NICK E BART, ANARCHICI E MIGRANTI / Poesia di Bartolomeo Vanzetti

Scocca la mezzanotte, è il 23 agosto. Nella prigione di Charlestown, a Boston, cala due volte la corrente. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono stati giustiziati

Nell’articolo: Gli Stati Uniti, negli anni dopo la prima guerra mondiale vivono in un clima di caccia alle streghe che non ha precedenti. Gli obiettivi sono sempre «gli altri», i non assimilati, gli stranieri, i socialisti, gli anarchici. Tra il 1919 e il 1920, sessantamila attivisti vengono schedati, e tra il 2 e il 6 di gennaio del 1920, circa diecimila sospetti saranno arrestati, in raid condotti in trentacinque città americane. Solo nel New England – dove vivono Sacco e Vanzetti – i fermi sono ottocento, in quei giorni. La chiamano red scare, la prima «paura rossa»

Enrico Terrinoni per “Il Manifesto

È da poco scoccata la mezzanotte. Il luogo è la prigione di Charlestown, a Boston, in America. La data è il 23 di agosto del 1927. Prima che passino trenta minuti, il braccio della morte del penitenziario avrà già visto, per ben due volte, i segni di un forte calo di corrente. Mezzanotte e mezza. I corpi dei due anarchici internazionalisti, Nicola Sacco – nativo del foggiano – e Bartolomeo Vanzetti – nato e cresciuto nel cuneese – vengono portati via dopo esser stati giustiziati sulla sedia elettrica. Prima di loro era stato allontanato dalla stessa stanza, il cadavere di Celestino Madeiros, un prigioniero, immigrato portoghese, che un anno e mezzo prima li aveva, inascoltato, scagionati.
Per comprendere perché il boia abbia ricevuto l’ordine di mandarli a morire in quella notte di agosto, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. Bisogna tornare alla sera del 15 aprile del 1920, quando un altro italiano, Alessandro Berardinelli, insieme ad un americano, Frederick Parmenter, erano stati freddati da una banda di ladri all’uscita della fabbrica di scarpe Slater e Morrill, a South Braintree, sempre nel Massachusetts. Due colpi per uno, e le cassette con le paghe degli operai rubate. Cos’è che, tra l’aprile del 1920 e l’agosto del 1927, porterà all’esecuzione dei due famosi anarchici italiani?
Gli Stati Uniti, negli anni dopo la prima guerra mondiale vivono in un clima di caccia alle streghe che non ha precedenti. Gli obiettivi sono sempre «gli altri», i non assimilati, gli stranieri, i socialisti, gli anarchici. Tra il 1919 e il 1920, sessantamila attivisti vengono schedati, e tra il 2 e il 6 di gennaio del 1920, circa diecimila sospetti saranno arrestati, in raid condotti in trentacinque città americane. Solo nel New England – dove vivono Sacco e Vanzetti – i fermi sono ottocento, in quei giorni. La chiamano red scare, la prima «paura rossa».
Venti giorni dopo l’assassinio di South Braintree, è la volta di Sacco e Vanzetti, portati alla stazione di polizia mentre erano di ritorno insieme da Brockton. Li trovano in possesso di pistole e materiale sospetto. Un volantino che Vanzetti aveva in tasca incitava ad una manifestazione di protesta per l’uccisione di Andrea Salsedo – altro anarchico volato giù, questa volta a New York, dagli uffici dell’Fbi, al quattordicesimo piano del Park Row Building, il 3 maggio del 1920.
Gli Stati Uniti ospitavano allora corpose colonie di anarchici. Nel New Jersey, a Paterson, viveva il famoso Luigi Galleani di Cronaca sovversiva, rivista su cui Vanzetti scrisse più d’una accorata difesa dei diritti delle classi lavoratrici. Sempre a Paterson aveva risieduto Gaetano Bresci. Più massiccio e spavaldo, accanto all’anarchismo, era il fronte del sindacalismo internazionalista (Iww – Industrial Workers of the World), e un qualche peso doveva avere anche il Partito Socialista Americano, se è vero che nel 1912 vide eletti, tra elezioni locali, regionali, e nazionali, milleduecento membri del proprio partito.
Vanzetti, che ancora nel 1923 si descrive come un «comunista anarchico», era un autodidatta. Negli Stati Uniti, racconta, «lessi il Capitale di Marx, i lavori di Leone, di Labriola, il Testamento politico di Carlo Pisacane, i Doveri dell’uomo di Mazzini… mi schierai dalla parte dei deboli, dei poveri, degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati… compresi che i monti, i mari, i fiumi chiamati confini naturali, si sono formati antecedentemente all’uomo, per un complesso di processi fisici e chimici, e non per dividere i popoli».
Sacco lascia il mondo raccomandando al figlio Dante – in inglese – di aiutare «i deboli che gridano aiuto, aiuta i perseguitati e le vittime, perché sono loro i tuoi migliori amici; sono loro i compagni che lottano e cadono, proprio come tuo padre e Bartolo hanno lottato e sono caduti, ieri, per conquistare la gioia della libertà di tutti, e per i poveri lavoratori».
Gli anni che dividono l’arresto di Sacco e Vanzetti e la loro fine sulla sedia elettrica sono scanditi dalle udienze di due processi ridicoli. Sono gli anni, dopo la condanna, dei quattro appelli negati alla difesa dal reazionario giudice Thyler – che al suo club descriveva i due italiani come «anarchist bastards». Sono gli anni della finta commissione indipendente nominata dal governatore Fuller, e dell’ignavia dei membri della corte suprema Brandeis e Holmes. Sono gli anni dei testimoni prezzolati Splaine, Pelser, e Goodridge (Corning), spinti dal procuratore Katzman a presentare alla giuria prove inventate – ma poi credute – della loro colpevolezza. Tutti nomi su cui cade la vergogna della storia. Ma sono anche gli anni degli amici e dei compagni di Sacco e Vanzetti, i quali al processo ne tracciarono ritratti insuperabili per umanità, solidarietà e delicatezza d’animo. Sono queste, qualità e valori di cui la poesia «L’usignolo» – oggi sepolta in un faldone di una remota biblioteca americana, e qui tradotta in italiano – è un chiaro esempio.
La storia si conclude esattamente cinquanta anni dopo quell’esecuzione avvenuta nel 1927, quando il governatore del Massachusetts in carica, Michael S. Dukakis, proclama ufficialmente il 23 agosto il «Nicola Sacco and Bartolomeo Vanzetti Memorial day», facendo pubblica ammenda per la negazione, nei confronti dei due giustiziati, di un processo «giusto e imparziale». Qualche tempo dopo il Senato condannò tale proclamazione, dichiarandola illegale. Impossibile, allora, non tornare con la mente alle parole di Nicola Sacco, dedicate ai suoi amici e ai suoi compagni, diciannove giorni prima di morire: «La classe capitalista è spietata, senza alcuna compassione per i bravi soldati della rivoluzione. Siamo orgogliosi di morire e di cadere come cadono tutti gli anarchici». Gli fa eco Vanzetti, che scrive alla sorella, «persuaditi una buona volta per sempre di questa irrefutabile verità. La protesta e la rivolta sono sempre fecondi di bene; è la codardia, l’ignoranza, la sottomissione, che sono fatali».

“L’Usignolo” di Bartolomeo Vanzetti

Quando nel corso d’infiniti mutamenti cosmici,
Alla fine dell’inverno, scuro e triste,
Di lontano, benevola,
coronata di rose,
Vediamo apparire la dolce attesa primavera;
Quando, con mani lievi riscalda divina, trasforma
In piccoli ruscelli vivi le nevi alpine,
Libera le sorgenti ed i torrenti dalle loro
catene ghiacciate,
E sui campi, ravviva ogni fiore che nasce;
Risveglia ovunque migliaia di dormienti voci,
Rasserena fronti annuvolate, e nel cuore ardente dell’uomo,
Ravviva il coraggio e la fiducia, nuove speranze
ispirando –
Allora, anche tu ritorni, delicato cantante.
Radiosa di luce, la primavera ci viene incontro
Tra armonie stellate nell’alto del cielo;
Poiché tu l’hai desiderata tanto a lungo
e seguita,
Fedele tra le ombre della notte.
Così hai ritrovato i vecchi luoghi cari,
La sorgente, la siepe, i verdi boschi silenziosi,
Il cespuglio di rose da cui hai cantato
l’estate passata,
E costruito il tuo nido dietro al loro sipario d’ombra.
Così – nel mio giardino – nello splendore luminoso del mattino,
Io ti ho vista, un aprile –
di tanto tempo fa.

Il titolo originale della poesia è “The Nightingale”. La copia dattiloscritta, con correzioni a penna, non è datata. Da scambi epistolari con Alice Stone Blackwell si evince come, se da un lato la composizione deve essere avvenuta prima del 28 novembre 1922 – data della lettera in cui se ne parla – la revisione del testo non possa aver avuto luogo prima di quella data. Infatti, nella lettera inviata da Alice Stone Blackwell a Bartolomeo Vanzetti proprio il 28 novembre del 1922, viene suggerita una modifica, che poi è accettata da Vanzetti. Si tratta del terzo verso. Una versione precedente della poesia riportava, evidentemente, la lezione “From regions far” in luogo dell’attuale “From far away”, suggerito dalla Blackwell – la quale in alternativa proponeva anche la scelta, considerate equivalente, “From parts remote”. Le altre correzioni effettuate a penna riguardano refusi nella battitura.
Se il titolo rimanda all’ “Ode to the Nightingale” di Keats, un riferimento culturale chiaro è, invece, l’ode di William Wordsworth “Intimations of Immortality”, come suggerito da una citazione precisa al verso 10, “revives each flow that blows”; si tratta di una reminiscenza del verso 207 dell’ode wordsworthiana: “To me the meanest flower that blows can give”.
(Traduzione dall’inglese e nota al testo di Enrico Terrinoni)

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