Giù nella tana di Wikileaks

Perché l’ideologo della trasparenza altrui vive in un labirinto di segreti finanziari

Nell’articolo: In Australia Wikileaks è registrata come una biblioteca, in Francia è una fondazione, in Svezia è una testata giornalistica, negli Stati Uniti si sdoppia in due fondazioni (del tipo 501c3s, quelle che offrono sgravi fiscali ai donatori) che fanno da copertura al sito in cui vengono pubblicati segreti sgraditi al potere costituito. I nomi delle due fondazioni sono segreti e le loro attività di base potrebbero essere le più diverse, dalla ricerca sul cancro alla protezione del germano reale ed è grazie all’abilità di commercialisti arditi che finiscono per finanziare l’opera di Assange

Mattia Ferraresi per “Il Foglio

Di Wikileaks sappiamo tutto, cioè non sappiamo nulla. Per paradosso, il sito creato da Julian Assange per praticare l’arte della trasparenza perfetta, inchiodando governi e agenzie sulla croce delle loro colpe con pubblicazioni scomode, è un fiume torbido, una notte in cui tutti i segreti sono ugualmente pubblicabili, a eccezione dei propri. Se Wikileaks avesse uno statuto il primo articolo reciterebbe: pubblicare tutto. E tutti gli altri articoli rimanderebbero al primo. Ma proprio per onorare l’idea che ogni apparato sia malaffare in potenza, Wikileaks non ha uno statuto, non ha società registrate né strutture legali dai contorni definiti, soltanto cibernetici comandamenti incisi su server protetti in Svezia, Belgio, Islanda e chissà dove ancora.

Uno dei dogmi degli iniziati di Assange impone di non rivelare i nomi dei donatori che foraggiano Wikileaks. Per fare quello che fanno servono soldi, e non pochi. Ci sono le informazioni da acquisire, i server da mantenere, i collaboratori da ungere, il noleggio di alcune apparecchiature, i viaggi, le camere d’albergo dove Assange ama incontrare gli hacker che lavorano per lui, o, meglio, gli hacker che collaborano con lui, visto che le loro prestazioni non sono retribuite con stipendi fissi (e forse nemmeno con stipendi saltuari). Sembra impossibile però risalire con precisione ai nomi dei sostenitori che fanno confluire nelle casse di Assange almeno i 200 mila dollari l’anno che servono per coprire le spese. E’ la cifra minima, visto che lo stesso biondo venuto dall’Australia dice che dall’inizio del 2010 Wikileaks ha ricevuto più di un milione di dollari. La risalita finanziaria coincide con la preparazione del colpo da maestro dello spifferaio magico, che a luglio ha pubblicato 76 mila documenti del Pentagono sulla guerra in Afghanistan – i famosi “war logs” – con una grande operazione di marketing internazionale fatta con le testate di New York Times, Guardian e Spiegel. Il flusso di cassa di Wikileaks nel corso dell’anno è in contrasto con il bilancio di quello precedente, così scarso da costringere Assange a chiudere temporaneamente baracca. Ma che le vacche siano magre o grasse, rimane aperta la questione della loro provenienza.

Il Wall Street Journal ha messo in piedi un’inchiesta sulle fonti di finanziamento del regno della trasparenza di Assange e la conclusione è condensata nel titolo apparso sul giornale di ieri: “Così Wikileaks mantiene la segretezza sui suoi finanziamenti”. Si scopre che dal sito discende una catena di soggetti legali irrintracciabili o solo parzialmente visibili, coperti da un gioco di cavillose intersezioni che permette agli idolatri della trasparenza di rimanere perfettamente opachi. In Australia Wikileaks è registrata come una biblioteca, in Francia è una fondazione, in Svezia è una testata giornalistica, negli Stati Uniti si sdoppia in due fondazioni (del tipo 501c3s, quelle che offrono sgravi fiscali ai donatori) che fanno da copertura al sito in cui vengono pubblicati segreti sgraditi al potere costituito. I nomi delle due fondazioni sono segreti e le loro attività di base potrebbero essere le più diverse, dalla ricerca sul cancro alla protezione del germano reale ed è grazie all’abilità di commercialisti arditi che finiscono per finanziare l’opera di Assange.

Il luogo geografico in cui la portata di danaro sembra più consistente è la Germania, dove una fondazione dedicata al signore degli hacker, Wau Holland, fa da porto sicuro per i soldi che finanziano la trasparenza. Funziona così: Assange incoraggia i sostenitori a versare somme nelle casse sicure della Wau Holland Foundation, in un’apposita sezione di “sostegno” al lavoro di Wikileaks, e la fondazione stessa procede a trasferire i soldi su conti bancari controllati dagli uomini di Assange, che emettono regolari ricevute. La convenienza del triangolo tedesco è che per legge la fondazione di Wau Holland non è tenuta a svelare i nomi dei propri sostenitori e quindi nemmeno di quella parte che dona a nuora perché suocera riceva. Ufficialmente Wikileaks dice che la somma media che arriva nelle sue casse attraverso la fondazione di Holland è di 20 euro, con qualche eccezione, ad esempio quel sostenitore che dopo la pubblicazione dei “war logs” s’è entusiasmato e ha giocato sulla casella della trasparenza 10 mila euro.

Tra la fondazione di Holland e Wikileaks c’è il sodalizio ideale dello svelamento di segreti di stato, delle magagne corporative, un afflato attivista diretto al rovesciamento dei potenti. Holland ha fondato il Chaos Computer Club, uno dei primi clan di hacker della storia, e nel 1981 ha violato il sistema di trasmissione dei dati bancari sulle linee telefoniche della Germania occidentale, facendo sborsare a un istituto di credito 134 mila marchi. I soldi sono stati restituiti il giorno successivo, ma la missione era compiuta: anche il sistema più raffinato poteva essere violato e piegato a scopi opposti a quelli per cui era stato creato. Per non essere da meno, anche Wikileaks in passato ha avuto uno scontro frontale con una banca, la Julius Baer & Co., che ha denunciato Assange per avere pubblicato documenti segreti. Volevano fargli chiudere il dominio del sito e finirla per sempre con la storia degli attivisti voyeur che tutto fanno tranne gli affari loro. Ma il fondatore era molto più furbo di così. Un’agguerrita falange di avvocati per i diritti civili ha difeso a tal punto il colpo di mano di Wikileaks da costringere la banca a ritirare la denuncia e con lei tutti i propositi di brunire i vetri della casa della trasparenza.

Il sistema di scatole cinesi messo in piedi da Assange non si basa su una banale segretezza completa; il fondatore non può permettersi di essere condannato per gli stessi peccati di cui accusa governi e aziende di mezzo occidente. Si cura con piglio scientifico di fornire alcune cifre, dare alcuni nomi, offrire coordinate generiche. Ma lo scopo che i calcoli di Assange tengono sommamente in conto è non offrire la tracciabilità completa: si risale la corrente delle mezze verità fino a un certo punto e poi, sul più bello, tutto si oscura. Del resto, anche un qualsiasi Berlicche sa che la menzogna esplicita è grossolana, mentre l’arte del mascheramento parziale dona credibilità a chi la pratica. Così lo spifferaio magico ha iniziato a costruire una casa di vetro che con il passare del tempo si scopre fatta da pannelli di “magic mirror”, lo specchio univoco che gli investigatori usano per gli interrogatori. Dalla sua finestra sicura Assange vede senza essere visto.

Quello di Wikileaks è un paradosso heideggeriano in cui lo svelamento dell’altro implica necessariamente il nascondimento del sé, nel giudizio o pregiudizio che i buoni – quelli che dicono la verità – godano di una deroga alle leggi che inchiodano i cattivi – quelli che circuiscono il popolo. Nel proteggere i dati finanziari della sua attività, Assange applica un metodo analogo a quello che il Pentagono usa per proteggere, ad esempio, le identità di informatori afghani che sarebbero uccisi dai talebani se solo sapessero che questi passano informazioni sensibili agli americani. L’esempio non è di fantasia. I 76 mila documenti pubblicati a luglio sono zeppi di nomi sommamente interessanti per il governo americano (e per i talebani) e sommemente inutili per tutto il resto del mondo. L’Amministrazione ha un interesse particolare a tenere al sicuro quei dati proprio perché svelarli significherebbe mettere in pericolo l’esistenza stessa della missione. Allo stesso modo Wikileaks ha tutto l’interesse a non dire chi finanzia le operazioni: il regno di mammona è sporco, pieno di personaggi dubbi, attraversato da pulsioni troppo malvage anche per il più tosto dei moralisti. Assange rimuove il rischio alla radice, anche a costo di essere additato come il più classico dei moralizzatori che razzolano male. Nel fine settimana un procuratore svedese ha sollevato un’accusa di stupro a carico di Assange, a seguito di una denuncia. Dopo un’occhiata più approfondita, un secondo procuratore ha decretato che non c’era nulla, il fatto non sussisteva, una bolla di sapone. “Ci avevano detto di aspettarci giochi sporchi”, ha scritto Assange su Twitter, “ed ecco che il primo è arrivato”.

Il Center for Investigative Journalism ha cavalcato la teoria del complotto e dopo 48 ore che la notizia veniva masticata dalla rete erano moltissimi quelli convinti che la donna fosse un agente del Pentagono incaricato di incastrare Assange. Ma c’è molto di più. Le imperfezioni della casa di vetro dello spifferaio magico stanno convincendo i complottisti più seri ad abbracciare una controteoria che epura da sinistra le sue pretese di verità. Il sito What Really Happened sostiene che Assange abbia pubblicato i segreti sull’Afghanistan per conto del Pentagono, che voleva comunicare al mondo che Bin Laden è ancora vivo (questa informazione occhieggiava in un solo documento) per giustificare così il suo sforzo bellico contro il terrore. Assurdo? Sì. Ma fare i trasparenti con i vetri degli altri ha un prezzo.

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