Davìd e Saul, quando il nemico è alla toilette

Guido Ceronetti per “La Stampa”

La vita dell’uomo non è sacra, non accumuliamo troppe bugie. In ogni caso io non sono un loquens mendacium. Se le nostre povere vite fossero davvero sacre non sarebbe stato messo sulla croce Cristo, né pugnalato Cesare, né assassinato Gandhi o Rabin, né gli arciduchi a Sarajevo, e i due giudici di Palermo sarebbero vivi ancora. Tuttavia, la Bibbia, quella del Vecchio Testamento, dove si fa un enorme spreco di vite umane, contiene un episodio significativo, che racconta, sbrigativamente come fa di solito – quello in cui Davìd, che il folle re Saul sta perseguitando a morte, avendo in pugno la vita del suo persecutore, la risparmia. Perché, essendo troppo facile l’ucciderlo, trova che non è bello. Inoltre, coglierebbe il re in un momento dell’esistenza quotidiana che in ogni tempo e luogo è stato protetto dal timore di compiere, uccidendo qualcuno, un’empietà, un sacrilegio. L’episodio è narrato nel primo libro di Samuele, al capitolo 24.
Non sono un autore biblico. Dispongo di una quantità di carta e nel pieno dell’estate i giornali italiani vanno a caccia di pagine narrative e non lesinano gli spazi. Approfittiamone.
Ecco il re Saul, con tremila cavalieri, di ritorno da una spedizione contro i Filistei, in un paesaggio roccioso dove brucano capre, chiamato Ein-Ghedi, «Fontana del Capriolo». Tutti hanno sete e lì c’è una fonte; Saul dà ordine di fermarsi. Freschissima, tra le rocce, si apre una vasta spelonca. Il re smonta da cavallo e un messaggero è accorso per metterlo in guardia: «Mio signore, Davìd e la sua banda di guerriglieri sono nei paraggi!». Ma la vista della spelonca, sebbene piena di ragnateli e di pipistrelli, suggerisce a Saul un’altra idea:
«Ottimo posto, questo, per cagare!».
La contorta metafora dello scriba sacro è «coprirsi i piedi», che significa: «scoprire il culo». Non la si finirebbe più di frugare nei linguaggi umani e nei loro indicibili pudori! Io, come filologo, me ne rallegro, ma il re Saul parlava brutalmente.
Entra risolutamente e senza sospetti nella spelonca, ma… Nella sua profondità stanno acquattati Davìd e i suoi sbandati senza cavalcature, e sanno che a un cenno del re i cavalieri li farebbero a pezzi in un àmen.
Trattengono il fiato, mentre il re soddisfa con ferma volontà il suo bisogno.
E Davìd, spada snudata, affilatissima, comprata dai ladri fenici, pian piano gli si avvicina da dietro, perché Dio l’ha data in mano sua. Un gesto e sarà lui il re di Gerusalemme, l’Unto del Signore!
Già! Ma davanti a lui c’è un uomo che «si copre i piedi»! L’interdetto sacro non scritto, degno di Antigone e di ogni onorato samurai, è di non colpire l’uomo, un qualsiasi nemico mortale, mentre ha il chitone alzato o le brache calate.
Davìd taglia un lembo del mantello deposto di Saul e risprofonda subito nella tenebra della spelonca.
Il re si ripulisce con foglie di palma da dattero, la carta igienica riservata ai portatori di corona, ed esce ignaro di aver avuto salva, dal suo perseguitato, la vita.
Ma lo saprà tra poco.
Abner, il suo generale, avverte il suo signore che al mantello, color verde pisello, un lembo appare tagliato! In quel momento Davìd e i suoi, in tutto una trentina, escono tra la meraviglia dei soldati e il furore del re, dalla spelonca. Ma non sono granché come guerriglieri! Sono armati di coltellacci e di qualche rozza fionda tirasassi. Davìd soltanto possiede una vera, grande, omicida spada. Tutti sono vestiti come pezzenti e fanno più pena che paura. Saul non permette a Davìd di avvicinarsi, urla: «Lo so, Davìd, che mi vuoi assassinare, ma io adesso ti passerò a fil di spada insieme ai tuoi briganti!».
Bestia di un re! pensa Davìd (non si arrischierebbe a dirlo) e gli mostra, al di là della selva delle lance, il lembo del mantello verde che gli pende dal fianco:
«Che il mio signore si degni di dare un’occhiata qui: non si tratta del tuo mantello, pazzo di un re? La mia spada avrebbe potuto trapassarti da parte a parte mentre eri occupato a coprirti i piedi: io invece, tuo servo fedele, ti ho tagliato il mantello e sono sparito in fondo alla grotta… Metti giudizio, finalmente!».
Saul fa una singolare riflessione, non riportata dallo scriba biblico: «Ma è mai possibile? Che perfino in una grotta per topi e pipistrelli, un essere umano, porti o no la corona, possa correre il rischio di essere colpito a morte mentre non sta facendo nulla di male, obbedisce soltanto alla legge della natura che gli impone di appartarsi per evacuare in pace? Siamo nel deserto di Ein-Ghedi, non ai bagni pubblici di Gerusalemme, dove si corrono pericoli di ogni genere e si pagano fior di quattrini per dare sollievo al corpo, e per un massaggio vogliono la paga giornaliera di un operaio! Dappertutto qualcosa ci minaccia! Dappertutto Dio ci può abbattere come pecore!!».
Dopo questa tirata, degna del futuro re Salomone, Saul allarga le braccia: «Vieni, che io ti abbracci, Davìd figlio mio!».
L’abbraccio commuove banditi e cavalieri. Alcuni di loro, per l’emozione, devono correre nella spelonca, dove, dopo la loro sosta, non abiteranno più neppure i topi.
«Abner, dice Saul, accendi i fuochi e disponi le sentinelle per la notte. Qui c’è acqua e i beduini ci forniranno latte, formaggi, fichi, miele e pani di avena. Non ce ne sarà per tutti, ma tu Davìd sarai alla mia tavola, dove il lembo del mio mantello farà da tovaglia. Dov’è la tua arpa?».
«È qui con me, mio signore!».
Davìd, sull’arpa, recita cantilenandolo il salmo 57, che la tradizione attribuisce a lui come mikhtàm, orazione notturna.
L’effetto musicoterapico sul rozzo e schizofrenico Saul è istantaneo: il terribile guerriero del popolo di Israele ora piange ed è preso da un trasporto di asiatica tenerezza estatica. Il salmista sa i modi per raggiungerne i fondali d’anima, e allunga sapientemente, meglio di un Orfeo, le vocali. C’è, nelle lingue consonantiche, una nostalgia delle vocali nascoste che ne accresce la sofferenza, quando la libera il canto. Ai limiti dei fuochi sono accorsi gli animali del deserto, iene, sciacalli, cani e gatti selvatici, si lasciano avvolgere dalle vocali anche loro.
Davìd ha vinto, stravinto… Lo scriba originario però non ne ricava nessun insegnamento morale. Lo faccio io inseguendo una certa idea perduta di ciò che potrebbe essere, in una guerra passabilmente leale, il significato di risparmiare la vita del nemico impotente a difendersi.

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