Viktor Bout, ascesa e caduta dell’uomo del mistero

L’estradizione negli Stati Uniti chiude la carriera di quello che è ritenuto il principale trafficante d’armi al mondo. Ma è davvero l’ultimo atto?

Nell’articolo: Lo scoprono i giornalisti, che cominciano a corteggiarlo e a chiedergli interviste (nel 2003 poserà per un servizio del New York Time Magazine). Uno in particolare, Douglas Farah, scrive un best seller, Merchant of Death, proprio sulla sua vita, che verrà portata sul grande schermo da Nicholas Cage, protagonista di Lord of War. Bout è una star, vanta un paio di siti internet a lui dedicati e addirittura una Viktor Bout Appreciation Society su Facebook

Alberto Tundo per “Peacereporter

Nella sua biografia, la sentenza con cui venerdì 20 agosto una Corte d’Appello thailandese ne ha deciso l’estradizione negli Stati Uniti potrebbe essere il capitolo finale. Ma non c’è da giurarci, perché quando si parla di Viktor Bout, il trafficante per eccellenza, nulla è sicuro e tutto è avvolto da un alone di mistero e leggenda. E allora, forse, conviene partire proprio da quella che al momento è la fine. L’ultimo capitolo si apre con il suo arresto, nel marzo 2008, in un albergo di lusso di Bangkok, dove – secondo l’accusa – stava negoziando la vendita di una partita di armi a rappresentanti delle Farc colombiane. Trattativa fatale, perché gli emissari della guerriglia erano in realtà informatori della Drug Enforcement Agency (Dea) americana. Un finale da poliziesco di second’ordine che non rende giustizia ad una vita intensa che la banalità non l’ha mai nemmeno sfiorata.

Il “paradiso” africano. Non si sa bene dove sia nato: Mosca, dicono alcune fonti, più probabilmente Dushambe, in Tagikistan, forse nel 1967. Cresce negli apparati di sicurezza sovietici, secondo i servizi inglesi nel famigerato Gru, l’intelligence dell’esercito, dove vengono coltivati i giovani più promettenti, sottoposti ad una formazione speciale. Bout sa maneggiare armi molto sofisticate, conosce le tecniche di autodifesa e parla fluentemente sei lingue. Di suo è dotato di una intelligenza rara, quasi ferina, e soprattutto di un fiuto che gli permetterà di comparire e scomparire sempre al momento opportuno. Sulle spoglie dell’Urss, costruisce la sua fortuna. Comincia mettendo le mani su parte dell’enorme parco aerei della compagnia di bandiera sovietica, Aeroflot, incapace addirittura di inventariare la sua proprietà. Per due soldi, e ungendo bene gli ingranaggi giusti, comincia a mettere in piedi una flottiglia sempre più numerosa di Antonov, Tupolev, Ilyushin e Yakovlev. Allo stesso modo, si assicurerà accesso agli enormi depositi di armi, abbandonati e quasi incustoditi, della defunta Armata Rossa. All’inizio, si dice, ci sono traffici con l’Afghanistan e poi col Sud America, ma sono voci. Intanto, e questo è invece documentato, dà vita ad una galassia di società commerciali, in ogni angolo del pianeta, grazie ad una fitta rete di prestanome e a tanti documenti contraffatti. Con alcune di queste, entra negli schermi radar delle intelligence occidentali e per i loro movimenti sospetti in Africa. In un continente segnato da una moltitudine di micro-conflitti, fa fortuna. E’ l’uomo che tutti vogliono. C’è (anche) lui dietro il Ruf in Sierra Leone, è Bout che arma gli sgherri di Charles Taylor in Liberia, così come l’Unita angolano, arma i Tusi ruandesi via Bulgaria e Romania. E’ anche in Congo, dove partecipa al grande banchetto di una guerra da cinque milioni di morti ed entra nel mercato dei diamanti, con la  Great Lakes Business Company. Vende armi al Movimento di liberazione del Congo ma anche alRassemblement congolais pour la democratie di Wamba Dia Wamba, pedine rispettivamente di Uganda e Ruanda, Paesi che Bout annovera tra i suoi clienti, insieme a Kenya, Etiopia, Repubblica Centrafricana e Swaziland, per citarne alcuni.

Dall’ombra ai riflettori. Sarà anche un figlio del Comunismo sovietico ma sul lavoro è un calvinista. I suoi aerei viaggiano in qualunque condizione e atterrano su qualunque pista. Bout non chiede, fa; per lui i contratti sono sacri. Tratta senza problemi con le peggiori canaglie del pianeta, con signori della guerra che arruolano bambini e praticano il cannibalismo, ma è sempre un metro avanti a loro. Troppo furbo, troppo navigato. E protetto giorno e notte da una corte di ex militari del Gru, gente che fa paura anche alle violente e indisciplinate milizie africane. Ma diventa un punto di riferimento nel mercato illegale delle armi soprattutto perché non procura solo pistole e fucili, come gli Ak47 di fabbricazione russa o cinese, ma anche merce più sofisticata: elicotteri d’attacco, mine anticarro, sistemi antiaereo, fucili da cecchino, visori a infrarossi. Un’ascesa così fulminea e imperiosa lo espone, però, a una visibilità indesiderata. Dal 2000 in poi, in quasi ogni rapporto delle Nazioni Unite sul traffico d’armi in Africa, compare un riferimento “alle società dell’imprenditore russo Viktor Bout”. Lo scoprono i giornalisti, che cominciano a corteggiarlo e a chiedergli interviste (nel 2003 poserà pr un servizio del New York Time Magazine). Uno in particolare, Douglas Farah, scrive un best seller, Merchant of Death, proprio sulla sua vita, che verrà portata sul grande schermo da Nicholas Cage, protagonista di Lord of War. Bout è una star, vanta un paio di siti internet a lui dedicati e addirittura una Viktor Bout Appreciation Society su Facebook.

Una rete di società e di misteri. Lui fa spallucce, si presenta come un imprenditore di successo, dice di non essere responsabile di ciò che trasporta ma è un fatto che le sue società sbucano in ogni conflitto. Sono una miriade, nascono come funghi e vengono spostate ogni volta che le autorità locali fanno troppe domande: Air Cess, Air Pass, Bukavu Aviation Transport, con cui si muove in Congo, Centrafrican Airlines, registrata in Guinea nel 2002, per citarne solo alcune. Si sospetta sia sua anche Aerocom, con cui trasportava – tra le altre cose – anche droga in Belize. E Aerocom ricompare in Iraq dove Bout lavora come contractor per il Pentagono. Ricompaiono anche la Santa Cruz Imperial, la Phoenix e soprattutto appare la Irbis, compagnia che copre tratte molto interessanti: collega Sharijah, uno degli Emirati Arabi Uniti dove Bout è di casa, con Balad, località a nord di Baghdad, dove c’è una base americana; Dubai con Kabul, e poi di nuovo Sharijah con Baghram, in Afghanistan, un’altra importante base Usa. Oltre che per gli Stati Uniti, movimenta per l’Onu aiuti e personale a Timor Est dopo lo tsunami e in Somalia. Dei servizi del “mercante di morte” hanno bisogno tutti.
Per questo la storia che Washington ce l’abbia con lui perché probabile fornitore delle Farc non regge (in passato gli hanno “perdonato” gli affari con i Talebani) ed è ugualmente strano che si sia fatto incastrare da finti emissari delle Farc. Molte cose non tornano. Bout, che da anni vive e prospera in quella zona grigia dove servizi, eserciti e crimine si incontrano e fanno affari, sa molte cose che potrebbero aiutare a capire meglio la politica internazionale di questi ultimi anni. La sua rimane una figura controversa e molto affascinante. Si spera che gli sia dato il tempo di parlare e non venga silenziato prima. Un finale del genere sarebbe troppo banale per una storia come quella di Viktor Bout, il trafficante d’armi più famoso del mondo.

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12 Risposte to “Viktor Bout, ascesa e caduta dell’uomo del mistero”

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