Crisi di nervi nel golfo

La corsa contro l’Iran atomico scatena droni, sabotatori, disinformatia e omicidi

Nell’articolo: Alle cinque e trenta del mattino del 28 luglio la superpetroliera giapponese Morning Star è stata squassata da un’esplosione mentre attraversava lo Stretto di Hormuz con 270 mila tonnellate di greggio. C’è stata una pioggia di frammenti incandescenti in mare, ma pochi danni e nessuna vittima. Le versioni per spiegare la fiancata piegata e annerita sono contraddittorie: in un primo momento si è parlato persino di un’onda anomala gigante o di un maremoto. L’equipaggio insiste: abbiamo visto un lampo di luce. La spiegazione finale è che un gruppo estremista filo al Qaida ha mandato un attentatore suicida con un barchino esplosivo contro la Morning Star. Ma secondo fonti d’intelligence è stata un’operazione d’avvertimento compiuta da due sottomarini iraniani che hanno attaccato la superpetroliera per lanciare un messaggio agli americani: possiamo chiudere lo Stretto di Hormuz, il più vitale tra i corridoi marini del mondo, per il traffico di superpetroliere, quando vogliamo

Luigi De Biase e Daniele Raineri per “Il Foglio

Nelle ultime settimane chi prova a osservare la crisi nel Golfo è sopraffatto da voci che si inseguono e si annullano con frequenza febbrile. Lo scontro, per ora freddo, tra il regime iraniano che vuole la bomba atomica e chi cerca di fermarlo ha scatenato la tempesta della disinformazione o, per dirla meglio, delle informazioni che sono impossibili da verificare: rapporti segreti ma non tanto, teorie del complotto, accuse verosimili, schegge di notizia, chiacchiere di corridoio. Questo che segue è l’elenco aggiornato ma non ragionato.

Sabato comincia l’era atomica iraniana

Il governo di Teheran è pronto a inaugurare la centrale atomica di Bushehr, un impianto progettato nel 1974 che entrerà in funzione “entro la fine dell’anno”. Sabato, i tecnici russi di Rosatom consegneranno il primo carico di uranio alle autorità del paese. Il regime ha organizzato una cerimonia sontuosa con un migliaio di invitati. La delegazione straniera più folta è quella del Cremlino, che sarà guidata dal numero uno dell’agenzia atomica, Sergei Kiriyenko. A Teheran dicono che l’impianto produrrà energia elettrica, ma l’operazione solleva sospetti in occidente perché l’uranio di Bushehr potrebbe essere usato per alimentare armi atomiche. “Questa è una vittoria significativa per l’Iran”, ha detto due giorni fa l’ex ambasciatore americano all’Onu, John Bolton. D’ora in avanti sarà impossibile fermare l’impianto con un raid militare: un bombardamento rischia di provocare una dispersione radioattiva sulle aree circostanti peggiore di Chernobyl.

Il cielo sopra Bushehr
Due incidenti intorno alla centrale di Bushehr agitano le forze di sicurezza iraniane. Il 17 agosto, un aereo F-14 è precipitato a sei chilometri dall’impianto. Secondo un portavoce del governo, Gholam Reza, i due piloti sono riusciti a lanciarsi con il paracadute prima che il caccia si schiantasse al suolo per un guasto. Fonti d’intelligence dicono che le cose sono andate diversamente: l’F-14 sarebbe stato colpito da un missile TOR M-1 di fabbricazione russa. L’aereo sarebbe entrato per sbaglio nel perimetro di sicurezza della centrale, azionando il sistema di difesa che la protegge. C’è di più. All’inizio di agosto, nei cieli di Bushehr sono comparsi tre aerei senza pilota, come quelli usati in Afghanistan per combattere contro i talebani e i terroristi di al Qaida. I giornali del regime hanno pubblicato un bollettino tranquillizzante pochi giorni più tardi: diceva che l’esercito ha abbattuto un drone da combattimento nel corso di una esercitazione che si è svolta intorno all’impianto. Ma secondo un’altra versione, non erano droni iraniani. Sarebbero stati lanciati contro la centrale per saggiarne le difese.

Sabotatori in azione

Il 25 luglio, un’esplosione violenta ha ucciso quattro persone nell’impianto petrolchimico di Khark, un’isola iraniana nel Golfo Persico. Il governo dice che si tratta di un “incidente” provocato dalla pressione eccessiva in una pompa, ma diversi analisti hanno avanzato l’ipotesi di un sabotaggio. Khark si trova a 1.200 chilometri da Teheran e possiede la raffineria più importante del paese. Gli esperti dicono che non tornerà in funzione presto: le sanzioni approvate dall’Onu contro il regime islamico non permettono di vendere alle società di Teheran pezzi di ricambio.

La petroliera attaccata per avvertimento
Alle cinque e trenta del mattino del 28 luglio la superpetroliera giapponese Morning Star è stata squassata da un’esplosione mentre attraversava lo Stretto di Hormuz con 270 mila tonnellate di greggio. C’è stata una pioggia di frammenti incandescenti in mare, ma pochi danni e nessuna vittima. Le versioni per spiegare la fiancata piegata e annerita sono contraddittorie: in un primo momento si è parlato persino di un’onda anomala gigante o di un maremoto. L’equipaggio insiste: abbiamo visto un lampo di luce. La spiegazione finale è che un gruppo estremista filo al Qaida ha mandato un attentatore suicida con un barchino esplosivo contro la Morning Star. Ma secondo fonti d’intelligence è stata un’operazione d’avvertimento compiuta da due sottomarini iraniani che hanno attaccato la superpetroliera per lanciare un messaggio agli americani: possiamo chiudere lo Stretto di Hormuz, il più vitale tra i corridoi marini del mondo, per il traffico di superpetroliere, quando vogliamo. Se la superpetroliera fosse colata a picco, avrebbe ostruito lo Stretto. Il 3 agosto, il generale iraniano Ataollha Salemi in visita alla base navale di Bandar Abbas ha sfidato gli americani a salire sulle navi dell’Iran per controllarne il carico: “Li tratteremo come pirati somali”. Poi, secondo indiscrezioni, s’è congratulato con gli equipaggi dei due sottomarini per la buona riuscita dell’operazione.

Base israeliana in Arabia Saudita
Il 18 e il 19 giugno i sauditi hanno cancellato tutti i voli passeggeri all’aeroporto della città di Tabuk, nel nord ovest del paese, pagando prontamente hotel e risarcimenti ai viaggiatori, senza però dare spiegazioni. Secondo un rapporto circolato sui media iraniani, in quei due giorni aerei militari israeliani hanno scaricato materiale da guerra in una base segreta a nove chilometri dalla città. L’Arabia Saudita ha una politica di totale chiusura contro Israele: non accetta viaggiatori con il timbro israeliano sul passaporto e non accetta alla frontiera merci israeliane. Chissà che direbbe Osama bin Laden, che ha fondato al Qaida scandalizzato che il regno avesse ospitato basi americane durante la prima guerra del Golfo. Ma la paura dell’Iran atomico spinge Riad a collaborare. Quella di Tabuk sarebbe una base avanzata per elicotteri da combattimento lungo quella scorciatoia aerea che consentirebbe agli aerei israeliani di arrivare per la rotta più breve a bombardare i siti atomici dell’Iran. Secondo il Time di Londra, a inizio luglio l’Arabia Saudita avrebbe anche simulato lo spegnimento totale – temporaneo – di tutti i suoi sistemi di difesa aerea per consentire il passaggio sicuro degli aerei israeliani, per essere sicuri che i computer non scambino per un attacco sul suolo saudita il passaggio dello stormo da guerra straniero.

Missili S-300 sul mar Nero

Nei giorni scorsi, l’esercito russo ha piazzato una batteria di missili S-300 sul territorio dell’Abkhazia, la Repubblica del Caucaso che ha conquistato l’indipendenza dopo una guerra con la Georgia lunga quindici anni. Pochi strumenti di difesa aerea sono efficaci quanto gli S-300: per questo molti paesi del medio oriente chiedono con insistenza forniture alla Russia. La decisione di portare i missili nel Caucaso è stata criticata sia dalla Georgia, sia dagli Stati Uniti. Il premier dell’Abkhazia, Sergei Shamba, dice al Foglio che “gli S-300 serviranno a proteggere il territorio della Repubblica, non ad attaccare: la loro presenza ci permetterà di escludere la possibilità di qualunque aggressione dall’esterno”. Questa batteria di missili offre protezione a tutta la Russia, non soltanto all’Abkhazia: con il radar di Gabala, che si trova poche centinaia di chilometri più a sud, in Azerbaigian, compone uno scudo contro un ipotetico (ma non impossibile) attacco iraniano.

Il missile non c’è, ma si vede
Disinformazione iraniana. Alla parata dell’esercito di aprile, è stato fatto sfilare per le strade di Teheran anche un sistema missilistico antiaereo S-300. Fosse vero, sarebbe clamoroso, perché il sistema è in grado di fermare un attacco aereo dall’esterno contro i siti nucleari. Ma gli esperti di Aviation Week ci hanno messo poco a smascherare la messinscena. I silos dei missili sarebbero “fusti di greggio saldati tra loro”, con qua è là qualche pezzo – vero – di arma, forse ricavato da una replica di produzione cinese, l’HQ-9. Il camion che ha trasportato i presunti missili in parata manca del sistema per sollevarli e puntarli. Del resto anche la Croazia, una quindicina d’anni fa, aveva sfoggiato un sistema S-300 non funzionante acquistato sul mercato nero. L’Iran non è nuovo alle esibizioni belliche-bufala. Nel 2008, durante l’esercitazione “Grande profeta tre”, dichiarò di avere lanciato un nuovo tipo di missile Shahab capace di colpire a più di 2.000 chilometri, quindi anche Israele e l’Europa, scatenando l’allarme nei governi occidentali, poi rientrato quando le immagini hanno mostrato il normalissimo lancio del solito, obsoleto modello. I pasdaran avevano anche modificato – male – le fotografie con Photoshop per far credere di aver compiuto più lanci di quelli reali.

L’arma che riporta all’età della pietra
Uno dei rumor più frequenti è quello sulla possibilità di un attacco a impulsi elettromagnetici (EMP). Un’arma atomica fatta esplodere tra i 40 e i 400 chilometri d’altezza non causa danni a persone e cose al livello del suolo. Provoca invece un’aurora boreale artificiale e frigge qualsiasi apparecchiatura elettrica: a seconda dell’altitudine, l’impulso investe un’area più o meno vasta e la riporta istantaneamente all’età della pietra. Niente più lampioni, computer, telefoni. L’effetto fu scoperto dagli americani nel 1962 durante l’esercitazione atomica Starfish Prime sopra l’isola di Johnson nell’Oceano Pacifico. L’anno dopo Washington e Mosca firmarono in fretta un trattato congiunto che vietò gli esperimenti nell’atmosfera, per evitare di causare accidentalmente una catastrofe. Nel 2008 William Graham, capo di una commissione che si occupa della minaccia EMP contro gli Stati Uniti, ha testimoniato al Congresso che l’Iran ha condotto test missilistici sul mar Caspio compatibili soltanto con questo tipo di attacco, e che il giornale militare iraniano ne parla esplicitamente. A questo servirebbe, e non soltanto a mettere in orbita satelliti per le comunicazioni, il programma spaziale di Teheran. L’Air Force One e i siti atomici americani sono costruiti in modo da resistere anche a questo tipo di attacco, ma il mondo civile è vulnerabile. Naturalmente, si parla anche – a livello teorico – della possibilità inversa: fare esplodere un’atomica sopra l’Iran, come ultima opzione per bloccarne il programma nucleare, preparandosi a salvare i civili iraniani – che piomberebbero nel medioevo – e anche al rischio di coinvolgere i paesi amici confinanti (Pakistan, Turchia, Iraq).

Gli iraniani si addestrano in Russia
Fra i paesi che hanno chiesto alla Russia gli S-300 c’è anche l’Iran. Le Guardie della Rivoluzione li vogliono per proteggere Bushehr e gli altri impianti nucleari del paese. Il governo di Teheran dice di avere firmato un contratto con il Cremlino, ma i missili non sono mai giunti a destinazione. Questo non significa che l’affare, prima o poi, non vada a buon fine. La scorsa settimana, gli iraniani hanno annunciato di avere ricevuto gli S-300 grazie a uno scambio avvenuto in Bielorussia, ma la notizia è stata smentita. Ora, fonti di intelligence dicono che i soldati iraniani conoscono bene il sistema e alcune squadre di specialisti sono state invitate in Russia negli ultimi mesi per prendere parte a un addestramento specifico. Israele e gli Stati Uniti conoscono la notizia almeno da maggio. Se l’Iran entrasse in possesso degli S-300, le chance di un raid aereo contro le centrali degli ayatollah scenderebbero drammaticamente.

Gli israeliani si addestrano in Romania
L’esercito israeliano ha perso due elicotteri (e un equipaggio) nel giro di quindici giorni. E’ accaduto fra luglio e agosto in una zona montagnosa della Romania, il teatro scelto da Tsahal per un’esercitazione molto particolare. Secondo fonti di intelligence, gli uomini dell’Idf hanno simulato per giorni un attacco a sorpresa con squadre elitrasportate contro l’Iran, e l’esito dell’operazione avrebbe potuto essere migliore. Il 26 luglio un CH-53 ha perso quota ed è caduto a terra su un altopiano dei Carpazi. L’incidente è costato la vita a sei soldati israeliani e a un ufficiale dell’esercito romeno. Pochi giorni più tardi, un altro elicottero è stato costretto a un atterraggio di emergenza. La Romania è uno degli avamposti della Nato: i marine hanno una grande base presso l’aeroporto Mikhail Kogalniceanu, sulle coste del Mar Nero, dalla quale partono sovente caccia F-16 diretti alle installazioni militari che si trovano in Turchia e in Israele. Secondo il mensile americano Atlantic, un ipotetico raid aereo israeliano dovrebbe essere seguito da squadre di soldati su elicotteri.

La villa salta in aria
All’inizio di agosto il padre del programma droni dell’Iran, l’ingegnere aeronautico Reza Baruni, è morto nella misteriosa esplosione della sua villa in un quartiere ricco e isolato riservato agli ufficiali del regime ad Awhaz, nel sud del paese. La versione ufficiale incolpa una fuga di gas. Ma fonti d’intelligence dicono che la villa – sorvegliatissima – è stata minata su tre lati in modo che il tetto crollasse sugli occupanti. Baruni sarebbe stato vittima delle squadre fantasma di sabotatori che stanno sistematicamente colpendo obiettivi strategici dentro l’Iran. Soltanto pochi insider dentro il regime, ai massimi livelli politici e dell’Aeronautica, sanno che l’assassinio di Baruni ritarderà di anni il programma iraniano sui droni, che è comunque già in fase avanzata. Gli aerei senza pilota dell’Iran già tengono d’occhio gli americani nel Golfo Persico, in Iraq e in Afghanistan. Gli iraniani ne avrebbero ceduti alcuni a Hezbollah.

Il generale ucciso in casa
Un generale delle Guardie della Rivoluzione, Khalil Sultan, è stato ucciso a Damasco il 16 maggio. La notizia è stata raccolta dai servizi segreti francesi nella comunità di esiliati siriani che ha trovato rifugio a Parigi. Sultan è l’anello di collegamento fra Teheran e i gruppi paramilitari che si muovono in medio oriente. Ufficialmente, era a Damasco per rappresentare Kordo, la casa automobilistica iraniana. L’omicidio sarebbe avvenuto in uno dei quartieri più sicuri della città: un gruppo di uomini armati sarebbe riuscito a entrare nella sua abitazione e avrebbe portato via documenti e computer portatili dopo l’omicidio.

La Siria usa droni israeliani?

Israele ha dato droni alla Turchia per la lotta contro la guerriglia curda. La Turchia a sua volta ne ha ceduti alcuni alla Siria, per lo stesso motivo: contro la guerriglia curda. In questo modo tecnologia israeliana sarebbe finita in mano a un regime, quello di Damasco, che formalmente è ancora in guerra con Gerusalemme ed è alleato di Teheran.

Le “prove” di Hezbollah
Il leader carismatico di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ieri ha consegnato al Tribunale internazionale che indaga sull’assassinio con un’autobomba dell’ex premier libanese Rafiq Hariri le prove che dimostrerebbero la responsabilità israeliana. La mossa appare disperata, perché il Tribunale speciale è già in possesso di intercettazioni telefoniche che portano ai servizi segreti siriani e a una squadra di fuoco hezbollah. Fra le prove presentate da Nasrallah, anche il video – intercettato da Hezbollah – di un drone israeliano che sorveglia il cielo di Beirut. Per ora l’unico effetto dell’accusa è stato quello di sospendere davvero le trattative tra Israele e la Russia sulla compravendita di droni israeliani. I russi non vogliono velivoli che possono essere intercettati.

Il cargo di armi precipita
Un cargo della compagnia tedesca Lufthansa è precipitato a Riad il 28 luglio. Secondo le autorità saudite, il pilota ha perso il controllo dell’aereo durante le fasi di atterraggio. Alcuni testimoni hanno detto di avere visto la carlinga avvolta dalle fiamme prima dell’impatto con il terreno. I due piloti sono rimasti feriti e le squadre di emergenza hanno spento l’incendio in tre ore. Alcuni quotidiani tedeschi hanno scritto – subito ripresi dalle agenzie di stampa iraniane – che il cargo aveva un carico da ottanta tonnellate di armi per i sauditi e per l’esercito americano.

Scambio di prigionieri a Baku
Il governo dell’Azerbaigian ha concesso l’amnistia a tre uomini arrestati a Baku più di un anno fa. Non sono prigionieri come gli altri: due, Najm-Eddin Ali Hossein e Mohammad Karaki Ali, sono libanesi e appartengono a Hezbollah; l’altro, conosciuto con il nome di “Fazil”, ha il passaporto iraniano. Le squadre speciali dell’antiterrorismo li avevano catturati nell’inverno del 2009 dopo una caccia spettacolare per le strade della capitale. Secondo l’accusa, avevano in mente attacchi contro obiettivi strategici come l’ambasciata britannica, israeliana e americana e il grande radar di Gabala, nel nord del paese, che è controllato dall’esercito russo ma potrebbe essere il primo a rilevare la partenza di missili iraniani. Con i tre, sono tornati in libertà altri dodici cittadini iraniani, trasferiti immediatamente a Teheran con un volo speciale. Gli azeri hanno ottenuto in cambio la liberazione di Rashid Aliev, un ingegnere arrestato in Iran nel 2008 con l’accusa di avere fornito informazioni riservate ad alcune agenzie di intelligence straniere (fra le quali il Mossad). Gli iraniani accusano l’Azerbaigian di ospitare sul confine militari americani.

Parla il consulente Rosatom
Per Emmanuel Gout, fondatore di Stratoinvest, una società di consulenze che lavora per conto di Rosatom, “sono l’Europa e gli Stati Uniti a trasformare Bushehr in un successo iraniano”. Gout dice al Foglio che “una centrale non è una bomba atomica, e l’inaugurazione di un nuovo impianto dovrebbe essere un fatto normale”. La Russia, spiega l’esperto, “è l’ultimo paese al mondo che vuole armi di distruzione di massa a Teheran perché si trova troppo vicino all’Iran. Ma in casi come questo, ci sono due modi di operare: il primo è andare avanti con le sanzioni, il secondo è collaborare per tenere il processo sotto controllo”. L’atteggiamento della comunità internazionale ha reso l’apertura di Bushehr “un gigantesco simbolo, anche dal punto di vista mediatico” della potenza dell’Iran, “e farà crescere la confusione tra nucleare civile e nucleare militare”. Gout sostiene che il problema poteva essere risolto “con la nascita di una banca dell’uranio in Russia, un progetto del Cremlino che avrebbe permesso di sorvegliare il programma atomico dell’Iran. Purtroppo, Francia e Stati Uniti non hanno condiviso il principio”.

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