COME TI AFFOGO IL FESTIVAL DEL CINEMA

GOFFREDO FOFI PICCONA IL LIDO DI MULLER – I NOMI DEI GIURATI E DEL LORO PRESIDENTE TARANTINO? UN INSIEME PIUTTOSTO CASUALE DI BRAVI E DI STOLTI, MA PREFERIBILMENTE NELLA VESTE DI FUNZIONARI DEL CINEMA PIUTTOSTO CHE IN QUELLA DI ARTISTI – FILM ITALIANI, SENZA NESSUNA SELEZIONE – E ALLA FINE SI RESTERÀ CON UN PUGNO DI COSE BUONE IN MEZZO A UN DILUVIO DI BANALITÀ…

Goffredo Fofi per il Domenicale del Sole 24 Ore, da “Dagospia

Alcune osservazioni sul programma, e su altro. Non sui film, che non si sono ancora visti, ma sì sullo stato del cinema, e sull’impostazione del Festival (dall’1 all’11 settembre) che azzarda più di altri, accettando tutte le regole di un gioco sempre più povero e più noioso.

Non vale discutere i nomi dei giurati e del loro presidente, per la semplice ragione che rispondono alla confusione primaria, alla scena primaria: un insieme piuttosto casuale di bravi e di stolti, ma preferibilmente nella veste di funzionari del cinema piuttosto che in quella di artisti.

I mediatori contano più di tutto, nelle arti odierne, in tutte. Hanno in generale sostituito i critici, che non contano più niente se non si trasformano anch’essi in funzionari di questa o quella squadra o banda riconosciuta,di questa o quell’impresa, di questo o quell’ente.

E tanti artisti si sono fatti anche mediatori, terminali di organizzazioni e istituzioni piuttosto che artisti e tanto meno studiosi. Alla loro testa c’è stavolta, perché no, un autore che riporta il cinema alle sue origini baracconesche, da luna-park, però dentro le logiche dei massimi investitori, dei grandi gruppi finanziari.

I film vanno di conseguenza: di tutto di più è la regola di tutti i festival, e chi più ne acciuffa più ne metta, ma quest’anno c’è in Muller un’accentuazione nuova per la presenza o invadenza o valanga del cinema italiano. Non c’è probabilmente nessun film italiano pronto che sia rimasto escluso dal calendario. A occhio e croce, sono diverse decine i registi italiani accolti dal festival. Quanta grazia!

Di molti di loro c’è da dubitare che udremo ancora il loro nome in futuro, così come abbiamo dimenticato quasi tutti quelli della foresta di esordienti degli ultimi anni. Venezia è una delle poche
chances che hanno di farsi conoscere: nell’era della massima invadenza del mercato, semplicemente non hanno mercato oltre quello dei festival e delle rassegne.

Bisognerebbe vedere tutti quelli realizzati negli ultimi anni, ma ce ne vuole di stomaco!, per avanzare un’analisi dello “spirito del tempo” italico. Nonostante le differenze hanno in comune l’illusione che fare un film sia un valore in sé, anche se nessuno dovesse vederlo.

Molti vengono realizzati con forti contributi di enti pubblici, e non sempre sono i più interessanti e i più liberi. Molti, all’altro capo della sfilata, con soldi propri, se gli autori ne hanno. I produttori sono mediatori, non rischiano niente. Così i funzionari. Gli autori sì, e molte loro opere sono autarchiche o semi-autarchiche: antica arte d’arrangiarsi, scatenata da un discutibile bisogno (o frenesia) di esprimersi, foriero quasi sempre di nuove e più grandi frustrazioni.

Quel che colpisce è dunque, in questo festival più che in altri, l’assenza di selezione. E la selezione,lo certificò Darwin in natura e vi insisteva Vonnegut parlando dei giovani artisti, in arte è tutto. Nel mucchio -questione di statistica -ci sarà molto di buono, ma altrettanto certamente tanto di cattivo, di superfluo, di pessimo e, possiamo aggiungere, di nefasto (su certi nomi si potrebbero aprire le scommesse). Nel concorso, italiani a parte, sono molti i nomi di autori poco noti o per niente.

Varrà anche per loro questa previsione? Si vedranno film importanti, che nessuno poi vedrà, in Italia, dato lo stato della distribuzione e la gestione del cinema -statale e non statale è lo stesso: stesse le logiche, stessi i gusti – e quella delle televisioni (penso in particolare alla società di distribuzione nota come 01).

Anche nel concorso si vedranno film superflui, pessimi, nefasti, tal quale che nelle altre sezioni? È molto probabile, e alla fine si resterà con un pugno di cose buone in mezzo a un diluvio di banalità -est o ovest o sud o nord non conta: la cultura dominante è da anni globale.

Si può azzardare su qualche giovane, nel mucchio; e qualche vecchio continuerà a fare bella figura.
Ma da molti, troppi film, si uscirà certamente annoiati o disgustati. Mi spiace non andare a Venezia, perché mi piacerebbe scoprire qualcosa di buono che dopo Venezia non riuscirò più a recuperare,e vedere l’ultimo film, che so, di un grande misconosciuto come Jan Svankmajer o il documentario di un vero grande come Elia Kazan, fatto da uno che più grande di tanto non riuscirà mai a diventare, Scorsese. E capire se qualcosa si muove, ai margini, e più che nella solita Asia sinofila, magari nelle Filippine, o in Grecia, o in Slovenia? Di Roma so già, e il troppo stracca.

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