Proust, sublime perditempo

Nell’articolo: Il navigatore notturno aveva capito che tutto il passato è equidistante dal presente, che il secondo appena trascorso è cenere quanto quello consumatosi tanti anni prima

Giuseppe Scaraffia per “Il Sole 24 Ore

Molto prima di andare alla ricerca del tempo perduto, Proust aveva incominciato a fare degli esperimenti col tempo. Prima lo lasciava scorrere deliberatamente. Una complicata vestizione precedeva l’uscita serale. Gli stivaletti tardavano a chiudersi, la cravatta bianca non voleva annodarsi, la bambagia protettiva faceva indiscretamente capolino sotto il colletto inamidato. La madre assisteva, senza capire, alla resistenza del figlio contro il tempo, dandogli un ultimo tocco prima che uscisse. Al termine dell’impresa, nel corso della quale aveva mescolato Leibniz alla profonda riflessione fatta da un cocchiere, lo sparato della camicia di Proust era già ammaccato e i capelli spettinati. Sembrava non sul punto di uscire ma in procinto di tornare a casa dopo una faticosa serata.

Poi Proust risaliva il tempo. Arrivava metodicamente troppo tardi, quando gli ultimi invitati si stavano congedando. «Sembra che la festa sia finita», constatava soddisfatto. Poi, con l’abilità suprema del grande schermitore, che rovescia un passo falso in una mossa vincente, muoveva all’assalto dei padroni di casa, impazienti di congedare l’importuno ritardatario. Con la sua prodigiosa eloquenza li ammansiva lentamente, allontanandosi a notte inoltrata, quando gli altri, ormai sedotti, insistevano per farlo rimanere ancora.
Allora scattava la terza operazione. Proust cercava di ritardare il flusso del tempo. Si faceva accompagnare in carrozza l’ultimo invitato. Ma non saliva in vettura. Si faceva seguire dal cocchiere mentre camminava discutendo con l’altro qualche tema affascinante. Arrivato a casa spiegava, come un gigantesco volatile, le ali immense della sua gentilezza per convincere il suo accompagnatore a lasciarsi scortare a sua volta.

In questa società che tenta di sfuggire al passato rifugiandosi nel presente, Proust è più prezioso che mai. Per questo una serie di libri lo inseguono cercandovi, a volte inconsapevolmente, una guida. Eva Tomei lo illustra con una suggestiva serie di foto (Dalla parte di Marcel, Postcart, pagg. 80, € 25,00); La sartoria di Proust. Estetica e costruzione nella Recherche (ETS, pagg. 136, € 12,00) perlustra il labirinto del capolavoro. Ma non bisogna ignorare che negli ultimi quindici in Italia non è uscito niente di significativo su Proust, tranne l’interessante L’evidenza della cosa terribile. Contro la vita, contro l’amore, contro la natura: scritto sulla Recherche di Marcel Proust di Massimiliano Parente (Cooper, pagg. 80, € 10,00).

I cerchi neri scavati dall’insonnia intorno agli occhi di Proust erano gli occhiali di un navigatore in incognito nel mare del tempo. Lo scafandro indispensabile per scendere in quelle profondità glielo aveva fornito l’asma che nel 1902 aveva intensificato i suoi attacchi, sopprimendo le futili differenze tra il giorno e la notte e rendendo sempre più sporadiche le uscite mondane. «La natura inventa in caso di bisogno nevrosi protettrici e infortuni tutelari perché il dono necessario dell’artista non resti inattivo». Chiuso nella sua camera foderata di sughero come il capitano Nemo di Verne nel suo Nautilus, lo scrittore esplorava a tastoni, come un prigioniero in una cella buia, la muraglia compatta del tempo. E, poco a poco quell’oscurità si animava di minuscole luci, di squarci luminosi sempre pronti a richiudersi.
Aveva imparato che la memoria non ci riconsegna il passato, ma lo mette in scena secondo un copione sempre diverso, per accontentare quel pubblico sempre diverso che siamo diventati. Mentre poteva bastare un profumo o un sapore per spalancargli un panorama impareggiabile, destinato a riassorbirsi rapidamente nel magma della memoria volontaria.
L’amato Reynaldo Hahn fu testimone di una di queste rivelazioni. Stava chiacchierando con Proust davanti a un’aiuola di rose del Bengala quando lo scrittore aveva smesso di parlare e si era bloccato. Poi, spinto dalla sua straordinaria cortesia, si era scosso e aveva fatto qualche passo. Ma si era fermato di nuovo e aveva detto con una «dolcezza infantile e un po’ triste»: «Vi dispiace se rimango un po’ indietro? Vorrei rivedere quei piccoli rosai». Quando, dopo avere fatto un lungo giro, Hahn tornò, lo ritrovò immobile davanti alle rose. Le fissava intensamente, aggrottando le sopracciglia per la concentrazione, mentre la mano destra giocava macchinalmente coi baffi. Poco dopo si scosse e raggiunse l’amico per scusarsi.

Proust guardava attentamente le fotografie del passato, come un esploratore sperduto scruta le mappe stinte di un paese che non riconosce. «La fotografia acquisisce un po’ della dignità che le manca, quando smette di riprodurre il reale per mostrarci cose che non esistono più». Ma a volte per liberarle dall’involucro ottuso del dolore le esorcizzava facendole commentare volgarmente da dei prostituti. Quando i genitori erano morti li aveva cercati nei mobili tra cui erano vissuti. Approfittando della remissività del fratello, si era riempito la casa di reliquie lignee, che le davano un aspetto e il profumo nostalgico di un negozio di rigattiere. Quello che non riusciva a ospitare veniva chiuso in un deposito. Di lì prese alcuni mobili da regalare a una casa di tolleranza. Era un altro tentativo di esorcizzare la superficie apparentemente inscalfibile della memoria volontaria? Ma quando li rivide fu punito: «Non tornai più, perché i mobili mi sembravano vivere e supplicarmi, come gli oggetti in apparenza inanimati di quel racconto persiano, dentro ai quali si trovano rinchiuse anime che subiscono un martirio e implorano la liberazione».

Nell’ultimo periodo della stesura della Ricerca la sua concentrazione era talmente intensa che il presente entrava direttamente nelle pagine assumendo l’intensità nostalgica del passato. Il navigatore notturno aveva capito che tutto il passato è equidistante dal presente, che il secondo appena trascorso è cenere quanto quello consumatosi tanti anni prima. Sapeva, come prima di lui Balzac, che la letteratura è il sole dei morti, che l’unico modo possibile per salvare il passato è quello fornito dall’arte. Ormai non c’era evento, oggetto o persona troppo grande o troppo insignificante per trovare posto nell’arca di Noè della sua opera. «La mia persona oggi è solo una cava abbandonata che crede che tutto quel che contiene è simile e monotono, dalla quale però uno scultore di genio estrae innumerevoli statue».

Ma proprio l’equidistanza di ogni aspetto del passato e del presente aveva sprigionato una luce inesorabile alla quale nessuno dei suoi sogni terreni aveva retto. Nel Tempo ritrovato ogni illusione sull’idolatrata aristocrazia è svanita. Non a caso madame Verdurin, emblema di una banalità aggressiva, è diventata la principessa di Guermantes. Al narratore che ritorna dopo una lunga assenza nei salotti tutti, tranne poche eccezioni, sembrano uguali, ma come imbiancati da un’invisibile nevicata. Quella canizie è la schiuma lasciata sugli esseri dall’onda del tempo, prima di travolgerli definitivamente. Solo nell’abbraccio alchemico dell’arte, la sconfinata miseria della vita si traduce nella perfezione vigile e immota dei capolavori, assaporando, al suo interno, l’unico paradiso offerto dall’universo proustiano, quello appunto schiuso dai pennelli del pittore o dalla penna di uno scrittore.

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