Nel nome del Padre del Figlio e di Solidarnosc

Trent’anni fa in Polonia il primo sindacato libero nel blocco comunista: un modello che doveva fare scuola sulla via della transizione alla democrazia

Nell’articolo: C’era davvero di che spaventarsi per tutti: per i gerontocrati in consunzione al Cremlino, per le cancellerie atlantiche che detestavano novità disturbatrici, per i capi comunisti dell’Est e in particolare dell’Ovest che non sapevano più quale fiaba ideologica raccontare alle proprie basi operaie [….] Tale smalto laico, risplendente di prestigio nazionale e internazionale, doveva purtroppo dissolversi in poco tempo. Le prime picconate partirono proprio dai vertici del nuovo Stato. Si vide con stupore l’ottimo e abile leader di sindacato Walesa trasformarsi, quasi da un giorno all’altro, in un presidente maldestro, bizzoso, litigioso, screanzato; cominciò a prendersela, in particolare, con la politica di rinnovamento misurato e razionale del premier Mazowiecki, cercando di opporgli brutalmente, ledendo la Costituzione, una confusa linea populista senza capo né coda

Enzo Bettiza per “La Stampa

Danzica 14 agosto 1980. Trent’anni orsono. Tutto cominciò con la diffusione di un pacchetto di volantini fra 17 mila operai dei cantieri navali intestati, per ironia della storia, al nome di Lenin.

I sindacati, che Lenin e i suoi eredi disprezzavano quali filiazioni «socialdemocratiche», conducevano allora nei cantieri polacchi una stentata semiesistenza clandestina. Il volantino era stato concepito da Bogdan Borusewicz, oggi presidente del Senato, in difesa di Anna Walentynowicz. Anna era un’operaia scomoda, riottosa, licenziata in tronco per aver incitato gli operai a rivendicare, appunto, quella libertà sindacale che il regime, pur fondato sul mito della classe operaia, vedeva come fumo negli occhi. Ebbe inizio uno sciopero che durò 18 giorni e che, dopo aver trovato la sua icona nella Walentinowicz, trovò anche un leader in un quarantenne baffuto, religioso, vivace, tenace, irascibile, che arringava gli scioperanti a resistere e adorare soltanto le immagini di Cristo e della Madonna Nera protettrice della Polonia. È così che i polacchi incanutiti ricordano ancora oggi il fervente elettricista Lech Walesa, lo Spartaco cattolico di Danzica, il tribuno carismatico di scarsa istruzione, che però sapeva parlare e scherzare da operaio con gli operai perfino nei frangenti più duri della resistenza al potere comunista. Ed è così che, dopo una successione di richieste contrattuali, contagiose più che aggressive, sempre negoziate abilmente da Walesa con le autorità, nacque Solidarnosc il 31 agosto 1980. Il parto era stato preceduto da una sorta di manifesto gestatorio, i famosi «21 Punti» incisi a mano su una tavoletta di legno, elevata nel 2003 dall’Unesco a un posto d’onore nella lista dei patrimoni culturali dell’umanità.

Ben diverso era invece il clima che, negli anni ostici dopo la fondazione, circondava quel primo sindacato libero e assolutamente anomalo tra le istituzioni sociali «senza partito» tollerate nel blocco sovietico. Solidarnosc, legalmente riconosciuta dalle spaventate autorità polacche, era però guardata con crescente sospetto da Mosca e con un certo diffidente scetticismo dalle diplomazie occidentali. Queste, memori di quanto accadde nel ‘68 a Praga, paventavano l’impatto che una simile dirompente anomalia poteva tornare a infliggere ai delicati contrappesi della guerra fredda.

All’epoca, molti scorgevano in Solidarnosc una mina vagante tra i reticolati della cortina di ferro. Il pubblico occidentale non aveva mai visto o immaginato nulla di simile. Le visioni che i teleschermi trasmettevano da Danzica e da Stettino avevano qualcosa di surreale e di sconvolgente. I luoghi deputati del proletariato dell’Est, i cantieri navali del Baltico, vi apparivano gremiti di migliaia di tute blu in ginocchio nel momento della messa celebrata all’interno degli opifici, poi compatte in piedi nel momento della rivendicazione corporativa, oppure esultanti nel momento del boato plaudente al papa Wojtyla che sembrava coprire e proteggere, alle spalle di Walesa, la marcia della sua nazione verso la libertà. C’era davvero di che spaventarsi per tutti: per i gerontocrati in consunzione al Cremlino, per le cancellerie atlantiche che detestavano novità disturbatrici, per i capi comunisti dell’Est e in particolare dell’Ovest che non sapevano più quale fiaba ideologica raccontare alle proprie basi operaie.

Nell’intenso libro Il mondo di Giovanni Paolo II, pubblicato poco dopo il 1989, Jas Gawronski evocava le tappe redentrici della Polonia mettendole in parallelo con l’itinerario religioso e politico dell’ex arcivescovo di Cracovia: «Wojtyla torna nella sua patria a gridare la fede cristiana sulle piazze. Benedice e sublima l’organizzazione di Solidarnosc dandole un significato universale».

Eccoci al punto stringente della questione, al suo «significato universale», enigmatico e molteplice come tutto ciò che appartiene agli imprevisti e alle svolte dirimenti della storia. Dire che Solidarnosc fu soltanto un movimento sindacale di massa, un movimento di liberazione operaia, al limite un soviet democratico, è troppo poco se riesaminiamo le cose a trent’anni di distanza. Fu, in effetti, qualcosa di molto più complesso. Fu, nello stesso tempo, un sussulto nazionalista di massa, un turbine etico e mistico, alla fine fu quello che doveva manifestarsi chiaramente dopo l’autogolpe di Jaruzelski (definito «patriottico», per pochi intimi, dallo stesso Papa, il quale vi aveva intravisto una paradossale manovra di prevenzione antisovietica): cioè l’embrione di uno Stato democratico dentro lo Stato totalitario. Non a caso saranno gli uomini più in vista di Solidarnosc a formare dopo il 1989 il primo assetto statale non comunista dell’Europa dell’Est, con l’operaio Lech Walesa presidente della Repubblica, l’intellettuale Tadeusz Mazowiecki primo ministro, lo storico Bronislaw Geremek ministro degli Esteri.

Il modello politico e strategico di Solidarnosc doveva fare scuola nei Paesi limitrofi in transizione dal comunismo alla democrazia. Anche Praga, a Budapest, a Berlino Est, liberata dall’incubo del Muro, cominciavano a germogliare come a Varsavia le «tavole rotonde» in cui gli oppositori, legittimati, discutevano con gli ultimi rassegnati interlocutori comunisti i termini e le scadenze della rottamazione totalitaria. I blindati di Mosca non facevano più paura. Gorbaciov, anzi, dava l’impressione di voler stimolare e accelerare il processo del cambiamento.

Ma il nuovo quadro postcomunista, soprattutto in Polonia, da dove era partita la spinta al cambiamento, doveva ben presto rivelarsi non del tutto idillico. Da sempre è opinione comune e comprovata che le rivoluzioni incattivite come la francese, o già cattive in partenza come la russa o la cinese, finiscono con l’ingoiare uno per uno i propri figli. Il declino di Solidarnosc, sfasciatasi velocissimamente una volta giunta al potere, ha dimostrato invece che pure le rivoluzioni buone, le redenzioni giuste, impregnate di spirito non violento, possono subire prima del previsto il richiamo fatale e sinistro dell’autofagia. Il miracolo di Solidarnosc, ai tempi della fervorosa opposizione, era stato caratterizzato dalla raccolta, intorno alla demiurgica figura cristiana di Walesa, del fior fiore dell’intelligencija liberale polacca. I Geremek, i Mazowiecki, i Borusewicz, i Kuron, i Michnyk. Tale smalto laico, risplendente di prestigio nazionale e internazionale, doveva purtroppo dissolversi in poco tempo. Le prime picconate partirono proprio dai vertici del nuovo Stato. Si vide con stupore l’ottimo e abile leader di sindacato Walesa trasformarsi, quasi da un giorno all’altro, in un presidente maldestro, bizzoso, litigioso, screanzato; cominciò a prendersela, in particolare, con la politica di rinnovamento misurato e razionale del premier Mazowiecki, cercando di opporgli brutalmente, ledendo la Costituzione, una confusa linea populista senza capo né coda. Lo scontro con Mazowiecki e poi la rottura con Geremek furono inevitabili. Dopodiché gli intellettuali abbandonarono il leggendario leader di Danzica all’autodistruzione, presero altre strade, e Solidarnosc si spezzettò in correnti e conventicole rivali vuote e insignificanti.

Oggi, scomparsa dal Parlamento, non è altro che l’ombra di se stessa alla retroguardia di partiti più coerenti e meglio organizzati. La sua fine emblematica e drammatica è avvenuta il 10 aprile scorso. Nell’incidente dell’aereo, che trasportava al sacrario di Katyn l’ultimo presidente della Repubblica Lech Kaczinski, perì anche Anna Walentynowicz, la storica madrina e icona di Solidarnosc. Da tempo ella non rivolgeva più la parola al solitario e acrimonioso pensionato Walesa. La Polonia è da sempre terra di sorprese e di tragedie, di ricadute e riscatti imprevedibili. È lei che ha lanciato, nei cieli più oscuri d’Europa, il bolide di Solidarnosc. Il fossile odierno, pressoché invisibile, non dovrebbe farci dimenticare la potenza della luce con cui, dal 1980 al 1989, il bolide irrorò le menti e risvegliò le coscienze dell’Europa prigioniera.

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