E SULLA PORTA SCRISSE: VATTENE

Nell’articolo: Il «caratterino» innato di Oriana era allora diventato un cattivo carattere da primato

Giovanni Sartori per il “Corriere della Sera“, da “Dagospia

Ci siamo conosciuti, Oriana e io, poco dopo la fine della guerra. A Firenze, visto che eravamo entrambi fiorentini. Oriana era minuta, bellina, e molto attraente. Colpiva subito per la straordinaria vitalità, per l’energia, per la risolutezza. Spiccò il volo da Firenze molto presto, molto prima di me. Per parecchio tempo ci siamo persi di vista. Poi ci siamo ritrovati a New York, dove io ero alla Columbia University e Oriana aveva preso casa (per pura combinazione a trenta metri da quella di Ugo Stille), e si era finalmente accasata; ci stava davvero.

Si era fatta, come inviato speciale, tutte le guerre del dopoguerra. Tra queste anche la prima guerra del Golfo, la guerra di George Bush padre. Saddam Hussein incendiò allora, mentre le sue truppe fuggivano in ritirata, i pozzi petroliferi dei quali si era impadronito. I fumi di quegli incendi erano oleosi, densissimi, e Oriana, che era lì come sempre in prima linea, se li inghiotti tutti.

Dopo, maledicendoli, diceva che la sua malattia ai polmoni l’aveva respirata lì. Ma l’aveva respirata anche fumando, sempre e fino all’ultimo, sigarette a catena.
A New York ci ritrovammo come vecchi amici di sempre. Il «caratterino» innato di Oriana era allora diventato un cattivo carattere da primato.

Litigava con tutti, insolentiva tutti, querelava tutti. Qualche scatto lo ebbe anche con me; ma io me li prendevo tranquillamente, e lei il giorno dopo mi invitava, facendo finta di niente, a cena a casa sua. Oriana era una cuoca bravissima, e quando era tranquilla tra le mura di casa la sua conversazione era straordinaria, di eventi ne aveva vissuti tanti. Era riuscita a intervistare quasi tutti i «grandi» (ivi inclusi i grandi in cattiveria) dell’epoca.

Un giorno chiese i miei buoni uffici per farci ricevere da Zbigniew Brzezinski, chiamato Zbig per semplificare, che era stato l’ispiratore dell’elezione a presidente di Carter, nel quale divenne National Security Advisor e anche Segretario di Stato. Zbig era mio collega alla Columbia, ed eravamo in ottimi rapporti. Lo cercai di persona, ma lui mi bloccò subito: «Dopo aver letto l’intervista con Henry (Kissinger), io a quella signora non dirò mai nulla»: finì così. Ma quella fu una delle poche «interviste ritratto» mandate da Oriana.

Dicevo che Oriana litigava con tutti. Un giorno mi telefonò, furiosa, perché avevo invitato alla casa italiana della Columbia, della quale ero direttore, Umberto Eco, a parlare dello strepitoso successo del libro Il nome della rosa. Oriana mi disse: «Ma come, inviti Eco (ometto gli epiteti di contorno) e non inviti me?». Risposi: «Certo, ti invito volentieri, perché tu parli di te stessa, delle tue esperienze, dei tuoi libri, ma non di politica. Perché (aggiunsi secco) di politica non capisci nulla».

Lei, con mia sorpresa, incassò senza vituperi. Non venne mai alla Columbia, né torno mai sull’argomento. Un anno o due dopo fu lei a farmi uno scherzo da prete. Oriana stava ormai male, tossiva continuamente. La convinsi a farsi visitare allo «Sloan Kettering», il maggiore istituto per la cura dei tumori del mondo.

Non fu facile ottenere l’appuntamento; ma una bella mattina di una bellissima giornata andai a prenderla a casa e andammo a piedi allo «Sloan Kettering». Lì, come per tutti, un segretario le presentò un lungo questionario da compilare. Oriana si infuriò ( «io sono Oriana Fallaci, non un paziente qualsiasi») e si presentò al luminare con il questionario in bianco; e lui, tempo un minuto, la rimandò a casa.

Oriana tornò allo «Sloan» circa un anno dopo; ma era troppo tardi, e forse lo era già la prima volta.

Negli ultimi anni credo che Oriana abbia conversato en amitié, in amicizia, solo con me o comunque con pochissime persone. Con gli altri, gli avvocati, i suoi editori, le sue numerose segretarie (furono in pochi a reggere) parlava strillando e per strillare contro qualcuno.

Nel suo ufficio alla Rizzoli di New York sulla 57ma strada andava di rado; e chi la cercava lì trovava sulla sua porta un cartello che diceva go away, vattene.
Oriana è stata, negli ultimi anni, una donna molto sola e molto infelice. Anche per questo le volevo molto bene.

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