al tempo del teatro in appartamento delle nostre recite romane di famiglia. (more…)

Gheddafi, un circo che ci umilia

agosto 30, 2010

Nessun’altra diplomazia occidentale tollera e incoraggia gli eccessi pittoreschi di un dittatorello e degrada la propria capitale a circo. Ci dispiace anche per il presidente del Consiglio, la cui maschera italiana si sovrappone ormai a quella libica, indistinguibili nel pittoresco, nell’eccesso, nella vanità, nel farsi soggiogare dalle donne che pensano di dominare

Nell’articolo: Il capotribù vuol far credere alla sua gente di avere sedotto, nientemeno, le donne italiane e di averle folgorate recitando il messaggio del profeta […..]  È vero che gli esperti di Orientalistica sostengono che la tribù in Libia è matriarcale e che dunque la moglie di Gheddafi sarebbe la generalessa del colonnello, ma questo Berlusconi non lo sa, la sua Orientalistica è ferma a quella dell’avanspettacolo, al revival di Petrolini: “Vieni con Abdul che ti faccio vedere il tukul” […..]  e c’è sempre il solito Frattini accovacciato fuori dalla tenda ad aspettare, aspettare, aspettare. E poi il tramonto, la luna…

Francesco Merlo per “La Repubblica

ANCHE ieri c’era il picchetto in alta uniforme ai piedi della scaletta dalla quale sono scese due amazzoni nerborute e in mezzo a loro, come nell’avanspettacolo, l’omino tozzo e inadeguato, la caricatura del feroce Saladino. Scortato appunto da massaie rurali nel ruolo di mammifere in assetto di guerra. E va bene che alla fine ci si abitua a tutto, anche alla pagliacciata islamico-beduina che Gheddafi mette in scena ogni volta che viene a Roma, ma ancora ci umilia e davvero ci fa soffrire vedere quel reparto d’onore e sentire quelle fanfare patriottiche e osservare il nostro povero ministro degli Esteri ridotto al ruolo del servo di scena che si aggira tra le quinte, pronto ad aggiustare i pennacchi ai cavalli berberi o a slacciare un bottone alle pettorute o a dare l’ultimo tocco di brillantina al primo attore.

È vero che ormai Roma, specie quella sonnolente di fine estate, accoglie Gheddafi come uno spettacolo del Sistina, con i trecento puledri che sembrano selezionati da Garinei e Giovannini, la tenda, la grottesca auto bianca, le divise che ricordano i vigili urbani azzimati a festa, e tutta la solita paccottiglia sempre uguale e sempre più noiosa ma, proprio perché ripetuta e consacrata, sempre più umiliante per il Paese, per i nostri carabinieri, per le istituzioni e per le grandi aziende, private e pubbliche, che pur legittimamente vogliono fare i loro affari con la Libia. (more…)

Corrado Guzzanti – critico d’arte a TeleProboscide

agosto 29, 2010

Piero Marussig, Signora con pelliccia, 1920

agosto 29, 2010

Il “meraviglioso ideale” di Emma la Rossa

agosto 29, 2010

Nell’articolo: «Se mai mi capiterà di innamorarmi di un uomo, mi darò a lui senza ricorrere alla benedizione del rabbino o della legge, e quando l’amore finirà me ne andrò senza chiedere il permesso di nessuno». (E così farà) […..]  i suoi primi articoli appaiono su Freiheit (Libertà), il periodico dell’anarchico tedesco Johann Most, dal quale prende presto le distanze, perché troppo paternalista […..]  Nel 1894 le viene appioppato un anno di carcere, rea di «avere incitato alla sovversione», nel corso di un comizio, un gruppo di disoccupati […..] impegnata a tempo pieno sul piano dell’emancipazione femminile, della liberazione sessuale, del controllo delle nascite (e infatti un altro arresto se lo rimedia, “colta sul fatto”, mentre cerca di spiegare ad alcune donne l’uso di un particolare contraccettivo) […..] Lei ci scriverà sopra un libro (“La mia disillusione in Russia”) e se la prende direttamente con Lenin; il quale – scrive – quando gli si parla della questione dgli anarchici trattati dai bolscevichi non proprio coi guanti, «fa il finto tonto»

Maria R. Calderoni per “Liberazione
E’ entrata nell’immaginario, oltre che nella storia. Il suo personaggio appare in un musical di Stephen Sondheim nel 1990 e ancora prima in “Reds”, il film di Warren Beatty su John Reed e “i dieci giorni che sconvolsero il mondo” (Maureen Stapleton, che la interpretava, vinse l’Oscar come migliore attrice non protagonista). Emma Goldman. Anarchica. Irriducibile. Detta anche Red Emma. Occhialetti, un bel visino, un cappellino alla moda, su Wikipedia la sua foto rimanda una dolce ragazza. Ma, insomma, c’è molto da dire. (more…)

Il lupo, il bracco e gli altri che inseguono i boss

agosto 29, 2010

Nell’articolo: Da qualche mese Ivan “il lupo” e Vicio “il bracco” con Rosario detto Dux e Peppe detto il Panda e tanti altri hanno una nuova missione da svolgere: prendere Matteo Messina Denaro, il capomafia trapanese, primula rossa ormai da 18 anni. A questo lavorano gli uomini della Catturandi di Palermo e i loro colleghi della squadra mobile di Trapani che da anni, guidati da Beppe Linares ora promosso primo dirigente e in attesa di una nuova destinazione, sono sulle tracce del boss di Castelvetrano che gode della protezione della buona borghesia trapanese e in qualche caso ha avuto contatti anche con le barbe finte degli agenti dei servizi o di loro emissari […..] «Chi fa la mattina fa anche la sera e rientra il pomeriggio». Una regola seguita da un gruppo di lavoro ben affiatato che qualcuno vorrebbe intimidire, come è accaduto nei giorni scorsi […..] Quelle degli agenti della Catturandi sono teste abituate a fare ragionamenti contorti così come contorti sono gli artifizi utilizzati dai fiancheggiatori dei latitanti per coprirne la fuga

Nino Amadore per “Il Sole 24 Ore

Ivan detto “il lupo” e Vicio detto “il bracco” non hanno bisogno di salutarsi. Basta solo uno sguardo, un segnale, un colpo d’occhio. Si conoscono ormai da oltre dieci anni visto che da oltre dieci anni frequentano ogni giorno il secondo piano dell’ex convento settecentesco di piazza della Vittoria dove si trova la squadra Catturandi della questura di Palermo. (more…)

LA CRICCA NELL’UFFICIO DI FINI

agosto 29, 2010

Franco Bechis per Libero, da “Dagospia

Sono due i passi rilasciati dall’ufficio di sicurezza della Camera dei deputati che legano Gianfranco Fini alla cricca degli appalti pubblici. Sono stati rilasciati fra la fine di novembre 2009 e il gennaio 2010 per recarsi nell’ufficio del presidente della assemblea di Montecitorio a Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore che con Diego Anemone è diventato il più noto alle cronache della nuova tangentopoli.

De Vito Piscicelli è infatti l’imprenditore intercettato con il cognato mentre rideva e si fregava le mani la notte del terremoto de L’Aquila pensando a quanti affari avrebbe potuto realizzare con le sue imprese. Non è noto se in quelle occasioni avesse avuto un incontro diretto con Fini. È invece documentato – grazie a lunghe intercettazioni e pedinamenti dei carabinieri del Ros – l’incontro con Rita Marino, segretaria particolare del presidente della Camera che fu al suo fianco sia nel Msi che in An nei lunghi anni in cui Fini guidò quel partito.

La Marino è risultata determinante per sbloccare con procedura anomala un pagamento da 1,5 milioni di euro a De Vito Piscicelli per uno degli appalti per i mondiali di nuoto, quello per la realizzazione della piscina di Valco San Paolo, poi finita nel mirino della magistratura. (more…)

Elogio di Chesterton il catto-comicista

agosto 29, 2010

Lo scrittore inglese cattolico e tradizionalista sposò la fede all’umorismo, la teologia alla comicità Senza moralismo e attraverso il paradosso seppe cogliere la verità e rendere accattivante la bontà

Nell’articolo: La felicità è partecipare alla festa degli angeli, dicono i santi e i pazzi. Rovesciando una tesi antica, Chesterton sostiene che il carpe diem toglie riso e destino agli uomini, li rende fugaci e occasionali, perduti nel giorno. Ed esalta il gusto di bere, il piacere della tavola e del vino, sangue di Cristo, a cui dedica un magnifico brindisi, dove lo spirituale e lo spiritoso, lo spirito santo e lo spirito dell’alcol si mescolano in gioiosa euforia […..] Si deve a Chesterton la più penetrante analisi della pazzia. Per lui il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto tranne la ragione

Marcello Veneziani per “Il Giornale

Cari ciellini che siete in gioioso conclave a Rimini, avete applaudito il vostro leader Giancarlo Cesana quando ha attaccato Umberto Eco, citando una sua frase tratta dal Nome della rosa quando dice di temere i profeti disposti a morire per la verità e a far morire gli altri. Secondo Eco, bisogna «far ridere della verità, fare ridere la verità». Al contrario voi credete nella verità, la prendete sul serio e amate i profeti disposti a morire per essa. Ma io vi invito a distinguere nella frase di Eco perché come, spesso accade, il bene e il male sono mescolati, forse subdolamente shakerati. (more…)

Il luogo comune dell’industria manifatturiera

agosto 29, 2010

Nell’articolo: Il dibattito su produzione di semiconduttori contro produzione di patate ha poi sollevato un altro aspetto. Molti di quelli a favore dei semiconduttori sostenevano che in base al prodotto lavorato si determina la prospettiva di diventare un ignorante produttore di patate o un brillante modernizzatore, produttore di semiconduttori. Ho voluto definire questa teoria come un errore quasi-marxista. Proprio Marx enfatizzava infatti il ruolo essenziale dei mezzi di produzione. Da parte mia, credo invece che si potrebbero produrre semiconduttori, scambiarli con patatine da sgranocchiare davanti alla TV diventando degli idioti. O al contrario, si potrebbero invece produrre patatine, scambiarle con semiconduttori per computer e diventare maghi del PC!

Jagdish Bhagwati (professore di economia e giurisprudenza presso la Columbia University ed è inoltre ricercatore senior in economia internazionale presso il Consiglio per le relazioni estere)  per “Il Sole 24 Ore

Tempo fa gli economisti avevano accantonato l’erronea teoria di Adam Smith secondo la quale l’industria manifatturiera dovrebbe essere prioritaria nell’economia di un paese. Nel secondo volume de “La ricchezza delle nazioni” Smith condanna infatti il lavoro degli ecclesiastici, degli avvocati, dei fisici, dei letterati di ogni genere; dei giocatori, dei buffoni, dei musicisti, dei cantanti e dei ballerini d’opera, ecc., considerandolo improduttivo. Se da un lato potremmo concordare con Smith (e Shakespeare) sull’inutilità degli avvocati, non possiamo, dall’altro, dire lo stesso per Olivier, Falstaff e Pavarotti. Ciò nonostante, il feticismo per l’industria manifatturiera si ripresenta immancabilmente e, sulla scia dell’ultima crisi, gli Stati Uniti ne sono la sua più recente manifestazione.

Nella Gran Bretagna della metà degli anni ’60, Nicholas Kaldor, economista di Cambridge di livello mondiale e consulente con un forte ascendente del partito laburista, lanciò l’allarme sul processo di deindustrializzazione. Secondo la sua teoria, lo spostamento, in atto al tempo, del valore aggiunto dall’industria manifatturiera ai servizi avrebbe provocato gravi danni in quanto l’attivià manifatturiera, al contrario del settore dei servizi, seguiva un processo di avanzamento tecnologico. Riuscì persino a spingere il laburista James Callaghan, al tempo Ministro del Tesoro, ad introdurre nel 1966 una tassa sull’occupazione selettiva che imponeva un’imposta maggiore sugli impieghi del settore dei servizi rispetto a quelli del settore manifatturiero. Tale misura fu poi rivista nel 1973, non appena ci si accorse dell’impatto che la tassa avrebbe avuto sull’industria turistica che produceva un’ampia disponibilità di valuta estera, al tempo estremamente necessaria.

L’argomentazione di Kaldor si basava sulla premessa, sbagliata, per cui i servizi non erano in grado di progredire dal punto di vista tecnologico. Tale prospettiva rispecchiava, senza dubbio, un empirismo occasionale basato sui negozietti e gli uffici postali di quartiere che i professori inglesi trovavano fuori dai college di Oxbridge. Una realtà tuttavia in contrasto con gli enormi cambiamenti tecnologici dell’attività di commercio al dettaglio, e, in un secondo tempo, dell’industria delle telecomunicazioni, che portò in tempi brevi al servizio FedEx, al fax, ai telefoni cellulari e ad Internet. (more…)

“Arrivare prima del Signore Iddio” di Hanna Krall

agosto 29, 2010

Nella recensione: Ovvero della nobile idea democratica secondo cui un ebreo deve poter vivere libero e alla pari con i suoi concittadini là dove nasce. Se poi volesse andare a vivere in Israele per sua libera scelta – aggiungiamo noi – lo faccia pure. Ma non più, mai più, come via di fuga”

da “Il Foglio

136 pp, La Giuntina, euro 10

Perché sei diventato medico?”. “Perché dovevo continuare a fare quello che facevo nel ghetto. Noi avevamo preso una decisione per le quarantamila persone che erano nel ghetto nell’aprile 1943. Avevamo deciso che non sarebbero andate a morire di loro spontanea volontà. Come medico avrei potuto rispondere della vita di perlomeno una persona, quindi sono diventato medico. Ti piacerebbe che dicessi così, vero? Suonerebbe bene. (more…)

Alle radici dell’anarco-capitalismo

agosto 29, 2010

Nell’articolo: …destinato ad avere un ruolo significativo in quasi tutte le realtà di questa galassia politico-culturale: dalla Foundation for Economic Education di Leonard Reed all’Institute for Humane Studies, dal Libertarian Party al Center for Libertarian Studies, dal Cato Institute fino alla sua ultima creatura, il Mises Institute […..] In tal modo il volume relativizza ogni artificiosa contrapposizione tra due Rothbard inconciliabili: uno «di sinistra», negli anni Sessanta (vicino ai pacifisti e alla controcultura), e uno «di destra», legato a una fase successiva, che mostra ammirazione per la cultura cattolica, sostiene talune misure restrittive in materia di immigrazione, appoggia i movimenti secessionisti

Carlo Lottieri per “Il Giornale

All’inizio degli anni Cinquanta Murray N. Rothbard è un giovane economista di belle speranze dominato da una sconfinata curiosità intellettuale e deciso a fare tutto il possibile per sconfiggere lo statalismo di un’America incline a politiche assistenziali e iniziative militari. Quando il William Volker Fund, fondazione libertaria allora guidata da Harold W. Luhnow, si dichiara disponibile a sostenerlo economicamente affinché possa fare ricerca, egli accetta con entusiasmo. Dal 1951 al 1962 Rothbard scrive dunque una gran quantità di articoli non destinati alla pubblicazione, ma inviati in forma confidenziale ai dirigenti dell’istituto con l’obiettivo di segnalare libri e autori da promuovere. Tutto questo finiva in memorandum che si è iniziato a conoscere solo qualche anno fa grazie a una studiosa italiana, Roberta Modugno, che per prima ha pubblicato alcune di queste analisi nel volume antologico Diritto, natura e ragione, edito da Rubbettino. Nei giorni scorsi, infine, il Mises Institute ha dato alle stampe la maggior parte di quegli scritti in un corposo volume (Strictly Confidential: The Private Volker Fund Memos) curato da David Gordon e già gratuitamente disponibile on line. (more…)

Il rifugio della marchesa: l’isola dei festini proibiti

agosto 29, 2010

Nella villa di Zannone, tra i ricordi dei Casati Stampa

Nell’articolo: Doppiato Capo Negro, dove accanto al vecchio faro accorrono due mufloni, si attracca nella località Varo, vicino alla pescheria romana dove la bella Anna Fallarino in Casati Stampa si fece riprendere dal marchese in quella posa discinta, simbolo del rinnovato mito della maga Circe mangiatrice di uomini. Un sentiero scavato nella roccia dai monaci benedettini che coraggiosi si insediarono a Zannone nel VI secolo dopo Cristo, costeggiato da piante di mirto, lentisco, erica, cisti, fillirea, corbezzolo, ginestra, lavandula, euforbia arborea, conduce in una sinfonia di profumi all’abbazia benedettina, o meglio alla villa che i Casati vi hanno costruito sopra

Dino Messina per “Il Corriere della Sera
SAN FELICE CIRCEO (Latina) — Quando quella foto della marchesa Anna, scattata sull’esclusiva isola di Zannone, fece il giro dei quotidiani e dei settimanali, la soglia del comune senso del pudore ebbe un abbassamento verticale. Gli italiani, che a dicembre avrebbero vista approvata la legge sul divorzio, non si erano ancora riavuti dallo choc per l’arresto di Walter Chiari, incarcerato ingiustamente per tre mesi con l’accusa di uso di cocaina, che subito dovettero familiarizzare con una storia di libertà sessuale spinta agli estremi: un discendente delle più antiche famiglie lombarde, titolare di uno dei maggiori patrimoni, organizzava orge con la seconda moglie, Anna Fallarino, ex modella e soubrette di modeste origini beneventane, che aveva recitato per pochi secondi accanto ad Antonio De Curtis, in «Totò Tarzan». (more…)

RIUNIONE DI FAMIGLIA – FESTEN IL LATO COMICO trailer

agosto 28, 2010

Un business da 40 miliardi per la Berlusconi-Gheddafi Spa

agosto 28, 2010

Grazie agli investimenti di Tripoli, il Cavaliere si è consolidato nei salotti buoni della finanza italiana. Il Colonnello è uscito dal suo storico isolamento ed ora società del suo Paese accedono alla City di Londra

Nell’articolo: Il Biscione ha già piazzato le sue pedine negli snodi chiave: Fininvest e Mediolanum hanno il 5,5% di Mediobanca, crocevia di tutta la galassia. Tra i soci di Piazzetta Cuccia – con un pool di azionisti francesi accreditati del 10-15% – c’è il fido Ben Ammar. E gli ultimi due tasselli sono andati a posto in questi mesi. Lo sbarco di Tripoli a Piazza Cordusio, primo azionista di Mediobanca, stringe la tenaglia dall’alto. E a chiuderla dal basso ci pensa Cesare Geronzi, presidente delle Generali i cui ottimi rapporti con il Colonnello (e con il premier) – se mai ce ne fosse stato bisogno – sono stati confermati dalla difesa d’ufficio di entrambi al Meeting di Rimini

Ettore Livini per “La Repubblica

NON SOLO tende beduine, caroselli di cavalli berberi e sfilate di soldatesse-amazzoni. La Berlusconi-Gheddafi Spa, a due anni dalla fondazione, è uscita da tempo dal folklore. L’oggetto sociale d’esordio  –  la chiusura delle ferite del colonialismo  –  è stato rapidamente archiviato all’atto della firma del Trattato d’amicizia bilaterale nel 2008.
L’Italia ha garantito 5 miliardi in 20 anni alla Libia e Tripoli ha bloccato (a modo suo) il flusso di immigrati verso la Sicilia. Poi – snobbando i dubbi degli 007 Usa e dei “parrucconi” come Freedom House che considerano il Paese africano una delle dieci peggiori dittature al mondo – sono cominciati i veri affari. Un pirotecnico giro d’operazioni gestite in prima persona dai due leader e da un piccolo esercito di fedelissimi (“gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca”, dice il Colonnello) che ha già mosso in 24 mesi quasi 40 miliardi di euro e che rischia di cambiare – non è difficile immaginare in che direzione – gli equilibri della finanza e dell’industria di casa nostra.

La premiata ditta Gheddasconi ha una caratteristica tutta sua. Gli affari diretti tra i due sono pochissimi. Anzi, solo uno: Fininvest e Lafitrade, uno dei bracci finanziari di Gheddafi, hanno entrambe una quota in Quinta Communications, la società di produzione cinematografica di Tarak Ben Ammar, l’imprenditore franco-tunisino tra i principali fautori dell’asse Arcore-Tripoli. Il grosso del business si fa per altre strade. Il Colonnello ha messo sul piatto un po’ del suo tesoretto personale (i 65 miliardi di liquidità di petrodollari accumulati negli ultimi anni). Il Cavaliere gli ha spalancato le porte dell’Italia Spa, sdoganando la Libia sui mercati internazionali ma pilotandone gli investimenti ad uso e consumo dei propri interessi, politici e imprenditoriali, nel Belpaese. (more…)

«A Marchionne dico: i sindacati? Li puoi battere, non dividere»

agosto 28, 2010

Nell’intervista: Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia»

Aldo Cazzullo per “Il Corriere della Sera

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?».

No, dottor Romiti. Ce la dica.

«Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…». (more…)

Manuale di controinsurrezione

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Ogni manuale, in ogni disciplina, si discosta solo di poco dai manuali che l’hanno preceduto, e si avvale di un lavoro collettivo anche di studiosi civili, che gli autori coordinano. Così, l’antropologo David Price ha scoperto nel manuale intere frasi scippate da Anthony Giddens, Max Weber, Victor Turner. Il testo risente della forte influenza di Machiavelli e di Clausewitz. Cita di frequente il libro di Mao sulla guerriglia, come anche i Sette pilastri della Saggezza di T. E. Lawrence. Nella bibliografia è citata anche La battaglia di Algeri, il film di Gillo Pontecorvo definito «commovente e istruttivo» […..] «Le Counterinsurgencies sono state definite ‘competizioni di apprendimento’ (learning competitions)» e quindi gli eserciti che vogliono condurre in porto una vittoriosa Coin devono essere «macchine cognitive» (learning machines): «Le macchine cognitive sconfiggono le insurrezioni; le gerarchie burocratiche no» […..] «L’insurrezione è un approccio comune usato dal debole contro il forte» (1-9), perciò gli Usa si troveranno sempre più spesso impegnati in questo tipo di conflitto proprio per il loro strapotere militare/tecnologico, che rende impossibile affrontarli in campo aperto in conflitti convenzionali ma costringe i suoi oppositori a questa «guerra irregolare» […..] l’azione propriamente militare costituisce solo uno dei componenti della Coin che, se vuole vincere, deve prendere di petto «i motivi» dell’insurrezione, cioè esaminare «1) le sue cause profonde, 2) l’appoggio interno ed esterno di cui gode; 3) la sua base (inclusa l’ideologia e la narrativa) su cui gli insorti fondano il loro richiamo alla popolazione; 4) la motivazione degli insorti e la profondità del loro coinvolgimento; 4) le probabili armi e tattiche degli insorti: 6) l’ambiente (environment) operativo in cui gli insorti intraprendono la loro campagna e strategia» (1-24)

Marco D’Eramo per “Il Manifesto

Il suo nome in codice è Fm 3-24 (Fm sta per Field Manual); il titolo originario è Counterinsurgency. Ma su amazon.com lo potete comprare come The U.S. Army/Marine Corps Counterinsurgency Field Manual, a firma dei generali David H. Petraeus a James Ames. È il primo manuale di guerra a essere ripubblicato da una prestigiosa casa editrice, la University of Chicago Press. È anche il primo (e finora unico) manuale di guerra a diventare un best seller: fu messo su Internet nel dicembre 2006, fu ripubblicato in volume nel 2007, e in un anno era stato scaricato dalla rete 2 milioni di volte; la sua forma cartacea era rimasta per molti mesi tra i 100 libri più venduti da amazon.com. (more…)

Tre carneadi cofondatori

agosto 28, 2010

Rotondi, Pionati e Giovanardi. Vogliono contare come Fini. E con i loro dieci deputati e quattro senatori potrebbero far male a Berlusconi in difficoltà. E poi c’è anche Nucara

Nell’articolo: Ho però dimenticato di dirvi che c’è un quinto cofondatore. Si chiama Nucara ed è proprietario dell’Edera, il vecchio simbolo del Partito repubblicano. Finora Nucara è stato zitto ma ormai è questione di ore, si farà vivo anche lui e ne vedremo delle belle

Eugenio Scalfari per “L’Espresso

Vi do tre nomi e vi invito a dire chi sono: Rotondi, Pionati, Giovanardi. Vi metto sulla buona strada: sono tre uomini politici. Ancora non ci siete? Sono tre cofondatori del partito di Berlusconi. Non ci siete ancora? Un altro aiutino: due di loro sono ministri senza portafoglio (per fortuna) nell’attuale governo. Non vi viene in mente niente?
È terribile per quei poveretti aver lavorato una vita al servizio – si fa per dire – del paese e non aver lasciato alcuna traccia. Pensate: uno di loro è addirittura proprietario della Dc. Ma sì, avete capito bene: proprietario del logo del partito, lo scudo crociato. L’ha registrato a proprio nome perché nessun altro aveva pensato a farlo. Qualche anno fa ha fatto rivivere il partito e si è fuso con Berlusconi. Dei tre è il più importante. Rotondi. Nel momento della fusione è stato seguito da una decina di amici e da un paio di parenti acquisiti. (more…)

La memoria di Famiglia Cristiana funziona a corrente alternata

agosto 28, 2010

Sergio Soave per “Italia Oggi”

Tra le accuse più stravaganti che sono state rivolte a Silvio Berlusconi nel corso dell’arrembaggio mediatico agostano c’è quella, sostenuta dal settimanale Famiglia Cristiana, di aver «diviso i cattolici». Se presa in senso letterale, l’affermazione è semplicemente ovvia. Entrato in politica dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss, Berlusconi ha proposto un sistema politico basato sul bipolarismo politico, che comportava la fine delle esclusioni per ex comunisti ed ex fascisti e la suddivisione dei consensi in base a programmi politici alternativi non basati su appartenenze ideologiche o religiose. L’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana, peraltro era già stata superata da quando ne era venuta meno la ragione di fondo, la difesa della libertà religiosa messa in pericolo dall’espansione di regimi simili a quelli istituzionalmente atei dell’Europa orientale. Quel pericolo in realtà era già finito con la morte di Giuseppe Stalin, ma la Dc mantenne il suo primato per la capacità politica, non religiosa, di raccogliere il consenso interclassista a una prospettiva moderata, come accadeva al partito cristiano in Germania. In realtà quello che non va a Famiglia Cristiana è la scomparsa dal centro della vita politica di esponenti direttamente emanati dalle organizzazioni cattoliche, che già aveva portato la rivista a sostenere che nel governo di centrodestra i cattolici non erano rappresentati. In sostanza quello che la rivista paolina non ha mai digerito è stata la scelta operata dalla Cei di Camillo Ruini, dopo lo scioglimento della Dc, di non puntare a una rappresentanza cattolica minoritaria, ma di esercitare un’influenza particolarmente penetrante su ambedue gli schieramenti sui temi politici considerati eticamente sensibili, che sono tutt’altra cosa di una generica impostazione moralistica. Naturalmente Famiglia Cristiana ha tutto il diritto di auspicare una diversa collocazione dei cattolici italiani in politica, ma non può trascurare l’effetto oggettivo del bipolarismo e le differenze reali che su tante questioni differenziano, com’è peraltro naturale, i cattolici come tutti gli altri cittadini italiani. Sui punti indicati dalla gerarchia come irrinunciabili, invece, che piaccia o no a don Sciortino, chi ha diviso i cattolici proclamando il diritto a differenziarsi dei cattolici «adulti» sono stati Romano Prodi e Rosi Bindi. A loro non è stato imputato di dividere i cattolici, nonostante l’evidenza dei fatti, perché appunto l’unità dei cattolici in politica, e soprattutto sulle questioni eticamente sensibili, è una costruzione e non un’imposizione.

Carter, piccolo presidente diventato Grande da ex

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Erano cristiani militanti entrambi, Carter e Bush il Giovane, ma più sul versante del Dio delle Beatitudini, il georgiano, che sul fronte del Dio Vendicatore della Bibbia caro al texano

Vittorio Zucconi per “La Repubblica”

Da presidente fu mediocre e non riuscì a salvare l´America, Jimmy Carter il Pio che fabbricava seggiole per hobby come il suo Divino Maestro, ma da grande ex presidente salva gli americani uno alla volta, magari strappandoli alle grinfie dei nordcoreani. A quasi 86 anni, un´età nella quale potrebbe dignitosamente ritirarsi nella piccola chiesa Battista fra i noci della natia Plains, in Georgia, ha affrontato il lungo e sgradevole viaggio in Corea del Nord. Ha negoziato con gli altrettanto sgradevoli dirigenti comunisti di Pyongyang e ha riportato a casa ieri l´ennesima pecorella smarrita, un attivista evangelico americano di colore, dunque facilmente individuabile nella monotonia etnica di quel popolo. Era stato arrestato e condannato a otto anni di lavori forzati mentre osava predicare il Vangelo nella terra degli schiavi oppressi da Kim Jong Il. (more…)

Zero tituli

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Ma nessuno pensi che l’occultamento del caso Schifani sia censura o servilismo verso il Pdl. In attesa di tempi migliori, il Pompiere combatte B. con i messaggi subliminali. Ieri infatti pubblicava un succulento articolo sull’isola di Sant’Elena. Capìta la sottile metafora?

Marco Travaglio per “Il Fatto

Ogni tanto, leggendo i dati sulla diffusione del nostro giornale, aumentata anche in agosto, ci domandiamo il perché. In fondo siamo in quattro gatti a fare un piccolo quotidiano ancora pieno di errori e ingenuità, tipici della minore età. Poi però leggiamo altre gloriose testate e qualche perché salta fuori. L’altro giorno Mario Gerevini del Corriere della sera scopre che la società di famiglia di Corrado Passera, amministratore di Intesa San Paolo (prima banca italiana, azionista delCorriere), quello che l’altro giorno tuonava al Meeting di Rimini contro “la classe dirigente italiana che fa indignare”, ha fatto rientrare da Madeira, “zona franca al largo del Portogallo”, 10 milioni ivi parcheggiati dal 1999. La notiziona è finita a pagina 35 del Corriere, che nelle pagine precedenti doveva pubblicarne di ben più importanti, tipo: “Negli Usa vendono zoo e parchimetri”, “Il tesoro svizzero di Duvalier” (l’ex dittatore di Haiti, mica l’amministratore della prima banca italiana), “Il Maradona d’Asia via per un bicchier d’acqua”, “La figlia di Cameron nasce in Cornovaglia”, “Vietato non assumere con Facebook”, “Paris Hilton segnala un ladro su Twitter”, “A Natale la tv 3D senza occhialini”, “Il personal trainer in ufficio contro lo stress da rientro”, “Se Wall Street cucina italiano”, “L’acqua fa dimagrire”, “L’altro finale di Alamo”, il cruciverba dell’estate. Al confronto, il Tg1 di Minzolingua pare quasi un telegiornale. (more…)

Franklin D. Roosevelt, un maestro per tutte le emergenze

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Tra il 1929 e la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa conosce uno dei periodi più bui della sua storia, con la nascita del nazismo, del fascismo e del comunismo sovietico. A Roosevelt dobbiamo la sopravvivenza del sistema sociale che ha prevalso nel mondo di oggi: un sistema in cui l’economia di mercato e la libertà di impresa convivono con un esteso sistema di regole e di protezione sociale […..] Franklin D. Roosevelt è il prototipo dell’uomo politico che cerca di risolvere i problemi del suo paese adottando scelte coraggiose e non temendo di sfidare le lobby e il potere delle grandi imprese e della finanza. I suoi critici potrebbero ribattere che, in questo modo, egli abbia ceduto troppo al populismo e all’improvvisazione, determinando un eccesso di regolamentazione  […..]L’esperienza dell’ultimo decennio ci dice che possiamo correre molti rischi anche a causa di un’eccessiva cautela o timidezza dei politici nei confronti delle lobby che perseguono un interesse di altro genere: quello di agire incontrastati approfittando di un relativo potere di mercato, di un’assenza di regolamentazione e di una mancanza di trasparenza. Il coraggio di andare contro questi interessi è stato una delle qualità principali di Roosevelt ed è mancato ai presidenti americani che si sono succeduti negli ultimi decenni, oltre che ai politici europei

Pietro Reichlin per “Il Sole 24 Ore

La centralità della figura di Franklin D. Roosevelt nel panorama della storia politica del secolo scorso spiega, in parte, le controversie che circondano il suo nome. In campo economico, Roosevelt ha forgiato il sistema di sicurezza sociale americano, ha legittimato il ruolo istituzionale dei sindacati, ha introdotto una severa regolamentazione dell’attività bancaria e della finanza, ha combattuto la concorrenza, ha allargato la presenza dello stato nell’economia (sia per contrastare la disoccupazione che per dare impulso alle infrastrutture) e ha promosso le svalutazioni competitive.

Queste azioni spiegano perché la sinistra esalti il periodo rooseveltiano come un periodo d’oro della politica americana e perché la destra lo consideri in termini critici. In realtà, Roosevelt ha promosso un misto di buone e cattive politiche economiche. Molte di esse devono essere poste “nel contesto” della situazione di allora: la profondità della depressione economica e l’assenza di strumenti assicurativi contro i rischi di povertà e disoccupazione. Per stessa ammissione degli estimatori del presidente americano, molte politiche adottate allora avevano un carattere di emergenza o sperimentale. L’introduzione di un sistema relativamente esteso di protezione sociale, i sussidi di disoccupazione, la limitazione del monte ore settimanali, l’assicurazione sui depositi e la Sec sono azioni che hanno anticipato una tendenza che avrebbe coinvolto tutte le grandi democrazie occidentali. Ancora oggi queste politiche costituiscono un patrimonio fondamentale del nostro sistema sociale. (more…)

Paperoga da Fellini all’iPad

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Per me è fondamentale la serenità, se litigo devo fare pace subito se no non riesco a disegnare. Mia moglie ha capito il trucco» […..] «I miei fumetti possono essere educativi? È la mia speranza: mi farebbe piacere che qualcuno recepisse l’aspetto bello delle cose – conclude Cavazzano–. E, soprattutto, la serenità»

Angela Calvini per “Avvenire

«La volta che mi telefonò Fellini perché disegnassi a fumetti “La strada” con Topolino e Minnie, pensavo fosse uno scherzo. Invece, era vero e ancora oggi mi sembra quasi impossibile». Giorgio Cavazzano, veneziano doc, stupisce per modestia. Perché il fumetto, dopo anni di pregiudizi, ormai è considerato arte e Cavazzano è un artista a pieno titolo anche per aver rivoluzionato i personaggi di papà Walt, con uno humour e una poesia nel tratto che hanno fatto il giro del mondo, diventando maestro indiscusso della scuola italiana Disney.

Se glielo dici, però, Giorgio Cavazzano si schermisce con l’aria bonaria del nobiluomo di campagna che, a 63 anni, è rimasto ancora ragazzo fra i tanti paperi, topolini e Clarabelle che affollano il suo studio nella bella casa di Mirano. Paese verde e quieto, a 20 chilometri da Venezia, ricco di splendide ville da villeggiatura goldoniana, che ora gli vengono messe a disposizione dal Comune per rendergli omaggio. Si inaugura infatti oggi, per restare aperta sino al 19 ottobre, la mostra “Tutto Cavazzano” con 423 tavole dell’artista distribuite fra Villa Giustinian Morosini (esposta in anteprima l’avventura di «Topolino al Lido» che uscirà in occasione della Mostra di Venezia) e il Castelletto. Non solo Disney, ma anche una sterminata produzione che passa dal cartoon di successo “Cuccioli” a “Dylan Dog” e l’”Uomo Ragno”. (more…)

La borghesia mafiosa di Reggio

agosto 28, 2010

Nell’articolo: Si teme che quest’azione provochi il ribaltamento del sistema di potere che ha assicurato prestigio sociale usurpato, ricchezze poco trasparenti, relazioni equivoche con le istituzioni

Alberto Cisterna (sostituto procuratore antimafia) per “La Stampa

A Reggio Calabria si sta consumando uno scontro dal quale potrebbero emergere indicazioni vincolanti per chi voglia veramente porsi il problema di cancellare le mafie. Cosa sta accadendo nella città dello Stretto? Uso immagini suggerite dal procuratore Pietro Grasso e da altri osservatori. Succede che un potere «altro» dalla ‘ndrangheta, e quindi «oltre» la mafia, utilizza per i propri obiettivi le cosche senza escludere, quando serve, la componente militare. Da più parti si sostiene che dietro l’ennesimo attentato, il più grave, contro il procuratore generale Di Landro, si dipanino le strategie di una ‘ndrangheta fortemente saldata a zone oscure della società calabrese e che la scelta di colpire a fondo il capo della magistratura inquirente sia il frutto di un convergente interesse delle cosche e di non meglio identificati poteri occulti. Che in Calabria massoni deviati, frammenti dei servizi segreti, altri interessi illegali abbiano agito in profondità, anche in collegamento con la ‘ndrangheta, non è seriamente discutibile; ma lo scenario reggino sembra evocare altri protagonisti. (more…)