Pavese, l’insostenibile mestiere di vivere

Il 27 agosto 1950 in una camera d’albergo a Torino la tragica fine dello scrittore

Nell’articolo: In quel grumo finì per dibattersi più avanti, intorno all’armistizio del 1943, anche il Pavese improvvido, ustionato da vampe nazionaliste e fasciste: l’autore «scandaloso», cioè, del taccuino segreto scritto dall’agosto 1942 al dicembre 1943 e non incluso nel “Mestiere di vivere”, ma pubblicato solo nell’agosto 1990 da Lorenzo Mondo sulla Stampa

Stefano Colangelo per “Liberazione
Sono sessant’anni, oggi. E si può pensare che il conto dei decenni funzioni come una modesta allegoria meccanica, una specie di modellino di quelle grandi ciclicità arcaiche sulle quali Cesare Pavese aveva ostinatamente meditato nei suoi ultimi anni di lavoro. Sessant’anni da quella notte nell’albergo Roma di Torino, e da quel resoconto di un anno non ancora finito, e destinato a non finire, nel “Mestiere di vivere”: «Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Un mucchio di passioni via via deluse, di forze archetipiche enormi, fatali, respirate come sigarette una dopo l’altra, in un diario che si svela sempre più sguarnito di mediazioni difensive. Così un interprete esemplare, Giancarlo Mazzacurati, avrebbe sottolineato nel 1990 la presenza, in Pavese, «di un sistema radicale arcaico, antropologicamente contadino […], di un’atavica ostilità a ogni trasformazione […], di una nostalgia che lo sommerge, per un universo rituale, stabile e vagamente magico nei suoi cicli di generazione e di morte». A quel sistema fisso, di valori cristallizzati, risalivano infatti l’educazione e l’ideologia, in senso lato, di Pavese. Con quei simboli era composta la materia bruta dei suoi personaggi, e con quelle regole si scriveva la grammatica elementare del suo raccontare, il suo ritmo.

Nell’epica delle sue campagne (quelle di “Paesi tuoi”, innanzitutto) ogni nuova nascita faceva i conti con un lungo, irrimediabile senso della fine, e ogni patto di società si sbriciolava contro un grumo di forze brutali, preistoriche, prepolitiche. Il Pavese studioso del mito compariva già nelle pagine gonfie e tardodannunziane della fine degli anni Venti, e germinava nella prima metà dei Trenta in “Lavorare stanca”. In quel grumo finì per dibattersi più avanti, intorno all’armistizio del 1943, anche il Pavese improvvido, ustionato da vampe nazionaliste e fasciste: l’autore «scandaloso», cioè, del taccuino segreto scritto dall’agosto 1942 al dicembre 1943 e non incluso nel “Mestiere di vivere”, ma pubblicato solo nell’agosto 1990 da Lorenzo Mondo sulla Stampa.
In quegli appunti Pavese, deluso dalla litigiosità dell’antifascismo che pure aveva frequentato e appoggiato, si accostava incuriosito alla menzogna epocale del mito del suolo, del sangue e delle loro ignobili conseguenze, senza possedere gli strumenti di giudizio di colui che lo aveva introdotto a certe letture: l’amico Giaime Pintor – più giovane, ma ben più navigato nelle derive identitarie della cultura tedesca di quegli anni tremendi. Pavese sembrò come intrappolato, dunque, in quell’incertezza rabbiosa, quasi a volerne sperimentare su di sé tutta la violenza, avanzando e arretrando a tentoni su un’impalcatura senza protezioni e senza prospettive.
Poi le cose cambiarono: Pintor decise per la Resistenza armata e morì su una mina alla fine del 1943, mentre a Pavese toccò negli anni successivi il destino letterario del diarista di tradizione: essere così impietoso con se stesso da fornire ad almeno due generazioni di critica scolastica e arrembante tutti gli strumenti per la propria demolizione. Al tempo stesso, la narrativa europea gli sarebbe diventata debitrice di un impareggiabile decennio di romanzi brevi, dal “Carcere” del 1938-39 alla “Luna e i falò” del 1949. Un esempio di epica contemporanea rappresentata senza nemmeno un eroe di guerra, dato che alle forze brutali con cui Pavese era solito misurarsi non occorrevano rappresentazioni di battaglie: bastavano, per dire, una brace di sigaretta, uno sguardo obliquo, un dialogo a monosillabi, per affiorare, esplodere e lasciare un’impronta.
Per molti anni, il lavoro di Pavese vide una tensione violenta tra la vita (l’attività editoriale, le letture smisurate, a ventaglio, la scrittura come rifugio e come rovello) e la scelta del romanzo. Poteva piacergli d’istinto, infatti, un «romanzo-oceano» come “La morte di Virgilio” di Hermann Broch, così compendiato in una sua scheda editoriale del 20 gennaio 1947: «Una favola di superamento del terrestre e di ricerca di aldilà e di redenzione» e, pur con qualche caduta nel «demonismo» e nell’«idealismo», un libro importante quasi quanto l'”Ulisse” di Joyce o “Moby Dick”.
Ma non era quello, il respiro di Pavese. Quando leggeva con fatica il «librone» di Broch, aveva finito di scrivere da poco “Il compagno”, che avrebbe potuto descrivere, in un tedesco un po’ incerto, come un «Bildung roman politico»: la crescita, cioè, di un personaggio centrale – Pablo – in opposizione a un’opprimente forza brutale, quella della paura: la paura primitiva, che cova nell’infanzia (terribile, a proposito, questa immagine, che appare nella prima parte, quella torinese, del romanzo, la più efficace: «Ero come un bambino che mettono nudo sul tavolo e poi mamma e sorella se ne vanno di casa»). E poi, ancora più incisiva, quella «paura borghese», così vicina al nostro tempo, che non è altro che «chiuder gli occhi e non vedere il temporale»; la stessa paura politicamente declinata nel regime fascista, che può irretire e spaventare, nel romanzo, una donna risoluta come Linda, la compagna torinese di Pablo, che all’inizio lo prega, con gli occhi spiritati, di «non far nulla contro il Fascio».
Questa paura istituzionale, di regime, si condensa nella forma incombente della torre Littoria di Piazza Castello, che sta a Torino un po’ come il grande nespolo alla casa dei Malavoglia di Verga. E proprio a quella torre fascista Pablo paragonerà la figura di Lubrani, il losco faccendiere che gira l’Italia in Lancia, sfruttando le risorse e i talenti altrui nella provincia sottomessa dei caffè e dei teatrini. A Lubrani cederà proprio Linda – un personaggio non lontano dall’Angiolina della “Senilità” sveviana – che finirà male amata, aprendo un solco irreparabile tra sé e la nuova vita militante di Pablo.
Eccola, dunque, la soluzione del Compagno: aprire il mondo, subire il carcere, sperimentare l’istinto di classe, imparare che «per cambiare le cose ci vogliono i matti», e chiedersi che cos’è, alla fine, un matto, se non chi riesce a far vacillare nel proprio mondo, concretamente, con tenacia e leggerezza, la fissità del mito.

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