La memoria di Famiglia Cristiana funziona a corrente alternata

Sergio Soave per “Italia Oggi”

Tra le accuse più stravaganti che sono state rivolte a Silvio Berlusconi nel corso dell’arrembaggio mediatico agostano c’è quella, sostenuta dal settimanale Famiglia Cristiana, di aver «diviso i cattolici». Se presa in senso letterale, l’affermazione è semplicemente ovvia. Entrato in politica dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss, Berlusconi ha proposto un sistema politico basato sul bipolarismo politico, che comportava la fine delle esclusioni per ex comunisti ed ex fascisti e la suddivisione dei consensi in base a programmi politici alternativi non basati su appartenenze ideologiche o religiose. L’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana, peraltro era già stata superata da quando ne era venuta meno la ragione di fondo, la difesa della libertà religiosa messa in pericolo dall’espansione di regimi simili a quelli istituzionalmente atei dell’Europa orientale. Quel pericolo in realtà era già finito con la morte di Giuseppe Stalin, ma la Dc mantenne il suo primato per la capacità politica, non religiosa, di raccogliere il consenso interclassista a una prospettiva moderata, come accadeva al partito cristiano in Germania. In realtà quello che non va a Famiglia Cristiana è la scomparsa dal centro della vita politica di esponenti direttamente emanati dalle organizzazioni cattoliche, che già aveva portato la rivista a sostenere che nel governo di centrodestra i cattolici non erano rappresentati. In sostanza quello che la rivista paolina non ha mai digerito è stata la scelta operata dalla Cei di Camillo Ruini, dopo lo scioglimento della Dc, di non puntare a una rappresentanza cattolica minoritaria, ma di esercitare un’influenza particolarmente penetrante su ambedue gli schieramenti sui temi politici considerati eticamente sensibili, che sono tutt’altra cosa di una generica impostazione moralistica. Naturalmente Famiglia Cristiana ha tutto il diritto di auspicare una diversa collocazione dei cattolici italiani in politica, ma non può trascurare l’effetto oggettivo del bipolarismo e le differenze reali che su tante questioni differenziano, com’è peraltro naturale, i cattolici come tutti gli altri cittadini italiani. Sui punti indicati dalla gerarchia come irrinunciabili, invece, che piaccia o no a don Sciortino, chi ha diviso i cattolici proclamando il diritto a differenziarsi dei cattolici «adulti» sono stati Romano Prodi e Rosi Bindi. A loro non è stato imputato di dividere i cattolici, nonostante l’evidenza dei fatti, perché appunto l’unità dei cattolici in politica, e soprattutto sulle questioni eticamente sensibili, è una costruzione e non un’imposizione.

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