Helmut Kohl, un uomo per due sogni: Europa e Germania unite

Nell’articolo: Nel gennaio 1984, parlando al Knesset (il parlamento israeliano), Kohl disse che la sua generazione aveva avuto «la grazia di una nascita tardiva». La frase, presa da Günter Grass, forse infelice, certo incompresa nel contesto in cui venne pronunciata, sottende l’ambigua tensione patriottica che caratterizzò la generazione dei politici postbellici successiva a quella degli Adenauer e degli Erhard, divenuta adulta tra le due guerre mondiali […..] Kohl amava dire che il suo obiettivo non era il creare un’Europa tedesca ma una Germania europea. Chissà che cosa pensa in questi giorni. Dall’unificazione a oggi la Germania, governata per la prima volta da politici nati nel dopoguerra, ha accresciuto il proprio peso economico nell’Unione Europea, ma forse Kohl si chiede che cosa sia successo della sua capacità di leadership continentale

Gianni Toniolo per “Il Sole 24 Ore

Capitava facilmente di incontrarlo nella vecchia città universitaria di Hidelberg. Passeggiava lentamente, chiacchierando con un amico e rispondendo con cenni garbati ai saluti dei passanti, seguito a qualche passo di distanza, da un solo, discreto, poliziotto in borghese. Helmut Kohl, oggi fatica a muoversi, lascia poco la sua casa. Gli amici continuano ad andare a trovarlo ma gli manca l’incontro con la gente, cittadini e studenti di Hidelberg, l’alma mater dove si laureò in storia e scienze politiche e ottenne poi un dottorato con una tesi sulla ricostruzione dei partiti politici dopo il 1945.

Nato nel 1930 a Ludwigshafen sul Reno, allora parte della Baviera, da una famiglia che rimase fedele al Partito Cattolico di Centro anche dopo il 1933, Helmut Kohl ha avuto sin dall’adolescenza la politica come sola grande passione. Ottenuto il dottorato, lavorò per qualche anno nel settore chimico privato, facendosi intanto le ossa come consigliere comunale. Deputato e poi “ministro-presidente” della Renania Palatinato, venne eletto al parlamento federale (Bundestag) nel 1976. Fu leader dell’opposizione sino a diventare, per la prima volta, cancelliere nell’ottobre del 1982 quando il partito liberal democratico (Fdl) cessò di sostenere il governo di coalizione con i socialdemocratici guidato da Helmut Schmidt, l’ultimo grande statista della generazione cresciuta durante il nazismo, anch’egli dotato di visione europea di largo respiro. Kohl dominò la vita politica tedesca per il successivo quindicennio, e quale quindicennio!

«Sono sempre stato sottostimato – disse una volta con falsa modestia – e questo mi ha molto aiutato a mantenere il potere». Più che sottostimato, fu forse meno amato in patria di quanto avrebbe desiderato. A confronto con l’eleganza del poliglotta Schmidt, le sue maniere un po’ provinciali, il suo accento bavarese, soprattutto la sua non eccelsa capacità di parlare in pubblico potevano piacere meno, soprattutto all’alta borghesia. I suoi pregi sono di ordine diverso: una grande intelligenza politica e forti convinzioni.

Nel gennaio 1984, parlando al Knesset (il parlamento israeliano), Kohl disse che la sua generazione aveva avuto «la grazia di una nascita tardiva». La frase, presa da Günter Grass, forse infelice, certo incompresa nel contesto in cui venne pronunciata, sottende l’ambigua tensione patriottica che caratterizzò la generazione dei politici postbellici successiva a quella degli Adenauer e degli Erhard, divenuta adulta tra le due guerre mondiali. La generazione successiva, quella di Kohl, aveva vissuto il nazismo solo sino all’adolescenza, ne serbava, dunque, ricordi di prima mano, senza averne in alcun modo condiviso le responsabilità. Per questa generazione, l’ambiguità consisteva nell’orgoglio di costruire il consolidamento della democrazia e la prosperità materiale della Germania temendone, al tempo stesso, forse in modo esagerato, pulsioni profonde che – se non tenute a bada – avrebbero potuto nuovamente esplodere.

Se all’origine dei trattati del 1951 (Ceca) e del 1957 (Cee) vi fu l’esigenza sentita dai partner europei e dagli Stati Uniti di ingabbiare la Germania in un sistema economico e politico che impedisse il risorgere del nazionalismo tedesco, si dimentica quanto la stessa classe politica postbellica tedesca, insicura della neonata democrazia, volesse farsi ingabbiare. Sansone chiedeva di essere legato. A questa prima generazione di politici democratici successe, negli anni Settanta, quella di coloro che, grazie alla «nascita tardiva», avevano posto un diaframma più spesso tra sé e lo spettro del nazismo senza tuttavia averlo del tutto esorcizzato. Non li abbandonava la paura che sotto la terra della Germania democratica e prospera potesse ancora ribollire un magma del quale non si poteva escludere l’eruzione. È impossibile capire la politica europea di Helmut Kohl, verso l’Ovest come verso l’Est, senza intendere l’inquieta insicurezza sulla solidità della democrazia tedesca che sottilmente permeava la parte migliore della sua generazione. Solo quella successiva, nata nel secondo dopoguerra, arrivata al potere negli anni Novanta, sembra essersi liberata dallo spettro del 1933.

Il capolavoro di Kohl, unanimemente riconosciutogli, è – come si sa – la rapida e pacifica riunificazione della Germania, la chiusura di una ferita mai rimarginata che aveva pesato sulla sua patria per quasi mezzo secolo. Il motivo per cui oggi ci manca, che ci fa sentire nuovamente il bisogno di statisti del suo calibro non è solo, non è tanto, il suo avere ottenuto un successo politico di tale straordinaria importanza quanto il suo genio nel risolvere il problema tedesco, in un momento di estrema incertezza e di risorgenti timori dei vicini sul rinascere del gigante teutonico, sparigliando i giochi e rilanciando l’unificazione europea. Il 10 novembre 1993, dopo la notte della caduta del Muro, dal balcone del municipio di Berlino, Kohl concluse il proprio discorso gridando «Viva la libera patria tedesca, viva l’Europa libera e unita».

L’apertura della frontiera della Germania Est (la caduta del Muro) fu tanto inaspettata che quel giorno Kohl si trovava in visita di stato in Polonia. Tornò rapidamente. Non fu facile dominare eventi che si susseguivano tanto rapidamente prendendo di sorpresa tutti i protagonisti. Kohl dapprima sembrò muoversi come un elefante in una cristalleria. Senza consultare i partner europei, il 28 novembre 1989 annunciò al Bundestag un piano in dieci punti per l’unificazione tedesca. Mitterand disse al ministro degli Esteri tedesco che l’Europa stava tornando alla condizione del 1913. L’8 dicembre si svolse a Strasburgo forse il più burrascoso degli incontri tra i leader europei in tutta la storia della Comunità. Margaret Thatcher disse: «Dopo aver battuto i tedeschi due volte siamo al punto di prima». Andreotti mise in guardia contro il pan-germanesimo. Lo stesso primo ministro olandese Lubbers, amico e stretto alleato politico di Kohl, non nascose la propria preoccupazione per l’unificazione.

Fu in questo clima che emerse l’enorme statura dello statista Kohl. Da un lato, in contrasto con la propria potentissima banca centrale, decise l’introduzione del marco occidentale in tutta la Germania orientale. D’altro lato mostrò di comprendere le preoccupazioni del resto d’Europa. La nascita tardiva lo salvava dalle responsabilità senza attenuare la sensibilità e l’attenzione ai dubbi, in fondo mai esorcizzati nel suo stesso intimo, che sollevava l’unificazione. Rilanciò il processo di integrazione europea, sino a parlare di Europa federale. Agli altri leader del continente disse che, se l’Europa unita non fosse stata realizzata dalla generazione che aveva conosciuto la guerra, forse non sarebbe mai più stata possibile. Quella generazione stava invecchiando: bisognava fare in fretta.

Nel processo di riunificazione, Kohl ebbe in Bush padre un grande alleato. Seppe ottenere il consenso di un esitante Gorbaciov. Ingaggiò subito Mitterand, inizialmente molto diffidente, rilanciando – al di là delle stesse speranze e forse degli intendimenti del presidente francese – l’integrazione della Germania unificata nel progetto di un’Europa molto più unita. Margaret Thatcher rimase diffidente, né un rilancio europeo era per lei un adeguato quid pro quo, ma dovette adattarsi. Il 3 ottobre 1990, meno di un anno dopo il crollo del Muro, l’unificazione tedesca era un fatto democraticamente sanzionato e riconosciuto internazionalmente.

Mentre volava da una capitale all’altra per ottenere il consenso delle potenze vincitrici e percorreva il paese in una frenetica campagna elettorale, Kohl seppe anche accelerare il processo di unificazione monetaria rilanciato da Delors sin dal 1988. Non solo era necessario, come abbiamo visto, dissipare i timori di una Germania troppo forte legandola all’Europa; Kohl capiva anche che solo un’Europa forte perché più unita avrebbe avuto qualche chance nel nuovo mondo che albeggiava. La sua visione lo portava a vedere oltre l’unione monetaria a un’Europa che allargasse i poteri comunitari (anzitutto in politica estera), rafforzasse l’esecutivo, conferisse maggiore autorità democratica al parlamento. Il trattato di Maastricht, che non fu solo sulla moneta, all’inizio del 1992 realizzò in parte questi obiettivi.

Kohl amava dire che il suo obiettivo non era il creare un’Europa tedesca ma una Germania europea. Chissà che cosa pensa in questi giorni. Dall’unificazione a oggi la Germania, governata per la prima volta da politici nati nel dopoguerra, ha accresciuto il proprio peso economico nell’Unione Europea, ma forse Kohl si chiede che cosa sia successo della sua capacità di leadership continentale. La crisi economica che ha scosso il mondo ha messo a nudo alcune debolezze strutturali, politiche e istituzionali, dell’Unione Europea. Ha anche mostrato una Germania preoccupata di superare la tempesta grazie alle sue indubbie forze piuttosto che facendosi catalizzatore delle forze di tutti. Ci manca un Kohl capace di vedere la miopia di questa visione, nel mondo che si prospetta per il prossimo decennio e oltre.

LA VITA
Kohl nasce il 3 aprile 1930 a Ludwigshafen in Renania Palatinato, in un ambiente cattolico ma aperto. Figlio di un ufficiale della finanza e di un’insegnante, studia storia, legge e scienze politiche a Francoforte, guadagnandosi un dottorato in storia nel 1958. Combatte appena adolescente nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale. Si sposa con Hannelore Renner, conosciuta quando lei aveva 15 anni, e ha due figli (nella foto sopra, la famiglia Kohl).

LA CARRIERA
Inizia a far politica molto presto: nel 1947 entra nell’ala giovanile e conservatrice della Cdu, diventando sei anni dopo dirigente regionale e vicepresidente nel 1954. Dopo la sconfitta elettorale dei cristiano democratici, nel 1972, Kohl prende il posto di Reiner Barzel come leader nazionale del partito. Diventa cancelliere nel 1982, è riconfermato nell’83, ’87, ’90 e ’94. Guida il partito (dal 1973 al 1998) e lo stato in modo autoritario e patriarcale, emarginando le opposizioni e i rivali interni. Il 3 ottobre 1990, avviene l’unificazione delle due Germanie e Kohl diventa cancelliere della Germania unita.

LO SCANDALO
A dispetto dei tanti successi, l’eredità politica di Kohl è stata danneggiata da uno scandalo riguardante il finanziamento del suo partito (Cdu). Le indagini del parlamento sulla provenienza dei fondi illegali rivelano due fonti: vendite di carri armati all’Arabia Saudita e una maxi-tangente da 40 milioni di euro pagata dall’allora governo francese di Mitterrand per l’acquisto di una compagnia petrolifera della Germania Est da parte dell’azienda parastatale Elf Aquitaine, di cui 15 milioni sarebbero stati versati direttamente alla Cdu come aiuto per la campagna elettorale di Kohl del 1994.

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