Il labirinto di Francesco Cossiga

Dall’uccisione di Moro la sua vita è stata solo una sequenza tragica (pubblicato il 13-06-2002)

Nell’articolo: Esplose al quinto anno della sua permanenza al Quirinale. Annunciò che da quel momento in poi si sarebbe tolto i sassolini che aveva nelle scarpe (ma quali?) e che gli impedivano di camminare spedito. Si mise all’opera con il fervore e l’empito di chi aveva deciso di combattere contro un’oppressione ignota, contro un fantasma che gli rubava il tempo e il respiro. Si dette il nome di Picconatore e menò fendenti in tutte le direzioni, risparmiando soltanto i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri

Eugenio Scalfari per “L’Espresso

“Ebbene sì sono un depresso”: ha detto Cossiga durante la conferenza stampa convocata  per confermare le sue irrevocabili dimissioni da senatore a vita contro Carlo Azeglio Ciampi; ‘sono un depresso ma non un euforico; ciò non mi impedisce di lavorare e di avere la mente chiara anzi chiarissima. Ci sono state molte illustri persone afflitte da questa malattia”. E ha citato Montanelli e perfino Nietzsche. Qualcuno, prendendo spunto da quest’ultimo nome, sussurrava la sera di quello stesso giorno nella frescura dei giardini del Quirinale in festa per l’anniversario della Repubblica: ‘Infatti stamattina Cossiga ha abbracciato un cavallo’ (l’episodio accadde a Torino nel dicembre del 1889 e segnò il passaggio di Nietzsche dalla depressione alla follia). L’ex presidente della Repubblica non è un folle e questo lo sappiamo tutti, ma certo è un caso, ‘un carattere le cui pieghe sono diventate più profonde col passare degli anni’ dicono le persone più legate a lui: una frase volutamente generica che manifesta un disagio senza spiegarne la natura. Sono stato abbastanza intimo di Francesco Cossiga per poterne parlare con qualche cognizione di causa. Dopo parecchi anni di amicizia, dal 1977 fino al 1990, ci fu una rottura politica che non fu più ricucita anche se negli ultimi mesi si era in qualche modo cicatrizzata. Avevo anch’io capito che il peso della vecchiaia incipiente aveva ‘approfondito le pieghe del suo difficile carattere’ e questa comprensione mi sollecitava ad un giudizio più equanime. Sicché posso esprimere oggi, di fronte a questa sua ultima bizzarria, un parere ‘pro-veritate’. Ci provo.

Il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro, avvenuti mentre Cossiga era ministro dell’Interno, lo segnarono per sempre. Non soltanto e forse non tanto per la totale inefficienza e impreparazione di cui dettero prova le forze della sicurezza pubblica alle sue dirette dipendenze; non tanto per la responsabilità politica che pesava su di lui per aver giustamente rifiutato – insieme ad Andreotti, Zaccagnini ed Enrico Berlinguer – di riconoscere alle Br un ruolo di interlocutori politici; quanto perché visse in quella circostanza un trauma emotivo di rapporto con la morte. Quel trauma gli capovolse la vita.

Da allora, da quella mattina in cui il corpo raggomitolato e cadaverico del capo del più grande partito italiano fu trovato nel bagagliaio di una vecchia Renault, la persona Cossiga, la sua mente, i suoi fasci neuronali, l’anima sua o comunque la si voglia chiamare sono stati come incendiati, sconvolti, fulminati da una corrente di eccezionale intensità. Era la seconda volta che ciò accadeva in cinquantasei giorni: la prima scarica da elettrochoc era avvenuta il giorno in cui Moro fu rapito dal commando delle Br alle sette del mattino e il ministro dell’Interno fu il primo, ovviamente, ad averne notizia. Ricordo questi fatti per averne vissuto la sequenza ed aver raccolto proprio da lui l’impressione a caldo di quelle terribili scosse e delle conseguenze indelebili che produssero ‘sulle pieghe profonde del suo carattere’. Quelle “pieghe profonde” ci misero un bel po’ di tempo prima di manifestare i loro effetti. Per oltre un anno l’ex ministro dell’Interno, che aveva firmato la sua lettera di dimissioni fin dalle prime ore del rapimento Moro con la decisione che sarebbero diventate operative a vicenda Moro conclusa e comunque conclusa, si chiuse in un isolamento pressoché totale, lontano da tutti, dalla famiglia, dagli amici privati, da quelli politici. Elaborava il lutto, il suo lutto. Scomparve dalla scena. Poi vi tornò. Prima da Presidente del consiglio di un effimero Ministero senza storia, poi da Presidente del Senato. Infine da capo dello Stato.

In cinque anni bruciò le tappe di un “cursus honorum” straordinario, quale raramente si era visto prima e mai in una persona sottoposta ad un doppio trauma di quella violenza. Ma era stonato, dominato dall’immagine della morte che gli aveva sconvolto la vita. Guardava alla sua vita con lo sguardo furbo e sospettoso di chi si sente braccato da qualche cosa di immenso cui si può sfuggire depistando, cancellando le tracce, cambiando abitudini, frequentazioni, modi di pensare e di vivere. Esplose al quinto anno della sua permanenza al Quirinale. Annunciò che da quel momento in poi si sarebbe tolto i sassolini che aveva nelle scarpe (ma quali?) e che gli impedivano di camminare spedito. Si mise all’opera con il fervore e l’empito di chi aveva deciso di combattere contro un’oppressione ignota, contro un fantasma che gli rubava il tempo e il respiro. Si dette il nome di Picconatore e menò fendenti in tutte le direzioni, risparmiando soltanto i servizi segreti e l’Arma dei Carabinieri quasi che fossero queste le sole forze che potevano difendere la sua incolumità psicologica. Il suo problema divenne ben presto quello di monopolizzare ogni giorno la prima pagina di tutti i giornali. Voleva stupire. Doveva stupire. Doveva esorcizzare la mortalità con la fama. Doveva bruciare i templi nei quali aveva officiato e tutt’ora officiava. Novello Erostrato, decise di picconare la Costituzione che aveva solennemente giurato di difendere. Fu applaudito e circondato da una vasta sequela di comici dell’arte recitanti a soggetto. Condivise con altri la predilezione per i guitti e i buffoni di corte. Ma il suo problema era molto più profondo: doveva sfuggire a quel qualcosa di incognito, di oscuro, di ineluttabile che lo perseguitava sotto le più diverse sembianze.

La vita di Francesco Cossiga non è una vicenda banale: è una sequenza tragica. I suoi amici politici l’hanno utilizzata al peggio per servirsene nel proprio interesse senza capirne la drammaticità. Nessuno di loro ha sentito il dovere di aiutarlo a fare chiarezza con se stesso uscendo da quel gioco a rimpiattino che ne devastava la figura morale e intellettuale. La lettera di dimissioni da senatore a vita, l’attacco immotivato al Presidente della Repubblica, gli insulti ai giudici e alle istituzioni, la risibile minaccia di ricorrere alla negromanzia per castigare gli avversari, sono altrettante manifestazioni di uno spirito disperato che si aggira in un labirinto senza trovarne l’uscita.

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