“Arrivare prima del Signore Iddio” di Hanna Krall

Nella recensione: Ovvero della nobile idea democratica secondo cui un ebreo deve poter vivere libero e alla pari con i suoi concittadini là dove nasce. Se poi volesse andare a vivere in Israele per sua libera scelta – aggiungiamo noi – lo faccia pure. Ma non più, mai più, come via di fuga”

da “Il Foglio

136 pp, La Giuntina, euro 10

Perché sei diventato medico?”. “Perché dovevo continuare a fare quello che facevo nel ghetto. Noi avevamo preso una decisione per le quarantamila persone che erano nel ghetto nell’aprile 1943. Avevamo deciso che non sarebbero andate a morire di loro spontanea volontà. Come medico avrei potuto rispondere della vita di perlomeno una persona, quindi sono diventato medico. Ti piacerebbe che dicessi così, vero? Suonerebbe bene.

Ma non è affatto andata cosi. La guerra era finita. Per tutti era una vittoria. Ma per me era una guerra persa”. Marek Edelman, il leggendario vicecomandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia da poco scomparso, racconta a Hanna Krall nel libro “Arrivare prima del Signore Iddio”, tradotto per la prima volta in italiano  ed edito dalla editrice La Giuntina, le sue esperienze di combattente e quelle di cardiologo a guerra finita.
I due racconti si intrecciano rivelando per la prima volta il volto inedito di questo grezzo eroe  del ’900  quello che ne esce è il più vivido racconto della rivolta del ghetto di Varsavia nel ricordo del  vicecomandante dell’Organizzazione ebraica di combattimento miracolosamente scampato alla morte. Così le parole del giovane fattorino dell’ospedale di Varsavia che ogni giorno portava il sangue da analizzare alla stazione epidemiologica di via Nowogrodzka, e che poi prendeva il suo posto all’entrata dell’Umschlaghplatz  vedendosi passare davanti le quattrocentomila persone in cammino verso i vagoni che li conduceva a Treblinka, si interseca a quella del giovane cardiologo Edelman quello che partecipa ai primi interventi a cuore aperto e che descrive tutto quello che ha imparato sui malati di cuore in uno studio sull’infarto cardiaco. Le due vicende così distanti l’una dall’altra sono invece paradossalmente vicine perché in entrambi i casi bisognava “arrivare prima del Signore Iddio”. Eppure al termine della guerra il giovane eroe che ha combattuto le SS naziste dalle barricate del ghetto, vedendo morire uomini donne e bambini, amici di infanzia e compagni di ideali, sente che quella città gli appartiene al punto di non poterla lasciare. “Qualcosa mi spingeva ad andare da una città all’altra, da un paese all’altro – dice Edelman alla Krall rivivendo quei giorni lontani – ma dovunque arrivassi scoprivo che nessuno mi aspettava, non c’era più nessuno da soccorrere e non c’era niente da fare. Sono ritornato. Mi dicevano: “Vuoi proprio guardare questi muri, questi selciati, queste strade deserte?”. Io invece sapevo che dovevo stare qui, per guardarli”.
“Marek Edelman – scrive nella prefazione del libro Gad Lerner – rimarrà fino all’ultimo dei suoi giorni, il 2 ottobre 2009, quando si spense serenamente a Varsavia nella casa dell’amica Paula Sawicka, un militante del Bund. Ovvero della nobile idea democratica secondo cui un ebreo deve poter vivere libero e alla pari con i suoi concittadini là dove nasce. Se poi volesse andare a vivere in Israele per sua libera scelta – aggiungiamo noi – lo faccia pure. Ma non più, mai più, come via di fuga”. E questa è forse più che una scelta di vita, una vera e propria missione compiuta nel nome di tutti gli ebrei mandati a morire nel campo di concentramento di Treblinka, o uccisi nel ghetto di Varsavia, assassinati, morti di fame o per le esalazioni di fumo nei tunnel scavati  lungo i confini del ghetto per trovare una via di fuga e che per Marek Edelman ha rappresentato forse la vittoria del bene sul male, il suo modo per dire che il nazismo è stato sconfitto e gli abitanti del ghetto di Varsavia (anche uno solo) sono ancora lì.

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