Pratolini, cronache di poveri emigranti

Una sceneggiatura inedita per un film mai realizzato: così lo scrittore, tradito dal Pci, raccontò una saga anarchica

Nell’articolo: Dopo i fatti d’Ungheria, Pratolini non era più lo stesso. Si era allontanato dal Pci e il Pci da lui. La fede, per così dire, restava più o meno salda, ma la vita s’infilava in vicoli sempre più stretti e lo scrittore pagava il conto per la sua ribellione […..]  Per lui si condensava quell’utopia nella quale credeva e che Pratolini accoglieva invece con il sorriso storto del disincanto

Osvaldo Guerrieri per “La Stampa

America dura, America mitologica. Strana l’idea del film Mal d’America sceneggiato nel 1966 e mai realizzato. E chissà che cosa spinse il regista argentino Fernando Birri a cercare Vasco Pratolini per dar forma al progetto. Lo incontrò in lunghi pomeriggi di discussione e poi, mescolando neorealismo e grandiosità visionaria, lo indusse a scrivere la storia di una famiglia anarchica italiana, gli Scota, costretta ad abbandonare San Lupo, nel Matese beneventano, e a emigrare in Argentina dopo il fallimento dell’insurrezione campana del 1877.

Il film parte proprio da qui, dalla sparatoria notturna con i carabinieri. Dopo di che, con una tecnica a intarsio, intrecciando passato e presente, ricorrendo a stacchi illustrativi nello stile dichiarato dei telegiornali (un curioso, efficace anacronismo), si apre un racconto di viaggio e di scoperta, di accoglienza e di sfruttamento, di lavoro e di ribellione. Vediamo gli Scota nel deserto della pampa; la distribuzione della terra; i raccolti distrutti in un solo giorno da una nuvola di cavallette; l’aggregarsi delle comunità immigrate; il successo economico di alcuni e il fallimento di altri. Intanto le generazioni cambiano. Ai nonni succedono i padri, ai padri i figli. E cambia anche l’Argentina: sempre più dura e violenta. Si chiama Matese l’ultimo degli Scota. Dovrebbe imbarcarsi alla volta di Napoli per studiare legge. Ma è un giorno di sciopero generale. Ci sono tafferugli a Buenos Aires, volano pallottole, c’è subito un morto. Quasi senza saperlo, Matese si ritrova dietro una barricata con un fucile in mano e un destino da ribelle. Fine.

Il segno della Storia è ruvido quasi quanto la forza del sentimento in questa sceneggiatura pubblicata dopo quasi mezzo secolo dalla ADD (pp. 143, e12). Fernando Birri l’ha sentita crescere irresistibilmente dentro di sé. Con García Márquez e altri giovani sudamericani era arrivato a Roma negli Anni Cinquanta per studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia. Tornato in patria, ha girato film e documentari, nel ’61 ha vinto il premio Opera prima alla Biennale Cinema di Venezia con Los inundados. Quando fu costretto a riparare in Italia, questa volta esule dalla dittatura, aveva dentro di sé il progetto di Mal d’America e andò a cercare Pratolini, conosciuto all’epoca del Centro Sperimentale. Lo ammirava come scrittore e come sceneggiatore. Pratolini aveva scritto Paisà di Rossellini, Rocco e i suoi fratelli di Visconti, Cronaca familiare di Zurlini, Leone d’oro a Venezia nel ’62. Era autore di romanzi (per esempio Cronache di poveri amanti, Metello) in cui l’ideologia riusciva a plasmare – naturalmente, liquidamente – anche il sentimento. Cinque fra i suoi libri erano diventati film. Nessun altro, pensava Birri, avrebbe potuto scrivere meglio di lui il soggetto che gli ronzava in testa.

Non prevedeva però di trovare un uomo profondamente in crisi. Dopo i fatti d’Ungheria, Pratolini non era più lo stesso. Si era allontanato dal Pci e il Pci da lui. La fede, per così dire, restava più o meno salda, ma la vita s’infilava in vicoli sempre più stretti e lo scrittore pagava il conto per la sua ribellione. Conto salato. I suoi romanzi trovarono nel comunista Asor Rosa uno stroncatore implacabile. Ricorda Goffredo De Pascale nella nota introduttiva alla sceneggiatura che negli Anni Novanta la Mondadori rinunciò persino a pubblicare, senza giustificazione, il terzo Meridiano pratoliniano. Ma anche il cinema cominciò a divergere da quel fiorentino rotondetto e umorale che pure ne aveva fatto un po’ la storia.

Quello di Pratolini con Birri non fu soltanto l’incontro di due uomini innamorati del cinema e desiderosi di fare cinema. In quel 1966 si incrociarono due visioni del mondo e della politica: quella dell’argentino rivolta al futuro e alla cavalcata di una Sinistra che a lui sembrava irresistibile; e quella dell’italiano che con sofferenza aveva abdicato dall’ottimismo. E se il loro film non si fece, anche se i presupposti erano già solidi, anche se Marcello Mastroianni aveva garantito un finanziamento in veste di produttore, ciò avvenne perché Birri partì dall’Italia richiamato dalla nuova libertà argentina. Per lui si condensava quell’utopia nella quale credeva e che Pratolini accoglieva invece con il sorriso storto del disincanto.

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