L’America non può restare: ma si rischia la guerra civile

Nell’articolo: Basti ricordare che gli iracheni non sono stati neppure in grado di promulgare una legge petrolifera per spartirsi i proventi del greggio. L’impasse è terrificante

Lorenzo Cremonesi per “Il Corriere della Sera”

«Lo sapevano tutti. È noto da tempo che il ritiro americano dall’Iraq era inevitabile. Come del resto è quasi inevitabile l’implosione del Paese una volta che i soldati americani se ne saranno andati». John Fisher Burns (65 anni, due premi Pulitzer) parla con l’esperienza di decenni da inviato per il New York Times nelle zone calde del pianeta: Cina e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, Africa, il Pakistan dei golpe militari, Afghanistan talebano e soprattutto cinque lunghi anni (2002-2007) da capo ufficio per la sede di Bagdad. Così commenta per telefono da Londra le prospettive del futuro iracheno.
Dunque non ha senso chiedere agli americani di restare?
«Non ne ha più. Il meccanismo è ormai avviato, lo dettano esigenze militari e tabelle politiche. Da molto tempo ormai gli Stati Uniti hanno scelto tra la necessità di perseguire i propri interessi e quella di evitare la guerra civile in Iraq. Il paradosso è che da sette anni, dopo l’invasione Usa del marzo 2003, gli iracheni pagano un prezzo altissimo. E ora rischiano di pagarne uno anche peggiore con il ritiro».
Come vede chi tra i militari iracheni dice di non essere pronto a prendere il posto delle truppe Usa?
«È una verità ben nota sin nelle stanze più recondite del Pentagono. E lo sapeva bene anche il generale David Petraeus, che dall’inizio del surge (la grande offensiva, ndr) nei primi mesi del 2007 continuò a ripetere che la relativa stabilizzazione era fragile e facilmente reversibile. Continua a ripeterlo anche oggi».
Lei insiste sulle responsabilità della politica?
«Ancora due anni fa furono l’allora presidente Bush e il premier iracheno Maliki ad accordarsi sul calendario del ritiro. Obama è stato ben contento di farlo suo. I leader americani sanno che l’opinione pubblica è contro la presenza militare in Iraq e Afghanistan. Bisogna uscire, anche se sono coscienti che potrebbe derivarne la guerra civile e il caos totale. Maliki, come del resto ogni altro premier iracheno, non può assolutamente chiedere agli americani di restare, diventerebbe troppo impopolare. Così entro il 31 agosto si passerà dalle attuali 64.000 truppe zero. Preoccupa Usa a 50.000 una e alla domanda: fine del 2011 se già a ora, con i soldati americani ancora nel teatro di guerra, gli iracheni non sono capaci di mettere in piedi un loro governo e trovare larghe intese sulle questioni più gravi, cosa faranno una volta che gli americani non ci saranno più?».
Appunto, cosa faranno?
«Uno degli assunti che avanzano i sostenitori del ritiro è che, dopo anni di stragi, gli iracheni hanno imparato sulla loro pelle e dunque faranno del loro meglio per mettersi d’accordo. Penso che ciò non abbia alcun fondamento. Purtroppo mi viene da dire che il futuro potrebbe rivelarsi molto peggio del passato».
Conseguenze? Uno Stato curdo nel nord, la divisione tra sciiti e sunniti nel centro-sud?
«Non credo in un frazionamento in più entità statali. I Paesi della regione non lo permetterebbero, Iran e Arabia Saudita in testa. I curdi tra l’altro sono già de facto uno Stato nel nord, anche se non hanno alcun interesse a proclamarlo ufficialmente. Vedo invece l’allargarsi delle tensioni interne. Basti ricordare che gli iracheni non sono stati neppure in grado di promulgare una legge petrolifera per spartirsi i proventi del greggio. L’impasse è terrificante».
L’ex ministro degli Esteri, Tareq Aziz, dalla sua cella nel centro di Bagdad ha fatto un appello Obama perché gli americani non lascino l’Iraq al suo destino. Un passo forte, no?
«È una mossa che parla da sola. Tareq Aziz teme di essere assassinato dalle milizie sciite. Chiede a Obama di non lasciare il Paese in pasto a lupi. Ai tempi di Saddam era noto per le sue ambiguità, i trucchetti. Ma ora mi sembra dica il vero. Le sue paure sono collettive».
Iraq prova generale per l’Afghanistan?
«Temo di sì. Gli scenari sono simili. Ma gli americani non possono restare. La guerra costa troppo, oltre 1.000 miliardi di dollari spesi in Iraq. Una follia, gli Stati Uniti sono in bancarotta. Non se lo possono più permettere, è il tracollo dell’impero. Anche se non credo che lo scenario futuro sia molto migliore: il caos a Bagdad e Kabul sarà lo specchio del fallimento Usa. Tareq Aziz in un’intervista al Guardian ha espresso il desiderio per il ritorno di un uomo forte in Iraq. Speriamo non si riveli assassino e psicopatico com’era Saddam. Per il resto non so. Mi sento solo di dire che siamo di fronte a un periodo di gravissima instabilità e l’Iraq ne sarà al cuore».

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