Risse di regime nei palazzi di Teheran

Nell’articolo: Il 9 agosto, nel corso di una visita in Siria, Ali Akbar Velayati, importante consigliere di Khamenei (da sempre critico nei confronti di Ahmadinejad) ha dichiarato che l’Iran è disposto a trattare con gli Stati Uniti sul programma nucleare. La settimana seguente, un portavoce del ministero degli Esteri ha detto che Teheran non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in negoziati. Il doppio linguaggio della diplomazia iraniana non è certo una novità, ma ora la cacofonia è un sintomo di confusione che nuoce all’immagine della Repubblica islamica

da “Il Foglio”

“Kheili asabani”, ossia molto arrabbiato. Così lo descrivono le cronache iraniane delle ultime settimane. L’ayatollah Khamenei è stanco di giocare il ruolo di paciere nelle continue faide tra conservatori pragmatici e falchi. “Ho lanciato un serio monito ai nostri funzionari affinché non rendano pubbliche le loro divergenze di opinione”, ha annunciato a favore di telecamera. Come se, un anno fa, non avesse rinunciato alla sua sbandierata equidistanza tra fucili e turbanti. Ora Khamenei prova a riconquistare l’aplomb del pater familias costringendo i suoi riottosi eredi a siglare la pace. Pochi giorni dopo il richiamo alla solidarietà nazionale, avrebbe riunito il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, e il capo del Parlamento, Ali Larijani. E’ seguita una conferenza stampa tutta sorrisi, buoni propositi e pacche sulle spalle. Ma pochi sono pronti a scommettere sulla riconciliazione.

Larijani contesta ad Ahmadinejad di bloccare il lavoro del Parlamento e i suoi alleati irridono le politiche economiche del governo. Il presidente non perde occasione per rimarcare le abitudini decadenti delle grandi famiglie clericali. Lui li accusa di ipocrisia e di corruzione, i nemici ribattono punto su punto schernendo l’inesperienza sua e dei suoi collaboratori. Il 9 agosto, nel corso di una visita in Siria, Ali Akbar Velayati, importante consigliere di Khamenei (da sempre critico nei confronti di Ahmadinejad) ha dichiarato che l’Iran è disposto a trattare con gli Stati Uniti sul programma nucleare. La settimana seguente, un portavoce del ministero degli Esteri ha detto che Teheran non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in negoziati. Il doppio linguaggio della diplomazia iraniana non è certo una novità, ma ora la cacofonia è un sintomo di confusione che nuoce all’immagine della Repubblica islamica. L’irritazione di Khamenei riguarda anche la volontà di ripresentarsi come arbitro irrinunciabile di fronte a un establishment che non lo ama ed è pronto a scaricarlo. Ecco allora che si rincorrono nuovamente le voci: “Ahmadinejad potrebbe presto cadere”. Riecco Zahra Rahnavard, moglie di Mir Hossein Moussavi, che annuncia: “Il governo è vicino al collasso”. Dopo aver legato il proprio destino a quello dei suoi pretoriani, per Khamenei sarebbe difficile disfarsi del suo presidente. Ma l’ayatollah ha buoni motivi per non fidarsi del suo principale alleato e Larijani, Velayati, Ghalibaf non perdono occasione per ricordarglielo. Sui missili dei pasdaran compaiono due scritte. Da una parte “Rivoluzione”, dall’altra “Mahdi”. Il giornale Kayhan, specchio piuttosto fedele degli umori di Khamenei, ha denunciato “un nuovo movimento che pretende di essere più rivoluzionario del leader supremo”. Ahmadinejad ha deciso uno spericolato rilancio della propria immagine. Il presidente punta a riconquistare il credito perduto nell’estate di sangue del 2009 con il nazionalismo. Mira a sedurre la gioventù e la classe media sposando esoterismo anticlericale e orgoglio nazionale, e per farlo si discosta dal suo mentore, il poco popolare ayatollah Mesbah Yazdi. Ahmadinejad rifiuta sempre più spesso di rispettare le sensibilità del clero, invita donne a far parte del suo governo e organizza banchetti per gli iraniani all’estero, da sempre sospettati di essere poco revolutionary correct. Manda avanti i suoi collaboratori più fidati, uomini come il controverso Esfandiar Rahim Mashaei. Amico e consuocero di Ahmadinejad, Mashaei è il capo di gabinetto del presidente e ha accumulato potere e benessere negli ultimi due anni. Imprevedibile, a volte descritto come un moderato, a volte come l’ideologo dietro il nuovo volto di Ahmadinejad, Mashaei ha destato sensazione suggerendo di diffondere nel mondo “l’islam iraniano” e insistendo sul valore dell’identità iraniana, contrapposta a quella islamica. Frasi seducenti e pericolose – dicono i conservatori – frasi che strizzano l’occhio alla diaspora e ai verdi delusi e che, ovviamente, non sono affatto piaciute a Khamenei.

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