Storia di un ingresso vietato

Nell’articoloIl 18 giugno del 1961 (James Meredith) presentò domanda di ammissione all’Università. La domanda gli fu immediatamente respinta. James ricorse alla Corte federale. Vinse. Il rettore dell’Università si oppose alla sentenza e disse: «Tu qui non entri». Il governatore dello Stato, tal Ross Barnett, si schierò col rettore. Il personaggio politico più influente del Mississipi, George Wallace, democratico convinto, futuro governatore e futuro candidato alla presidenza degli Stati Uniti (1964 e 1968) scese in campo a favore di Barnett. James allora ricorse alla Corte Suprema federale. Trascorse un anno. Nel settembre del 1962 la Corte Suprema gli diede ragione. Allora James si presentò all’Università, ma la trovò sbarrata. Dagli studenti bianchi, dalla polizia di Stato, dal governatore Barnett e da George Wallace

Piero Sansonetti per “Il Riformista

Circa mezzo secolo fa, nel giugno del 1961 un ragazzo nero del Mississipi decise di iscriversi all’Università di Stato, nella città di Jackson. Era una università famosa, che aveva un buffo nome, Ole Miss, che in slang, credo, vuol dire vecchia signorina. E come molte altre università del Sud aveva una caratteristica: All White. Cioè era solo per bianchi. Questo ragazzo nero di cui voglio parlarvi si chiamava James Meredith, aveva 28 anni, era figlio di operai poveri, era nato in un paesino sperduto, Kosciusko, nel Sud del Sud del Mississipi. E si era messo in testa, sin da piccolo, tre idee. La prima, originalissima, era che i bianchi e i neri fossero pressappoco uguali. La seconda era che l’America non sarebbe mai entrata nella modernità vera se non si fosse convinta dell’uguaglianza razziale. La terza era che per rompere gli schemi bisognava semplicemente affidarsi alla legge.

James aveva sempre rifiutato – e anche in futuro rifiuterà – l’azione politica collettiva. Combatteva da solo. Impugnando la legge e solo la legge. E siccome qualche anno prima la Corte Suprema aveva emesso una sentenza che dichiarava illegittima la segregazione razziale nella scuola media (sentenza Brown vs Alabama) James aveva deciso che quella sentenza aveva valore di principio e che dunque Ole Miss non poteva rifiutare i neri. Meredith era stato anche incoraggiato dal discorso che qualche mese prima, in gennaio, era stato pronunciato dal nuovo presidente degli Stati Uniti, John Kennedy. Si era convinto che in America il clima stava cambiando, che era il momento giusto per osare. Il 18 giugno del 1961 presentò domanda di ammissione all’Università. La domanda gli fu immediatamente respinta. James ricorse alla Corte federale. Vinse. Il rettore dell’Università si oppose alla sentenza e disse: «Tu qui non entri». Il governatore dello Stato, tal Ross Barnett, si schierò col rettore. Il personaggio politico più influente del Mississipi, George Wallace, democratico convinto, futuro governatore e futuro candidato alla presidenza degli Stati Uniti (1964 e 1968) scese in campo a favore di Barnett. James allora ricorse alla Corte Suprema federale. Trascorse un anno. Nel settembre del 1962 la Corte Suprema gli diede ragione. Allora James si presentò all’Università, ma la trovò sbarrata. Dagli studenti bianchi, dalla polizia di Stato, dal governatore Barnett e da George Wallace. Il governatore Barnett dichiarò ai giornali, rivolgendosi alla popolazione bianca e incitandola a sollevarsi contro la corte suprema: «Non è mai successo, nella storia, che la razza caucasica sia sopravvissuta a un processo di integrazione sociale…». Meredith allora scrisse al ministro della Giustizia. Che era Bob Kennedy, fratello del presidente. Si dice che il giovane ministro (aveva 38 anni) quella notte non dormì e non dormì la notte seguente. Non sapeva bene cosa fare. Come poteva imporre la sentenza della Corte, se la polizia di Stato sbarrava l’entrata all’Università? E se invece avesse ignorato l’appello di Meredith cosa sarebbe successo della questione razziale negli Stati Uniti? Si dice che in quelle due notti Bob Kennedy – che era un moderato, un rappresentante della borghesia reazionaria del Nord, un giovane avvocato che aveva lavorato per la commissione anticomunista di McCarthy negli anni 50 – in quelle due notti subì una profonda maturazione politica e diventò il più progressista tra tutti i leader della storia degli Stati Uniti. E tre giorni dopo aver ricevuto la lettera, decise di mandare a Jackson la Guardia Nazionale, scortata dai carrarmati. Il 30 settembre del 1962 James Meredith si ripresentò all’ingresso dell’Università, scortato da due ufficiali mandati da Washington. Pretese di nuovo di entrare. Ai cancelli trovò uno sbarramento di migliaia di bianchi urlanti. C’era anche Ross Barret, e c’era Wallace col suo winchester tra le mani. C’era la polizia di Stato armata. Dissero a James: «Vattene». Uno dei due ufficiali che scortava Meredith allora ordinò ai carrarmati di muoversi. Lo scontro fu durissimo. La guerriglia durò tutta la giornata. Ci furono due morti, un poliziotto di Barret e un giornalista francese. E circa 200 feriti. Alla fine, come è logico e giusto, vinsero i federali. Barret firmò la resa. Meredith entrò nell’Università e ne uscì quattro anni dopo, laureato. La legge di Jim Crow era stata sconfitta dalla legge dello Stato. Cos’è la legge di Jim Crow? Un modo di dire americano, molto vecchio, addirittura ottocentesco, per indicare la legge, non scritta ma potentissima e arrogante, del razzismo. Che per decenni è stata superiore a ogni istituzione. Voi vi chiederete? E cosa c’entra tutto questo con la Fiat? Niente: non c’entra niente. Non penso affatto che si possa fare un paragone tra Melfi e Jackson, né tra la legge di Jim Crow e la legge della Fiat, tantomeno tra Marchionne e Barnett, o Wallace. E soprattutto spero proprio che Alfano non voglia prendere esempio da Kennedy. Era solo così, per raccontavi una storia…

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