La «salsiccia» indigesta dei derivati finì anche alla mensa dei frati

Nell’articolo: Nascono così i collateralized debt obligations (Cdo): obbligazioni garantite da altre obbligazioni, a loro volta garantite da mutui. Nuove salsicce. Che vengono subito ri-confezionate da altre banche d’affari: i Cdo vengono infatti spesso mischiati con altri Cdo o con derivati e poi rivenduti sotto forma di «Cdo al quadrato» o di «Cdo sintetici». Insomma: obbligazioni garantite da obbligazioni, garantite da altre obbligazioni a loro volta garantite da mutui […..] Così, nel mito dell’eterno profitto e dello scarica-barile dei rischi, la panna montata della finanza ha creato veri e propri mostri: le cartolarizzazioni di mutui Usa ammontavano a fine 2007 a 4.200 miliardi di dollari, i Cdo a 3mila miliardi, i derivati a 531mila miliardi […..] Così, dall’oggi al domani, titoli che valevano insieme 7mila miliardi di dollari non valgono più nulla: semplicemente perché nessuno li vuole comprare […..] Morale della favola: i governi s’indebitano, la disoccupazione cresce, la popolazione paga il conto della crisi. Antonio Gonzales perde la casa, che ormai vale meno del mutuo. Perde il lavoro. E le banche d’affari? Trovano ben presto il modo per speculare ancora, sfruttando il fiume di denaro concesso in prestito dalle banche centrali

Walter Riolfi per “Il Sole 24 Ore

Nel luglio 2005 Antonio Gonzales, origine messicana ma da anni residente nella cittadina di Brea in California, è convinto di avere realizzato i suoi sogni. La banca Fremont, che ha la sede centrale proprio vicino a casa sua, gli ha appena concesso un mutuo trentennale da 114mila dollari. Nonostante alcuni problemi economici, anche Mr. Gonzales riesce così a comprare una casa. Il miracolo americano diventa realtà. Anche per lui, che statunitense non è.

Nessuno nel 2005 avrebbe mai immaginato che quel piccolo mutuo, insieme a tanti altri che qualche burocrate del credito definiva “subprime”, avrebbe creato la più grande bufera finanziaria che memoria d’uomo ricordi. Nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe messo in crisi le banche di mezzo mondo e che avrebbe fatto fallire un mostro sacro di Wall Street come Lehman Brothers. Persino un convento di frati in Italia, qualche anno dopo, ha rischiato la bancarotta per colpa dei mutui subprime. Quel giorno di luglio 2005, Mr. Gonzales non poteva saperlo. A dire la verità non lo sapevano neppure le grandi menti di Wall Street e della Federal Reserve.

La bolla delle «salsicce»
Ovviamente il nome di Antonio Gonzales è inventato. Ma la sua storia è vera e interamente documentata attraverso atti ufficiali. Il 24 febbraio del 2006 la banca Fremont ha deciso di sbarazzarsi del suo mutuo attraverso una cartolarizzazione. L’ha preso e, insieme ad altri 12.414 “subprime” che insieme valgono 2,5 miliardi di dollari, l’ha venduto a una società-veicolo domiciliata nel Delaware. Il nome della società, Ace Securities Corp, ricorda più un succo di frutta che un veicolo in un paradiso fiscale. Ma tant’è. Ace, essendo sostanzialmente una scatola vuota, non ha i soldi per comprare tutti quei mutui. Però questo non è un problema: emette 17 tranche di obbligazioni (chiamate mortgage backed securities, Mbs) e i soldi li raccoglie da centinaia di investitori sul mercato. I 2,5 miliardi, insomma, glieli prestano fondi, banche e assicurazioni. Il rischio che Gonzales non paghi più le rate del mutuo finisce dunque a loro, impacchettato in obbligazioni. Banca Fremont ha passato di mano il cerino.

Il viaggio è appena iniziato. Questi investitori, infatti, non sempre comprano le obbligazioni garantite dai mutui per tenerle nel portafoglio. Molto spesso le re-impacchettano e le vendono ad altri investitori. Ecco allora che i titoli Ace, con dentro il mutuo di Mr. Gonzales, vengono presi da varie banche d’affari e messi insieme ad altri bond di varia natura: il nuovo pacchetto viene poi venduto a una nuova società-veicolo e cartolarizzato nuovamente. Nascono così i collateralized debt obligations (Cdo): obbligazioni garantite da altre obbligazioni, a loro volta garantite da mutui. Nuove salsicce. Che vengono subito ri-confezionate da altre banche d’affari: i Cdo vengono infatti spesso mischiati con altri Cdo o con derivati e poi rivenduti sotto forma di «Cdo al quadrato» o di «Cdo sintetici». Insomma: obbligazioni garantite da obbligazioni, garantite da altre obbligazioni a loro volta garantite da mutui.

Se vi siete persi non preoccupatevi: nessuno, già nel 2005, ci capiva più nulla. Ma non importava più di tanto, perché tutti ci guadagnavano: Gonzales aveva la sua casa e non immaginava neppure lontanamente che il mercato immobiliare potesse non salire più, la banca Fremont aumentava gli impieghi senza tenersi i rischi, le banche d’affari facevano profitti miliardari costruendo sempre nuovi prodotti, gli investitori si godevano gli alti interessi dei Cdo. Così, nel mito dell’eterno profitto e dello scarica-barile dei rischi, la panna montata della finanza ha creato veri e propri mostri: le cartolarizzazioni di mutui Usa ammontavano a fine 2007 a 4.200 miliardi di dollari, i Cdo a 3mila miliardi, i derivati a 531mila miliardi. Impacchettati più volte, i mutui “subprime” hanno così portato il cerino in giro per il mondo: l’hanno dato ai comuni norvegesi (tanti arrivati poi vicini alla bancarotta), a centinaia di enti pensionistici, a quasi tutte le banche e persino a un convento di frati.

Il virus arriva in banca
I più “appassionati” compratori di Cdo erano i Siv. Non si tratta di jeep, ma di Special-investment vehicles: società-veicolo costruite dalle banche – ma tenute fuori dai bilanci – apposta per fare il lavoro sporco. Comprano titoli ad alto rischio, come i Cdo, finanziandosi con titoli a brevissimo termine in modo da speculare sul differenziale di rendimento. Il tutto con una leva di 40 o 70 volte per moltiplicare gli utili (ma anche le possibili perdite). Insomma: speculano con i soldi degli altri e con la benedizione delle grandi banche, ma senza “sporcare” i bilanci delle banche stesse. Una magia, che per anni moltiplica i guadagni. Basti prendere l’esempio della tedesca Ikb: per decenni aveva realizzato mini-profitti erogando crediti alle medie imprese, ma negli ultimi anni grazie ai Siv inizia a fare utili da favola.

Purtroppo le favole finiscono. E nell’estate 2007 la musica cambia. Il mercato inizia a temere per il rimborso di quegli strani mutui “subprime” e per la sostenibilità dei debiti delle tante famiglie Gonzales. Improvvisamente – la psicologia delle masse è una bestia strana – nessuno vuole più comprare Cdo o Mbs. Così, dall’oggi al domani, titoli che valevano insieme 7mila miliardi di dollari non valgono più nulla: semplicemente perché nessuno li vuole comprare. E i primi a entrare in crisi sono proprio i Siv. Le banche sponsor sono costrette a salvarli, spendendo miliardi di euro e di dollari. È così che veicoli fuori bilancio, che nessuno aveva praticamente mai visto, causano perdite miliardarie. Nei bilanci delle banche.

Ben presto il mondo finanziario si rende conto di una spaventosa realtà: le istituzioni finanziarie di tutto il mondo sono piene di titoli (Cdo, Mbs e altro) che appaiono sempre più tossici. Hanno in pancia di tutto: salsicce che nessuno riesce a capire cosa contengano. E che nessuno vuole più mangiare. Nell’ottobre del 2008, nel momento più buio della crisi, le prime 20 istituzioni finanziarie del mondo hanno in pancia 1.200 miliardi di dollari di titoli “tossici”. La fiducia crolla: ben presto le banche iniziano a non prestare più i soldi le une alle altre. Il 15 settembre 2008 Lehman Brothers è quindi costretta ad alzare bandiera bianca: tagliata fuori dal credito interbancario, non può più sopravvivere. È crack. Sui mercati è bufera. I Governi devono subito correre ai ripari: o si salvano le altre banche in crisi, oppure crolla tutto. Stati Uniti ed Europa – secondo la banca dati di Bloomberg – spenderanno in totale oltre 450 miliardi di euro, solo per salvare gli istituti di credito. Le banche centrali, Fed e Bce in primis, inondano il mercato di liquidità per far ripartire la macchina della finanza.

Morale della favola: i governi s’indebitano, la disoccupazione cresce, la popolazione paga il conto della crisi. Antonio Gonzales perde la casa, che ormai vale meno del mutuo. Perde il lavoro. E le banche d’affari? Trovano ben presto il modo per speculare ancora, sfruttando il fiume di denaro concesso in prestito dalle banche centrali.

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Una Risposta to “La «salsiccia» indigesta dei derivati finì anche alla mensa dei frati”

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