Archive for settembre 2010

Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni

settembre 21, 2010

Una ricetta per salvare i quotidiani di carta insidiati dalla concorrenza dei nuovi mezzi tecnologici

Guido Ceronetti per “La Stampa

Hanno fatto la rivoluzione francese, hanno raddrizzato l’orribile ingiustizia fatta al capitano Dreyfus, creato la leggenda di Mussolini, fatto entrare in guerra la riluttante Italia del 1915, riportato discorsi memorabili, interviste da nobili esigli, tirato in luce crimini sepolti, spinto fuori con manovre ostetriche la repubblica italiana, e i contenuti delle loro collezioni sono impressionanti, enormi, pieni di grida… E adesso? Chiuderanno le testate? Non reggeranno l’urto col virtuale, il network, il cellulare, il tam-tam telefonico e mailofono, la resa che cresce, la spesa irriducibile, la rinuncia al fotoreportage, all’immagine irripetibile?

Eppure, non c’è potenza più forte della stampa quotidiana, più temuta, più emozionante, più manipolatrice, più riparatrice. Il giornale è inseparabile dal Treno, fin dalla locomotiva di Stephenson, e per quanto sia stato un lutto per l’igiene pubblica e personale il giornale, puntigliosamente lavorato dal tagliacarte, è stato la Carta Igienica delle nazioni più evolute, dopo la foglia preistorica di nocciòlo e le dita intrepide delle fanterie. Finalmente, tra la morte di Gandhi, la fondazione d’Israele e la legge Merlin in Gazzetta Ufficiale, il Rotolo Bianco apparve, e i meno-alfabetizzati lo commenterebbero come «Svolta epocale». Amen.

Giornali amati – anche troppo. Un tempo, gloria, generosi coi bravi collaboratori; ora più tirchi di Arpagone; sconsigliabili ai giovani sognatori. Non li manderebbero più a soffrire nelle giungle insanguinate, ma li inchioderebbero davanti a miriadi di computer redazionali, ad abbeverarsi di Agenzie. Del resto, chi vai a intervistare? Le più grandi stature storiche oggi sono tutte formato cartolina: dov’è un Churchill, dov’è una Dietrich, un Jean Gabin, una Mistinguett, un Largo Caballero, un Tesla, un Einstein, un Fleming? Un Massud valeva un viaggetto: l’hanno fatto fuori. Le città, forse… Le città sono intervistabili fruttuosamente, ma bisognerebbe starci qualche mese – c’è un giornale che ti mantenga? Caro giovane, leggi Fame di Knut Hamsun, è la storia di un giovane sconosciuto giornalista, che quando gli si materializza una paga per un articolo si precipita in un’osteria e divora un pezzo di carne qualsiasi. (more…)

Alberto Moravia vent’anni dopo Virtù e vizi di un eterno adolescente

settembre 21, 2010

Moravia in un disegno di Tullio Pericoli, esposto in sala Buzzati a Milano

La Bompiani celebra lo scrittore alla Fondazione «Corriere della Sera». Sensuale e carnale, ma anche freddo e razionale: l’autore nella quotidianità

Antonio Debenedetti per “Il Corriere della Sera

Adesso si ristampano le sue opere, i critici scrivono di lui. Già quando la morte lo colse all’improvviso, la mattina del 20 settembre 1990, Alberto Moravia era praticamente un classico della modernità. Gli indifferenti, il suo romanzo d’esordio scritto in età scolare o giù di lì, aveva cambiato la letteratura italiana. Da allora, per decenni, è stato al centro della scena letteraria. Ecco perché a suo tempo andavo chiedendomi che cosa Alberto, ormai anziano e all’apice del successo, si aspettasse dalla posterità. Una sera il mio desiderio di sapere, mentre cenavamo in casa di Giorgio Montefoschi, s’è trasformato in domanda. «Con la morte finisce tutto» ha risposto Moravia teatralmente cupo, stringendosi nelle spalle. Lo pensava davvero? Chissà! Il più noto romanziere italiano, che faceva schiumare di rabbia i benpensanti, amava infatti farsi coccolare e le inventava tutte per arrivare allo scopo.

Ma com’era Moravia nella quotidianità? A pranzo, specie se non aveva accanto i suoi amici più fidati cioè Siciliano e Pasolini che un poco forse lo inibivano, Alberto era davvero insuperabile. A volte, standosene al riparo delle sue foltissime sopracciglia, che avevano qualcosa d’una vegetazione primordiale, assumeva modi bruschi, un tantino bambineschi. Preludevano di solito a esternazioni paradossali, capricciose, intese a saggiare la disposizione d’animo dei presenti nei suoi confronti. Quando capiva di potersi fidare, Alberto diventava mirabolante. Cosi, mangiando spaghetti al pomodoro e polpettone con verdure cotte (la sua dieta preferita), ti raccontava di Pirandello o di Eliot o di Borges come fossero là vivi, non geni fatti di spirito ma uomini fatti di carne. Moravia non risultava mai celebrativo. I suoi aneddoti, anche quando riguardavano Ciano o Togliatti o altri politici, privilegiavano sempre l’umano e le ragioni dell’umano. Senza far spazio ai giudizi preconfezionati, insomma. Gli argomenti preferiti di questo scrittore nato per raccontare erano il cinema e ovviamente la letteratura. Parlandone, gratificava i presenti di interpretazioni critiche sorprendenti. Manzoni come Belli, Proust come Joyce, Svevo come Elsa Morante, Brancati come Malaparte (sto citando a caso), i vivi come i morti, si materializzavano attraverso i suoi ragionamenti. La letteratura scendeva dal piedistallo. (more…)

E l’Italia inventò il vocabolario

settembre 15, 2010

Roberto Beretta per “Avvenire

«Leggete un paio di pagine del vocabolario al giorno!». Il monito del vecchio (e antipatico) professore del liceo non era poi così astruso: il dizionario – ancorché alfabetico – non è infatti come un elenco del telefono, e tra i suoi lemmi si nascondono preziose lezioni di cultura, di storia, di geografia e di scienza, oltreché – naturalmente – di lingua.

Ne ha fatto sicuramente tesoro (anzi, thesaurus…) Claudio Marazzini, che insegna Storia della lingua italiana all’università del Piemonte orientale e ha di recente messo in fila <+corsivo>L’ordine delle parole<+tondo> (Il Mulino, pp. 480, euro 35): una «storia di vocabolari italiani» che, nata dal fortuito acquisto di un lotto di antichi e rari dizionari dismessi da una biblioteca, raduna una quantità di notizie e curiosità che fanno persino dimenticare al lettore di trovarsi di fronte a un documentato e persino erudito saggio che vale almeno un corso universitario. Anche per questo è meglio rinunciare qui a una compiuta recensione, optando piuttosto per la segnalazione di singoli interessanti aspetti. (more…)

“La morte segreta”, un recital per ricordare Stefano Cucchi

settembre 15, 2010

La prima dello spettacolo promosso dall’associazione radicale “Nessuno tocchi Caino” sarà nel carcere di Padova

da “Libero

A quasi un anno dalla morte, dal 18 settembre parte un recital per ricordareStefano Cucchi, il ragazzo morto in carcere il 22 ottobre 2009 in circostanze ancora poco chiare. Si intitola “In morte segreta” ed è stato presentato questa mattina dall’autore Ugo De Vita a Roma nella sede di ‘Nessuno tocchi Caino’, associazione promotrice dello spettacolo insieme a Ristretti Orizzonti, A Buon Diritto e patrocinato dal Garante dei detenuti del Lazio e dalla Nazionale Italiana Cantanti. Presenti all’incontro anche Ilaria Cucchi, sorella della vittima, Marco Pannella e la deputata radicale Rita Bernardini. “La storia di mio fratello è unmonito a chi commette soprusi – sottolinea la sorella Ilaria – non sempre si può restare impuniti: solo questo mi da la forza di credere che ci sia un senso” .

Il dramma debutterà sabato 18 settembre nella casa di reclusione di Padova. “Facendo l’anteprima in un carcere – spiega Ugo De Vita – facciamo un grande regalo alle Istituzioni: è molto importante che il pubblico sia composto da guardie carcerarie”. Sarà poi a Roma, Firenze e Milano.

Il dramma dura 65 minuti. Inizia con un video della sorella e della mamma di Stefano Cucchi. Continua con una famosa aria del Mefistofele e una lettura da ‘Aspettando i barbari’ del premio Nobel 2003 John Maxwell Coetzee. Il recital finisce con alcune liriche e il monologo musicale ‘Il Sogno’.

“Quella di Cucchi è una vicenda che ha un valore rivoluzionario per come è stata portata all’attenzione pubblica – commenta la deputata  Bernardini – aver portato un po’ di conoscenza sul mondo sconosciuto delle carceri e sulle decine di violenze che vi si commettono in ogni momento è stato importantissimo”.

Siae, ma quanto costi (a noi patiti di musica)

settembre 15, 2010

Diego Menegon e Alberto Mingardi per “Il Sole 24 Ore

Quanto vale un monopolio? Nel 2009 la Siae ha raccolto 614,6 milioni per la remunerazione del diritto d’autore. Di questi, 44,6 derivano dai compensi per copia privata (pagamento dovuto alla Siae per il beneficio che il consumatore trae dalla riproduzione per usi personali). Con il decreto ministeriale 30 dicembre 2009, i compensi per la copia privata sono destinati a salire – nell’anno in corso, si stimano ricavi per 145 milioni, con un sensibile aumento della quota di bilancio che la Siae trarrebbe dalla riproduzione privata di contenuti coperti da diritti d’autore.

Questo trend, nel quale oneri crescenti vengono caricati sui consumatori per il tramite delle imprese che consentono loro la fruizione di certi contenuti (audio o video che siano), può determinare tensioni in un’industria che è tutta in via di assestamento. È la tecnologia ad avere cambiato il nostro modo di consumare e di condividere musica e video, e nessuno sa prevedere con certezza come e quando questo processo perverrà a un equilibrio. L’unica cosa è che la “legittimità” dei diritti d’autore è largamente messa in dubbio, giorno dopo giorno, dai comportamenti di milioni di persone, in buona parte giovanissimi. (more…)

Narcoguerra

settembre 15, 2010

Eroina afgana sui voli militari britannici di ritorno dal fronte. La notizia rafforza i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan

Enrico Piovesana per “Peacereporter”

La notizia, diffusa lunedì dalla Bbc, deimilitari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte, non fa che rafforzare i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan.

Il traffico ‘militare’ di eroina scoperto tra lebasi Nato nel sud dell’Afghanistan (Helmand e Kandahar) e l’aeroporto militare di Brize Norton, nell’Oxfordshire, verrà liquidato con la solita spiegazione delle ‘mele marce’, del caso isolato che riguarda solo alcuni individui.

Più probabilmente si tratta invece della punta dell’iceberg, o meglio delle briciole di un traffico ben più grande e strutturato che i suoi principali gestori – militari e servizi segreti Usa – lasciano ai loro alleati, evidentemente meno bravi di loro nel non farsi scoprire.

Solo pochi mesi fa sulla stampa tedesca era venuto fuori che una delle principali agenzie private di contractors addette alla logistica delle basi Nato in Afghanistan – la Ecolog, sospettata di legami con la mafia albanese – era coinvolta in traffici di eroina afgana verso il Kosovo e la Germania. (more…)

Waltz for Bill Evans, pianista jazz che fece cantare il silenzio

settembre 15, 2010

Daniela Amenta per “L’Unità

«Viso pallido, devi scoparti la musica». E gli altri ridevano mentre Miles Davis, il divino, lo prendeva in giro. Bill Evans incassava. Poi si allungava sul pianoforte, prima le mani, poi il petto, poi l’intero corpo lungo e magro, e possedeva la musica fino all’ultima nota. Un amplesso mistico, colossale. E anche i neri, quei gradassi geniali del jazz, restavano attoniti, perfino commossi. Sono trent’anni che Bill Evans ci ha lasciati orfani. Non ci saranno eventi, celebrazioni o riti di massa. L’arte di Evans è una questione privata, una relazione rigorosamente sentimentale, in sordina. Tutta qui la sua grazia, la sua disperazione: essere un gigante e non poterlo, saperlo ammettere. Fino a distruggersi.

Una vita bruciata in fretta quella di William John Evans, detto Bill, morto a 51 anni col fegato spappolato e il sangue impazzito come la maionese. Era il bianco del jazz, il tocco chiaro del jazz, la panna dolce e acida del jazz, il jazz che si fa carezza e abbandono. Non aveva nulla della furia degli altri: non gli eccessi di Parker, le follie di Monk, l’arroganza di Miles, i deliri di Mingus, la luce accecante di Coltrane o Coleman. Eppure quel ragazzo secco e miope del New Jersey, quel viso pallido, fece la sua rivoluzione, trasformando il modale in uno spartito aperto, armonico, imprevedibile. Non più uno stile, un sound. Uno stato dell’anima, semmai. E soprattutto musica. Un’imponente cattedrale di musica meravigliosa: dagli impressionisti francesi a Gershwin, da Stravinsky a Mozart. Passando per Nat King Cole, Cole Porter, il jazz. «Perché io voglio che la gente possa cantare quando mi ascolta». (more…)

Iran: Ahmadinejad e la diplomazia parallela

settembre 15, 2010

Il presidente iraniano tenta la strada del parallelismo politico. In particolare Ahmadinejad si sta concentrando sugli affari esteri. Le sue decisioni potrebbero portare ad una frattura all’interno del governo

Nima Baheli, da “Limes

La scorsa settimana 122 parlamentari hanno scritto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per avvertirlo dei rischi del “parallelismo in politica estera”, chiedendogli inoltre di rivedere le nomine di quattro “Rappresentanti Speciali”. Imperterrito il presidente ha agito con decisione evidenziando l’esigenza di nominarne altri due per l’Africa e il Sud America.

Ma chi sono costoro e quale “logica” vi è dietro questo ulteriore scontro che vede contrapposte le varie anime dell’establishment conservatore iraniano?

Ma andiamo per gradi. Il 24 agosto, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha nominato quattro nuovi rappresentanti diplomatici: Esfandiar Rahim Masha’i, Rappresentante Speciale per il Medio Oriente, Hamid Baqha’i Rappresentante Speciale per gli affari asiatici, Mohammad-Mehdi Akhoundzadeh Rappresentante Speciale per gli affari del Mar Caspio, e Abolfazl Zohrehvand Rappresentante Speciale per l’Afghanistan.

Non è la prima volta che un presidente iraniano nomina dei rappresentanti speciali in base all’articolo 127 della Costituzione. Già Khatami e Rafsanjani ne avevano nominati per il Mar Caspio e per l’Afghanistan al fine di dare maggior peso alle delegazioni iraniane allora impegnate in negoziati. (more…)

La lezione di Friedman alla fine libererà il mondo

settembre 15, 2010

Il capolavoro dell’economista Usa sul capitalismo a quasi mezzo secolo dall’uscita è ancora più attuale. Come dimostrano i dibattiti su welfare, educazione e sanità. All’epoca sembrò troppo radicale, ma era un Occidente dominato dal marxismo

Carlo Lottieri per “Il Giornale

Ha quasi cinquant’anni, ma li porta benissimo. Capitalismo e libertà di Milton Friedman torna in libreria in una nuova edizione (IBL Libri, pagg. 296, euro 24), a riprova del fatto che il volume è ormai un classico del liberalismo contemporaneo: vitale come quando apparve, nel 1962. E questo in primo luogo perché le sue tesi continuano a essere in qualche modo «controcorrente» in moltissimi Paesi, a partire dal nostro.

L’origine di questa opera è interessante, perché alcune sue parti erano state esposte e discusse fin dal 1956 all’interno dei seminari del «William Volker Fund» da cui emersero – oltre al libro di Friedman – anche La società libera di Friedrich von Hayek e La libertà e la legge di Bruno Leoni. In questo piccolo gruppo di capolavori, il lavoro di Friedman si caratterizza per essere un’opera di alta divulgazione dei maggiori argomenti liberali e, al tempo stesso, perché rappresenta un formidabile tentativo di sviluppare una riflessione teorica sulla società di mercato e sui suoi presupposti. L’economista non ci offre qui le sue ricerche più accademiche in ambito macroeconomico, ma suggerisce invece quelle riforme politiche – dall’istruzione alla sanità, dal fisco all’assistenza – che possono permettere a una società di crescere in libertà e prosperità. (more…)

Anche l’Islam ha tanti reverendi Jones

settembre 15, 2010

Vittorio Emanuele Parsi per “La Stampa

Ma quanti «reverendi Jones» ci sono nel mondo islamico e quanto grande è il loro seguito? La sconsiderata minaccia di questo oscuro pastore di un’ancor più sconosciuta chiesa evangelica della Florida, peraltro neppure attuata, di bruciare il Corano ha offerto il pretesto per l’ennesima strage di cristiani nel subcontinente indiano. Tutto ampiamente e drammaticamente previsto, ma oggi, mentre contiamo le vittime innocenti di una violenza inaccettabile, è impossibile fare a meno di sottolineare che, se bruciare i libri è esecrabile, ammazzare persone innocenti è peggio. Perentorie, in tal senso, le parole del vescovo di Jammur & Kashmir nell’intervista rilasciata a La Stampa di ieri, «non si può giustificare con una proposta offensiva la soppressione di vite innocenti», e neppure di quella del «colpevole» autore della proposta, mi sentirei di aggiungere. Non dovrebbe mai essere dimenticato del resto che, per quanto non sia condivisibile dar fuoco ai simboli e alle effigi che non ci piacciono, una simile pratica rientra pur sempre nella libertà d’espressione, la quale nelle democrazie gode della massima tutela, perché se la prima vacilla trascina nella sua caduta anche le seconde. Non per caso, una trentina d’anni fa, la Corte Suprema riconobbe il diritto di bruciare la bandiera degli Stati Uniti come un esercizio, per quanto detestabile, di tale libertà, dichiarando incostituzionali le norme che ben 48 Stati dell’Unione su 50 avevano adottato a difesa del vessillo a stelle e strisce. È del tutto evidente che «l’amor di Patria» e il «timor di Dio» sono sentimenti in sé rispettabili e sacri per i rispettivi credenti, ma sarebbe una deroga inammissibile al principio della libertà di espressione pretendere che ciò che per gli uni o gli altri è «sacro e inviolabile» venisse sottratto all’esercizio di una delle principali libertà, sia pure in forme, lo ripetiamo, assai discutibili. (more…)

L’anniversario della Disunità

settembre 15, 2010

Adriano Sofri per “La Repubblica

Tutto alla rovescia. L’Italia è sfatta, basta finir di disfare gli italiani. Si intitolarono piazze, anche la più bella, a Trieste, all’Unità d’Italia. Sembrerà almeno un po’ buffo correggere in “Piazza Divisione d’Italia”. Ma qualcosa bisognerà inventare, perché nel riavvolgere il Risorgimento all’indietro siamo andati lontano. E la celebrazione del prossimo anno sarà una commemorazione. Dice Bossi che il federalismo è cosa fatta. Il federalismo no, e Cattaneo è solo usurpato: ma uno sgretolamento avaro e rancoroso sì, e abbastanza irreversibile. In certe reazioni il sindaco Vassallo ammazzato ad Acciaroli è sembrato affare riservato al già Principato inferiore del Cilento. Perfino l’antica guerra fra cultori del Risorgimento e suoi detrattori in nome delle insorgenze e della conquista coloniale del Sud, benché riesacerbata, va ormai fuori bersaglio. Quella era una storia fratricida dunque anche fraterna. Fratelli d’Italia, anche l’un contro l’altro armati. Carlo Pisacane, biondo e socialista e martire (a Sanza, il lato del Cilento dirimpetto a Pollica) aveva un fratello, Filippo, rimasto, lui, ufficiale borbonico, e fra i due non venne mai meno mai l’affetto reciproco. Si disse che il fratello legittimista fosse designato al comando contro la spedizione di Sapri, e sostituito all’ultimo momento dal re Ferdinando. (more…)

Marcinelle, l’ultima battaglia: «Nessuno verrà qui a ballare»

settembre 15, 2010

Emigrati nel dopoguerra, 136 morirono nell’incidente al Bois du Cazier. Dimenticati anche dal Paese d’origine

Paolo di Stefano per “Il Corriere della Sera”

I minatori non dimenticano niente, convivono da oltre cinquant’anni con la memoria. Ma il Paese da cui partirono preferisce dormire sonni sereni nell’oblio per svegliarsi puntualmente in occasione della ricorrenza più funesta, quella dell’8 agosto 1956, il giorno in cui al Bois du Cazier di Marcinelle morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. Anche quest’anno, l’8 agosto non sono mancati i messaggi dei politici, dal presidente della Repubblica in giù. Ma ai minatori italiani – rimasti in Belgio ad invecchiare con la silicosi e il fiato corto – non basta. Loro hanno ancora negli occhi il fumo di quella mattina, quando, poco dopo le otto, a 975 metri di profondità, un vagonetto carico di carbone rimasto incastrato a metà dentro un ascensore in movimento tagliò di netto i cavi dell’alta tensione e le condotte dell’olio provocando un incendio improvviso e inarrestabile. È la tragedia che i minatori sopravvissuti non dimenticheranno mai.

Molti di loro non amano più l’Italia perché, dicono, l’Italia non li ama. Si sentono abbandonati in quella che un tempo consideravano una terra straniera e che oggi trovano persino accogliente. Chiedete a Mario Ziccardi, che è arrivato qui a Charleroi da Ferrazzano (Campobasso) nel 1954 a 18 anni e che rimasto vedovo adesso abita, da solo, in una casetta bianca su una lunga strada a due passi dal luogo della «catastròfa», diventato un museo. Vi risponderà con un groppo di rabbia, ricordando quel che è stato, per filo e per segno. I minatori sono come gli elefanti, non dimenticano niente: «Il governo italiano ci ha venduto, ogni minatore valeva 15 chili di carbone belga al giorno, ma se al ritorno portavi con te una cioccolata o un pacchetto di sigarette, alla dogana ti facevano pagare la multa. Questa è sempre stata l’Italia! Quando arrivavi al paese per le vacanze, ti dicevano: “che ci vieni a fare qui?”. Non sapevano che andavamo in terra straniera per buttare il sangue a mille metri di profondità e che il governo prendeva pure dei soldi senza neanche darci una sicurezza. Quando andavi a fare una domanda al Comune, ti rispondevano che avevi diritto solo al certificato di nascita e per il resto, se avevi bisogno di qualcosa, dovevi chiedere al Belgio». (more…)

On the road

settembre 14, 2010

Ecco la versione originale del capolavoro di Kerouac

Nell’articolo: Ero d’accordo con Neal. «La gente cambia, amico, è questo che devi capire». «Spero che tu e io non cambieremo mai». «Lo sappiamo, lo sappiamo »

DI JACK KEROUAC, da “Il Corriere della Sera

Quando conobbi Neal mio padre era morto da poco… Ero appena guarito da una malattia grave della quale mi limiterò a dire che aveva certamente qualcosa a che fare con la morte di mio padre e la mia atroce sensazione che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Neal cominciò davvero quella parte della mia vita che potremmo chiamare la mia vita sulla strada. Prima di allora avevo sempre sognato di andare nel West, vedere il Paese, ma erano sempre progetti vaghi e non ero mai partito. Neal è il compagno perfetto per la strada perché ci è nato sulla strada, mentre i suoi genitori erano di passaggio a Salt Lake City nel 1926, su un’auto scassata, in viaggio per Los Angeles.

Nel cuore del territorio del Pecos ci mettemmo a discutere su quali personaggi saremmo stati nel Vecchio West. «Neal, tu saresti certamente un fuorilegge» dissi «ma uno di quegli svitati e spassosi fuorilegge che attraversano le pianure al galoppo e si divertono a sparacchiare nei saloon». «Louanne sarebbe la bella della sala da ballo. Bill Burroughs abiterebbe in fondo alla città, un colonnello confederato a riposo, in una grande casa con tutte le imposte chiuse e uscirebbe solo una volta all’anno per incontrare il suo spacciatore in un Vicolo del Quartiere Cinese. Al Hinkle passerebbe le giornate a giocare a carte e raccontare storie seduto in poltrona. Hunkey vivrebbe con i cinesi; lo vedremmo passare sotto i lampioni senza degnarci di uno sguardo con una pipa d’oppio e la coda di cavallo». «E io?» dissi. «Tu saresti il figlio dell’editore del giornale locale. Ogni tanto perderesti la testa e andresti a divertirti con la banda degli altri pazzi. Allen Ginsberg—sarebbe un arrotino che affila le forbici e scende dalla montagna una volta all’anno con il suo carretto e predice gli incendi e la gente arrivata dal confine lo farebbe ballare a suon di schioppettate. Joan Adams… vivrebbe nella casa con le imposte, sarebbe l’unica vera signora in città ma nessuno la vedrebbe mai». Andammo avanti a lungo, passando in rassegna la nostra galleria di canaglie. Anni dopo Allen sarebbe sceso dalla montagna con la barba lunga e non avrebbe avuto più le forbici, solo canti di catastrofe; e Burroughs non sarebbe più uscito di casa una volta all’anno; e Louanne avrebbe sparato al vecchio Neal mentre usciva di casa barcollando; e Al Hinkle sarebbe sopravvissuto a tutti noi e avrebbe raccontato storie ai giovani di fronte al Silver Dollar. Hunkey sarebbe stato trovato morto un freddo inverno in un vicolo. Louanne avrebbe ereditato la sala da ballo e sarebbe diventata una signora e una dei cittadini più influenti. Io sarei scomparso nel Montana e nessuno avrebbe più sentito parlare di me. All’ultimo tirammo dentro anche Lucien Carr—sarebbe scomparso da Pecos City e tornato anni dopo scurito dal sole africano con una regina africana per moglie e dieci bambini neri e una fortuna in oro. Bill Burroughs sarebbe impazzito un giorno e avrebbe cominciato a sparare all’intera città dalla finestra; avrebbero dato fuoco alla sua vecchia casa e tutto sarebbe bruciato e Pecos City si sarebbe trasformata in una città fantasma di rovine carbonizzate tra le rocce arancioni. Ci guardammo intorno in cerca di un sito possibile. Il sole stava tramontando. Io mi addormentai sognando la leggenda. (more…)

Un missile cinese cambierà la geopolitica

settembre 14, 2010

Nell’articolo: E allora: che cosa ci rivela tutto ciò? Tre cose. La prima è che la Cina è prossima – come mai è stata in passato – a mettere definitivamente a punto un missile in grado di mettere fuori gioco una portaerei. La seconda è che la produzione di un missile di questo tipo equivarrà a porre fine all’incontrastata egemonia statunitense sui mari, specialmente lungo le cruciali rotte oceaniche asiatiche. La terza e ultima cosa è che un missile DF-21D operativo accrescerebbe fortemente le tensioni che già serpeggiano in Asia

di Andrew Burt, direttore associato di InsideDefense.com, da “Il Sole 24 Ore
(Traduzione di Anna Bissanti)

«Potrebbe essere rivoluzionario, cambiare ogni cosa», ha scritto una fonte del governo degli Stati Uniti. «Potrebbe spalancare le porte a una nuova era dell’ordine internazionale», ha scritto un’altra. «Potrebbe mettere fine al nostro modo di intervenire», mi ha riferito un funzionario di alto grado in pensione. Ciò a cui si riferiscono questi ex o attuali esponenti dei più alti gradi dell’esercito è qualcosa di cui non avete mai sentito parlare prima. Si tratta del missile cinese denominato Dong Feng 21D, in sigla DF-21D. ù

Prima di tutto sarà bene contestualizzare la notizia: le portaerei della Marina Usa possono proiettare la potenza americana in ogni angolo del pianeta. Le superportaerei sono enormi navi a propulsione nucleare, lunghe fino a 330 metri, in grado di trasportare 85 aerei e oltre 6mila effettivi. E al prezzo di 4,5 miliardi di dollari l’una sono pressoché capaci di dare il via e combattere una guerra per conto proprio.

Per molti aspetti le superportaerei costituiscono l’ossatura portante della politica estera americana. La crisi dello Stretto di Taiwan del 1996 ne costituisce un ottimo esempio: nel periodo preliminare alle prime elezioni presidenziali della storia di Taiwan, la Cina condusse una serie di test missilistici allo scopo d’incutere timore nell’elettorato taiwanese. I cinesi speravano che un’ostentazione della loro potenza militare avrebbe dissuaso la popolazione taiwanese dall’eleggere politici separatisti. Quando tra Pechino e Taipei andò crescendo la tensione, Washington inviò due portaerei verso la costa cinese. Il messaggio diretto alla Cina era chiaro: non potete permettervi un conflitto con Taiwan perché noi interverremo. Pechino fece un passo indietro, i taiwanesi votarono liberamente e in Asia la situazione rimase tranquilla e sotto controllo. (more…)

LEHMAN, QUANDO WALL STREET FINÌ SULL’ORLO DELL’ETÀ DELLA PIETRA…

settembre 14, 2010

Nell’articolo: Le analisi dei “media” si concentrano sugli eccessi del mondo della finanza: l’abitudine dei banchieri di attribuirsi “megabonus” dopo aver gonfiato i profitti seguendo strategie d’investimento estremamente rischiose, l’inefficacia dei controlli delle società di “rating”, i perversi meccanismi di incentivazione […..] Ma sarebbe miope dare una spiegazione della crisi come una pura manifestazione di eccessi dei professionisti della finanza: l’avidità dei Gordon Gekko di vent’anni fa più l’invidia sociale e lo spirito di emulazione dei banchieri d’affari del terzo millennio che il regista Oliver Stone e Michael Douglas hanno riportato sugli schermi cinematografici di tutto il mondo col nuovo film dedicato a Wall Street che uscirà a giorni

Massimo Gaggi per “Il Corriere della Sera“, da “Dagospia
La catastrofe era evitabile? Due anni dopo, le cause del crollo della Lehman Brothers e del conseguente infarto del sistema finanziario americano e mondiale sono abbastanza chiare, ma ci si chiede ancora se governo Usa, autorità monetarie e banche avevano i margini per intervenire, impedendo la caduta di uno dei pilastri di Wall Street.

Quello che emerge ormai con chiarezza è che il fallimento di Lehman, col successivo «shock anafilattico» che ha colpito i mercati, non solo ha prodotto una gelata del credito che ha messo in ginocchio le economie di tutto l’Occidente, ma è stato anche il chiodo che ha fatto scoppiare il palloncino del «sogno americano».

Un sogno – la possibilità per chiunque avesse voglia di lavorare sodo di raggiungere un discreto livello di benessere – che per decenni ha avuto una sua concretezza, ma che nell’ultimo quarto di secolo si è trasformato in una bolla: quella del continuo aumento dei debiti di gente che, con i redditi che non crescevano più come un tempo, si era rifugiata nel credito per difendere il suo tenore di vita.

I segni premonitori del cataclisma c’erano tutti almeno dal 2007. E all’inizio dell’estate di quell’anno che esplode la crisi del settore immobiliare: saltano alcuni grandi erogatori di mutui, ma le autorità monetarie riescono a circoscrivere la crisi. Poi, all’inizio del 2008, va al tappeto la banca d’affari Bear Stearns che la Federal Reserve riesce a far acquistare dalla JP Morgan Chase. Il sollievo dei mercati dura poco: ben presto inizia la caccia alla Lehman, l’altro gigante malato di Wall Street.

Nella primavera del 2008 Dick Fuld, ultimo capo della banca fondata 158 anni prima da tre fratelli fuggiti da una Germania in preda alle persecuzioni antisemite, le prova tutte per mantenere la banca sopra la linea di galleggiamento: tratta coi fondi sovrani di mezzo mondo per cercare di farli entrare nell’istituto appesantito dagli investimenti in titoli immobiliari ormai ridotti a spazzatura, cerca di tranquillizzare i mercati mostrando che anche in un periodo difficile l’istituto guadagna: il conti trimestrali si chiudono in attivo per la 55esima volta consecutiva. Ma è l’ultima.

In estate si apre la voragine delle perdite, poi arriva la resa dei conti. I fulmini che annunciano la tempesta si scatenano nel primo week end di settembre: gli investitori abbandonano precipitosamente Fannie Mae e Freddie Mac, le finanziarie miste pubblico-private che garantiscono mutui per ben 5.300 miliardi di dollari, la metà dei prestiti-casa concessi negli Usa. Henry Paulson, ex capo di Goldman Sachs e ministro del Tesoro del governo liberista di George Bush, decide che non può far fallire questi due pilastri del sistema finanziario e li nazionalizza. (more…)

Psichiatria Democratica

settembre 14, 2010

I giovani turchi, Ferrero e i gruppi veltroniani. Fotografia di un partito perennemente in analisi. Il 25 settembre Veltroni a Orvieto: potrebbe diventare la “Mirabello di centrosinistra”

Nell’articolo:  In due giorni, dal documento dei quarantenni anti-veltroniani, alle correnti storiche, un fermento criptato e indecifrabile per chi non possiede i codici delle faide antiche […..] Ma Orvieto è la città dove è nato il Pd, e dove Veltroni in un celebre discorso parlò per la prima volta della vocazione maggioritaria: “Non so quando saranno, so che alle prossime elezioni andremo da soli”. Lo disse il sabato, il lunedì Mastella abbandonò la maggioranza, il giovedì cadde Prodi

Luca Telese per “Il Fatto

Antefatto iconografico. Guardate per un attimo la foto di questa pagina. Pier Luigi Bersani chiude la festa di Torino. In piedi, solo. Per la prima volta un leader del Pd parla senza angeli custodi, senza alfieri, senza l’abbraccio dei due principali dirigenti del partito, immancabilmente vicini a lui. Quanta distanza dal rituale di tutti gli altri anni: il segretario sul palco, e tutti i leader, simbolicamente stretti intorno. Magari ipocritamente, stretti, ma tutti, almeno una volta l’anno, lì, come nella foto della classe all’inizio dell’anno. Ora abbandoniamo la foto, e passiamo al calvario della cronaca, dalle faide dei giovani turchi ai rumors di scissione, ai motivi per cui Orvieto potrebbe diventare una “Mirabello” di centrosinistra. (more…)

Dall’album di Sunchild

settembre 14, 2010

presa qui

L’oceano delle scommesse contro il debito italiano

settembre 14, 2010

Finanza creativa. L’Italia al primo posto della classifica globale dei Cds, i derivati opachi che immunizzano dalla bancarotta. Con 240 miliardi di dollari, la protezione richiesta dagli investitori supera di gran lunga la Grecia, ferma a 78 miliardi

Nell’articolo: Il 39 per cento dei Cds circolanti sull’Italia sono detenuti da cinque soggetti: Paulson, Soros, Moore, Citadel e il fondo sovrano China investment corporation. Quattro hedge fund statunitensi e il principale veicolo d’investimento di Pechino sono attualmente su posizioni ribassiste nei confronti del nostro Paese.

Fabrizio Goria per “Il Riformista

Un oceano di strumenti finanziari derivati è pronto a scatenare uno tsunami in caso di un sussulto, politico o economico. Questa è la situazione italiana dei Credit default swap, i prodotti che immunizzano gli investitori contro il fallimento. Un oceano che per l’Italia vale quasi 240 miliardi di dollari, il 10 per cento dell’intero universo dei Cds. Più che sulla Grecia, sull’Irlanda o sulla Spagna, i mercati stanno puntando contro l’Italia.I dati della Depository trust & clearing corporation (Dtcc) lasciano poco spazio al buonumore. La Dtcc è la principale centrale di compensazione e garanzia dei derivati mondiali, in sostanza il depositario di quanto accade ogni giorni su mercati non regolamentati (Over-the-counter). Dai suoi report giornalieri emerge quanto poco i mercati credano nell’Italia. Non c’è nessuno peggio di noi. Al secondo posto c’è il Brasile, con circa 153 miliardi di dollari, mentre al terzo troviamo la Turchia, 132 miliardi. Il successivo Paese europeo in lista è la Spagna, quinta, con 110 miliardi di dollari sul groppone. La squinternata Grecia, impegnata nella difficile opera di riportare il suo deficit entro livelli di sostenibilità, è ferma a poco meno di 78 miliardi, che vale il decimo posto in classifica. Molto più staccate troviamo l’Irlanda, il Portogallo, il Regno Unito. (more…)

Cherubini, il genio burbero che si ribellò a Napoleone

settembre 14, 2010

Pierachille Dolfini per “Avvenire

Aveva un caratteraccio. Burbero. È vero. Ma orgoglioso e deciso a non piegarsi di fronte al potere. Anche a costo di vivere, lui, la moglie e gli otto figli, in ristrettezze. Anche a costo di adattarsi, lui che era musicista, a disegnare carte da gioco o a  compilare un erbario. Luigi Cherubini non ha piegato la testa nemmeno di fronte a Napoleone. Che all’epoca era considerato il padrone del mondo. «Cittadino generale occupatevi di battaglie e di vittorie e lasciate che a mio talento eserciti un’arte che voi non conoscete» aveva buttato in faccia a Bonaparte che gli aveva offerto di guidare le Accademie musicali di corte, ma aveva anche criticato la sua musica definendola «troppo rumorosa».

Oggi si celebrano i 250 anni dalla nascita del musicista, nato a Firenze il 14 settembre del 1760, decimo di dodici figli. E la sua città lo ricorda. Con una commemorazione ufficiale (oggi alle 11 al palazzo della Regione Toscana), una rassegna concertistica (tra Firenze, Venezia e la Francia) e un convegno di studi (8 e 9 ottobre). Ma con il sogno di poter far rientrare in Italia le spoglie del musicista, oggi sepolto nel Cimitero monumentale parigino, e collocarle in Santa Croce dove nel 1869 i fiorentini costruirono un monumento per ricordare l’illustre concittadino. Un uomo come oggi non se ne trovano più, verrebbe da dire ripensando a Napoleone.

Ma un uomo fuori dagli schemi anche per il suo tempo quando per lavorare occorreva essere accondiscendenti con il potere. Studi musicali in Italia – tra Firenze, Bologna e Milano –, si trasferisce a Parigi nel 1788 in piena Rivoluzione. Per sopravvivere si arruola nella Guardia nazionale dove lo mettono a suonare il triangolo nella banda. Scorta molti prigionieri alla ghigliottina, ma rischia anche la pelle quando si rifiuta di accompagnare i canti patriottici di un gruppo di sanculotti che lo inseguono al grido di «dagli al realista!». Finita la Rivoluzione Cherubini, decorato con la Legion d’onore, si dedica alla sua grande passione, l’insegnamento al Conservatorio di Parigi di cui sarà direttore dal 1821 al 1842, lasciando l’incarico poche settimane prima della morte, avvenuta il 15 marzo. E compone. Cosa che gli risultava abbastanza facile tanto che il suo primo lavoro, una Messa solenne, lo porta a termine a soli 13 anni.

Opere come Medea o Lodoïska (che si ascolterà il 13 ottobre alla Fenice di Venezia e il 15 a Roma a Santa Cecilia), musica da camera e molte pagine sacre: undici messe, una per l’incoronazione di Carlo X, e due Requiem, il più famoso, quello in do minore, per commemorare Luigi XVI che Cherubini vide salire al patibolo. E se il pittore David azzarda un «eccezionale» di fronte a un suo disegno, è la musica di Cherubini a lasciare il segno. In Beethoven e Schumann. E nel Novecento. In Maria Callas, che riscopre Medea facendone un suo cavallo di battaglia, e in Riccardo Muti (da sempre, grandissimo fan di Cherubini), che gli intitola la sua orchestra giovanile e che da tempo lavora alacremente per il ritorno a Firenze delle spoglie di Cherubini. Solo così, probabilmente sarà colmato il debito dell’Italia con un suo figlio, costretto a vivere all’estero la maggior parte della vita.

Piccola Posta di Adriano Sofri

settembre 14, 2010

Su Rai 3 domenica sera è andato in onda un bellissimo documentario, “Benvenuti a Detroit”, di Andrea Salvadore. Non so voi, ma io non sapevo niente di una quantità di cose, compresa l’ascesa il trionfo la decadenza e la rovina di Detroit, quattro secoli di impero romano giocati in cent’anni soli, e ora il ricominciamento su un terreno seminato a sale. Non sapevo quasi niente di Marchionne, o almeno di quell’altro Marchionne che cita Nietzsche (ma un Nietzsche umano) e la caverna di Platone direttamente in inglese -sicché trovo ancora più incongruo che riservi a noi dei licenziamenti esemplari a Melfi o a Mirafiori: o il pullover e Platone, o i licenziamenti esemplari. Non avevo visto niente di simile alla grandiosa fabbrica smessa diventata parco dell’arte dei writer. Non avevo sperimentato il gusto delle rovine applicato all’anno scorso. Bellissimo. Altrove ho visto anche qualche immagine dell’ingorgo automobilistico di 120 km fra Pechino e la Mongolia interna. Ho pensato che forse era la notizia decisiva su Detroit, e anche su Pomigliano.

da “Il Foglio

Miti (infranti). Lasciamo in pace tutti i nostri eroi

settembre 14, 2010

nella foto «Amami» di Gianluigi Colin

Informazione globale e riservatezza, perché non confondere biografia e opera letteraria

Nell’articolo: Volesse inviare un messaggio a Salinger nell’aldilà. «Sebbene tu ci abbia provato, vecchio pazzo d’un eremita, per quanto ce l’abbia messa tutta a proteggerti, per quanto tu abbia messo tutti i filtri possibili per non farti raggiungere dalla pubblica curiosità, per quanto tu abbia eretto muri invalicabili di fronte all’ingerenza e all’indiscrezione, ecco che noi siamo venuti a snidarti nella tomba. E in un modo talmente beffardo e triviale che va tutto a merito della nostra intelligenza e della nostra spregiudicatezza» […..] Il messaggio è forte e chiaro: non c’è nulla che voi possiate scoprire sul mio conto che io non vi abbia già detto!

Alessandro Piperno per “Il Corriere della Sera

Saranno passati poco meno di trent’anni dal giorno in cui, in uno dei circoli canottieri appollaiati sulle rive del Tevere, m’imbattei in uno dei miei idoli calcistici. All’epoca uno dei migliori centravanti in circolazione dotato di un destro formidabile (giocava nella squadra per cui tutt’ora disperatamente tifo). Corporatura massiccia, faccia ordinaria, capelli all’indietro da gangster, impressionante come la postura di un siffatto essere umano, in campo, assumesse una tale plasticità. E insomma eccolo lì, il mio eroe, seduto a un tavolino ai bordi di una piscina, vestito in borghese, di fronte a sé un piatto di qualcosa di fresco e di estivo. Non so cosa mi abbia preso. Sarà stato lo stupore o l’emozione, ma contravvenendo ai diktat di una radicata timidezza e di un’educazione intransigente sono rimasto lì a guardarlo imbambolato per qualche secondo. Almeno finché lui non mi ha strappato all’incantesimo strillando: «Ehi, ragazzino, la smetti di fissarmi!». Da allora non lo fissai più neanche in campo. Diffamai persino il suo famoso tiro di collo. Finché non fu venduto.

La vita difficile dei fan. Ecco la lezione assimilata a bordo piscina, alle soglie dell’adolescenza. Mai incontrare i tuoi miti. Mai cercare con loro una complicità. Mai illuderti che il tuo amore — se non altro in virtù del fiero disinteresse che lo anima — debba essere ricambiato. Tu li conosci, i tuoi eroi; loro non sanno chi sei. E non vogliono neppure saperlo. Tu li idolatri fino alla commozione, loro non hanno niente per cui ammirarti. Difficile da digerire, ma è così che funziona. Non era Leopardi a dire che la cosa più ardua è imbattersi in un essere umano «abitualmente sopportabile»? Perché il tuo eroe dovrebbe fare eccezione? Le persone sono per lo più deludenti.

E non stupisce che la delusione ispirata dagli individui unanimemente venerati sia ancor più cocente. Proust ha cercato di spiegarcelo in tutte le salse. La Recherche pullula di grandi artisti abitualmente insopportabili. D’altro canto, è nota la posizione proustiana sulla vita privata degli artisti. Essa non conta, non ha valore. Proprio come non contava la malagrazia del mio idolo calcistico. Tutto sommato, di fronte a un destro così irresistibile chi se ne frega delle buone maniere? va bene, Proust la pensava così per ragioni strumentali. Non essendo per nulla fiero della sua vita, voleva che gli altri se ne dimenticassero. La sua difesa della privacy degli artisti, e quindi della propria, era un monito ai posteri: diffido chiunque dal ficcare il naso nei miei affari di cuore e di letto; guardate che popò di opera che vi ho donato e lasciate stare tutto il resto. Ma siamo certi che siano solo queste le sue motivazioni? (more…)

I moti di Reggio, il Sessantotto del Sud

settembre 14, 2010

Quarant’anni fa scoppiò la sommossa popolare in Calabria contro la decisione di trasferire il capoluogo a Catanzaro. Fu l’unica volta che nell’Europa libera scesero in strada i carri armati, e l’ultima insorgenza del Mezzogiorno contro Roma

Nell’articolo:  Quel «Boia chi molla», demagogico ed eversivo, non scevro di violenza, fu l’ultimo grido del Sud prima di sprofondare in quel coma da cui non si è più ripreso. È curioso pensare che la repressione violenta della Rivolta avvenne ad opera di un governo moderato, guidato da un democristiano morbido e doroteo come Emilio Colombo

Marcello Veneziani per “Il Giornale

Nell’estate di quarant’anni fa, 1970, a Reggio Calabria scoppiò la più lunga rivolta urbana che la storia della nostra repubblica ricordi. Durò sette mesi, da luglio a febbraio, costò vittime, una strage misteriosa sul treno del Sole, e lasciò ferite insanabili. Tutto nacque, come è noto, per il trasferimento del capoluogo di regione a Catanzaro per la nascente amministrazione regionale.
È uscito di recente un testo fotografico e un dvd – Reggio: dalla rivolta alla riconciliazione, pubblicato dalla Gazzetta del sud – con immagini e filmato inediti sui moti reggini, a cura di Mimmo Calabrò. Un testo che ci restituisce il sapore di quella battaglia e di quel clima, al di là del racconto ufficiale che ne fecero i media, in larga parte ostili agli insorti. (more…)

A 50 anni l’Opec torna a mostrare i muscoli

settembre 14, 2010

Nell’articoloA fine anni 50, quando l’offerta di greggio sui mercati era eccessiva, le sette sorelle, che estraevano petrolio soprattutto in Medio Oriente, abbatterono i posted price. Vale a dire il prezzo che pagavano per ogni barile ai paesi dove estraevano greggio. Una sorta di tassa, decisa unilateralmente. Riducendola, i paesi produttori videro le entrate crollare. La risposta fu la creazione dell’Opec. Fu presto evidente ai paesi produttori quanto vantaggioso fosse far parte del cartello

Roberto Bongiorni per “Il Sole 24 Ore

Oggi che i rigurgiti della crisi finanziaria soffocano ancora la ripresa dell’economia mondiale, riducendo la domanda di energia, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) se ne sta quasi in disparte, lontana dai riflettori dei media internazionali. In attesa. Sapendo che prima o poi tornerà alla ribalta, non appena l’economia mondiale ripartirà. Nei prossimi anni potrebbe accadere di tutto. Le incognite che pendono su alcuni paesi produttori, minacciando un’improvvisa interruzione dell’offerta di greggio, sono ancora lì, e sono molte. Tutto indica che l’Opec tornerà a giocare un ruolo primario.

Ha i numeri per farlo: dispone del 75% delle riserve mondiali di greggio e più del 50% delle esportazioni.

Eppure, quando il 14 settembre del 1960 i rappresentanti del settore energetico di Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela e Arabia Saudita si riunirono a Baghdad per fondare l’Opec, quasi nessuno se ne accorse. Tredici anni più tardi il mondo comprese un’amara realtà: l’Opec poteva tenere sotto scacco le loro economie, semplicemente decidendo di allentare o stringere i suoi rubinetti di greggio. Volenti o nolenti era divenuta un irrinunciabile interlocutore. (more…)

Kashmir, come una piccola Palestina

settembre 14, 2010

Claudio Gallo per “La Stampa

Al di là del furore scatenato tra le masse islamiche dai roghi più o meno reali del Corano, in Kashmir tutte le proteste confluiscono nell’unica protesta contro il dominio indiano, in favore dell’indipendenza. L’aggressione alla scuola cristiana accade dopo tre mesi dai tumulti indipendentisti in cui la polizia ha ucciso almeno 70 persone. Si può dire che India e Pakistan abbiano cominciato a litigare per il Kashmir prima ancora di esistere sulla carta geografica, continuando poi attraverso quattro guerre.

Nel 1947 il maharaja del Kashmir Hari Singh decise di aderire alla Repubblica indiana (nonostante il suo principato fosse per quasi l’80 per cento musulmano) promettendo però un referendum. La consultazione popolare, fatta propria da diverse risoluzioni dell’Onu, non fu mai indetta dai governanti indiani che, citando gli accordi di Simla con Islamabad (1972), sostengono che il nodo vada affrontato bilateralmente e non a livello internazionale. Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine. Lo scorso mese le parole di Syed Ali Geelani, il patriarca del movimento islamista, erano suonate come un’inattesa speranza. Col volto severo e ieratico, l’«uomo che non si piega» aveva esortato i manifestanti a «combattere pacificamente». «Sedetevi davanti ai poliziotti e dite loro: sono qui, sparate». La non violenza alla Gandhi non sembra aver fatto molti proseliti nelle valli del Kashmir.

Camorra Security

settembre 14, 2010

Dalla Regione alle banche. Un terzo della sicurezza affidata a un clan. Dal passato ingombrante e già processato per mafia

Nell’articolo: Di quei primi anni restano tanti ricordi. In parte scritti su carta intestata della Direzione distrettuale antimafia. Come la foto della cena, il 19 gennaio 1996, in un ristorante di Nola, tra Mensorio, amministratori locali, consiglieri regionali e presunti camorristi per preparare la campagna elettorale: “Sotto la vigilanza armata di due istituti di vigilanza”, spiegano in quei giorni i magistrati all’Ansa, “La vigilante 2 e La vigilante 3 dei fratelli Buglione”

Fabrizio Gatti, da “L’Espresso” del 13 Novembre 2006

Ne hanno fatta di strada i fratelli Buglione di Saviano. Da piccoli raccomandati di provincia a massimi esperti di sicurezza, micro e macrocriminalità. Con la loro rete di agenzie di polizia, proteggono un terzo di Napoli. Sono tanto stimati che, grazie a una gara d’appalto del 2005, i loro vigilantes sono diventati la guardia privata della Regione Campania. Così ha deliberato una commissione della giunta di Antonio Bassolino quando ha dovuto stabilire chi doveva presidiare gli uffici e le sedi del Consiglio regionale. L’annuncio sul ‘Bollettino ufficiale’ era tanto stringato che solo gli addetti ai lavori se ne sono accorti. Cinque righe per un contratto da 4 milioni e mezzo di euro.

Difendere la Regione a Napoli è come difendere il governatore e i suoi amministratori dalla camorra. Un biglietto da visita di cui vantarsi. I fratelli Buglione conoscono di persona cosa sono la mafia e l’antimafia. Arrestati e processati con l’accusa di associazione mafiosa, quattro anni fa sono stati assolti. ‘Per non aver commesso il fatto’, ha stabilito il Tribunale di Nola nella sentenza poi confermata in appello. (more…)

«Le Monde» accusa Sarkozy: ci spia

settembre 14, 2010

Il quotidiano: utilizzati i servizi segreti per scoprire una nostra fonte

Nell’articolo: Il giornalista autore dell’articolo, Gérard Davet, cerca di proteggere la sua fonte ormai bruciata sottolineando che «abbiamo continuato a pubblicare informazioni anche dopo la cacciata di Sénat». E spiega come è stata presa la decisione di sporgere denuncia: «L’iniziativa viene dal vertice del giornale, tutta la redazione è d’accordo. Siamo sicuri di quello che abbiamo scritto, non si può permettere tutto»

Stefano Montefiori per “Il Corriere della Sera

«Il marito di Florence era il ministro delle Finanze, lui mi ha chiesto di assumerla e io ho accettato, per fargli piacere», si legge nell’articolo di Le Monde sull’interrogatorio di Patrice de Maistre, gestore della fortuna Bettencourt. Quel pezzo in prima pagina, il 17 luglio scorso, avrebbe irritato l’Eliseo tanto da fare partire un’inchiesta — di dubbia legalità — del controspionaggio alla caccia della fonte del giornalista, che è risultata essere David Sénat, per sette anni fedele consigliere della Guardasigilli Michelle Alliot-Marie. Oggi Sénat non è più a Parigi. Dal 1° settembre è stato trasferito in Guyana, per svolgere la urgente e non più rinviabile missione di «verificare le condizioni per l’apertura di una Corte d’appello alla Caienna». Chi lo ha cacciato non ha fatto neanche lo sforzo di trovare una punizione meno esemplare. (more…)

Claude Chabrol: «In una donna? Voglio l’intelligenza»

settembre 13, 2010

di Claude Chabrol, da “L’Unità

Questo è «il questionario di Proust» compilato da Chabrol. Era uscito in L’oeil du malin. Claude Chabrol – scritti e interviste, a cura di Stefano Francia di Celle, Enrico Ghezzi, Roberto Turigliatto, Museo Nazionale del Cinema/Torino Film Festival, catalogo del Torino Film Festival del 2006. Per chi non lo conosce, il questionario è un gioco di società che l’autore della «Récherche» codificò a 14 anni. Lo perfezionò da adulto ed è reperibile negli «Scritti mondani e letterari». La versione autografa di Proust medesimo è nel sito http://www.marcelproust.it/proust/quest.htm.

Il tratto principale del mio carattere.
La pazienza… o l’indifferenza, a seconda che si scelga di vederla in modo positivo o negativo.
La qualità che desidero in un uomo.
L’educazione.
La qualità che preferisco in una donna.
L’intelligenza.
Quel che apprezzo di più nei miei amici.
L’affetto… che hanno nei miei confronti.
Il mio principale difetto.
Forse il fatto di cercarlo senza trovarlo… sono egoista, come tutti. Pensandoci bene, una certa doppiezza.
La mia occupazione preferita.
La meditazione.
Il mio sogno di felicità.
Non avere il tempo di meditare.
Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia.
Da una parte essere sempre solo, dall’altra non poter essere mai solo.
Quel che vorrei essere.
Incontestabile. Vorrei essere incontestabile.
Il paese dove vorrei vivere.
La Francia, nel sud della Loira.
Il colore che preferisco.
Mi piacciono il bianco e il nero, il marrone e il verde… Quei colori che sembrano discordanti ma che stanno bene insieme.
Il fiore che amo.
Amo i fiori perché sono delicati. Amo la rosa, ma non so se è la più delicata.
L’uccello che preferisco.
L’usignolo, per via della sua leggenda: Nightingale.
I miei autori in prosa preferiti.
C’è un filone Balzac, James, Simenon. E un altro Edgar Poe, Clifford Simak, Philip K. Dick.

Michael Sweerts, The Plague of Athens, circa 1652-1654, CA, Los Angeles County Museum of Art

settembre 13, 2010

La mega fornitura di armi americane ai sauditi da 60 miliardi preoccupa l’Iran ma non Israele

settembre 13, 2010

Gianandrea Gaiani per “Il Sole 24 Ore

Frutto di lunghi negoziati e di un difficile bilanciamento tra le esigenze del cliente e le priorità di Washington , il nuovo programma di forniture militari statunitensi all’Arabia Saudita da 60 miliardi di dollari verrà discusso e presumibilmente approvato dal Congresso entro i prossimi giorni. Molte le ragioni dietro alla volontà della Casa Bianca di fornire ai sauditi 84 nuovi cacciabombardieri Boeing F-15 Silent Eagle, l’ammodernamento di altri 70 velivoli dello stesso tipo ma dell’ormai superata versione C oltre al rinnovo della componente elicotteri stico destinata alle operazioni terrestri con 70 Ah-64 Apaches da combattimento, 72 Black Hawks multiruolo e 36 Little Birds da osservazione/ricognizione. (more…)

Moltmann: i geni non spiegano il genio

settembre 13, 2010

Nell’articolo:  L’immagine della competitività del gene egoista, delineata da Richard Dawkins nel 1978, è influenzata dal darwinismo sociale. I geni sono di fatto più flessibili dei corpi solidi, si «attivano e disattivano» e reagiscono essi stessi agli influssi ambientali. Le nostre esperienze e le nostre relazioni con altre persone, in cui facciamo esperienza di accoglienza o di rifiuto, influenzano anche il funzionamento dei nostri geni

Jurgen Moltmann per “Avvenire

Determinismo o libero arbitrio? Questo antico dibattito torna oggi d’attualità nella ricerca genetica e in quella sui neuroni. Veniamo generati nei nostri geni? I geni esistono nella loro peculiarità prima che sorga la nostra coscienza? Pilotano il nostro io nei suoi comportamenti? Determinano quindi il corso delle nostre vite e spiegano perché diventiamo come siamo?

Il noto giornalista americano David Brooks ha scritto nel 2007 (Herald Tribune): «Dal contenuto dei nostri geni, dalla natura dei nostri neuroni e dalla lezione della biologia evoluzionista è diventato chiaro che la natura è costituita da competizione e conflitti di interessi. L’umanità non è venuta prima delle lotte per la propria affermazione, le lotte per l’affermazione sono profondamente radicate nelle relazioni umane». (more…)

Cattelan: «Così ho abbattuto mio padre»

settembre 13, 2010

L’artista: «A 17 anni tentai di strangolarlo, il Papa è lui». Tre opere in mostra a Milano: «E’ la mia famiglia»

Nell’articolo: Quando dicono che sono un manipolatore o un pubblicitario, io dico: voi che fate i giornali, i blog, siete i manipolatori. Io produco, sono gli altri che parlano»

Francesca Bonazzoli per “Il Corriere della Sera

Dopo annunci, retromarce, tre giunte comunali e persino la richiesta del consenso dell’amministratore delegato della Borsa e della Curia, il 24 settembre verrà inaugurata a Milano la personale di Maurizio Cattelan, il nostro artista più conosciuto e quotato (otto milioni di dollari il record di una sua opera all’asta) nel mondo. Oltre alla ormai famigerata statua del dito medio alzato, pensata ad hoc per piazza Affari, era stata annunciata una retrospettiva con almeno una decina di opere, ma alla fine saranno solo tre.

Maurizio Cattelan, che cosa è successo?
«Il budget era troppo basso per una grande retrospettiva; poi il Comune ha cominciato a scremare la lista di opere indesiderate e, dopo tre rinvii, l’ok della giunta comunale è arrivato solo qualche giorno prima di agosto. A fine luglio non ero ancora in grado di ordinare la moquette rossa che sarà sotto la statua del Papa. Se non ci fosse stata la stampa a seguire il caso, oggi forse questa mostra non ci sarebbe».

Il dito in Piazza Affari resterà esposto solo dieci giorni e Palazzo Reale avrà, solo per la sua mostra, un orario ridotto a quattro ore al giorno; i manifesti pubblicitari non sono ancora comparsi in città. La sensazione è che il Comune le abbia riservato un basso profilo. Perché non ha mandato tutto all’aria?
«È un’amministrazione di roditori: hanno rosicchiato su tutto quello che potevano. In vent’anni non mi è mai successa una cosa così: vengo a sapere dai giornali cosa stanno decidendo in Comune! Sono andato avanti perché credo molto nel progetto della statua davanti alla Borsa: mi interessa la forza della piazza. E poi perché molti dei miei lavori migliori sono frutto o di errori o di situazioni come questa dove sei costretto a trasformare in positivo gli imprevisti. Alla fine le tre opere che esporrò a Palazzo Reale sono un trittico perfetto, la mia famiglia autobiografica: il padre, la madre e il figlio. Se mi fossi seduto a tavolino non mi sarebbe venuta in mente una mostra così». (more…)

«Definizione» è un confine, firmato Giovanni Gentile

settembre 13, 2010

Pubblichiamo il testo del “Tema di filosofia” che ha consentito a Giovanni Gentile di superare l’esame di ammissione alla Normale nel 1895. Il testo, finora inedito, sarà esposto nella mostra del bicentenario

Gentile Giovanni di Giovanni, da “Il Sole 24 Ore

La parola stessa definizione m’aiuta a formarmi di questa un concetto; perché il suo significato si è conservato pressoché stabilmente consono alla sua origine etiologica. Composta dalla preposizione de e dal nome finis, che, al singolare, importa limite, essa evidentemente sta a indicarci la determinazione dei confini, entro i quali è racchiuso un dato concetto; il de, esprimente il moto da luogo, vorrebbe quasi metterci sott’occhio l’esclusione dai limiti di un concetto di tutto ciò, che vi è estraneo.

La definizione, adunque, non sarà altro, che la dichiarazione precisa di tutte le note di un concetto necessarie e sufficienti a determinarlo, distinguendolo da qualunque altro. Ma nel concetto logico trovansi note comuni e note differenziali: le une sono caratteri generali del concetto, per cui esso rientra in una categoria di concetti superiore; le altre caratteri particolari, per cui esso distinguesi dagli altri concetti, venendo a porsi a capo di un’altra categoria, che quei caratteri particolari elevi per sé a generali. Così del concetto di cavallo avrai le note comuni, che lo fanno ascrivere al genere superiore dei quadrupedi e le note differenziali, che lo contraddistinguono da tutti gli altri quadrupedi, ma lo accomunano del resto a tutti i cavalli. Così, nella successiva divisione e suddivisione dei concetti, potremo sempre in ognuno di essi discernere e note comuni e note differenziali. (more…)

SI RIAPRE LA FAIDA TRA I DUE PARTITI DELLA CURIA: NUOVI SILURI PER RUINI & BOFFO

settembre 13, 2010

QUESTA VOLTA NON SONO STORIACCE GAIE E NON ARRIVANO DA FELTRI MA DAL CORRIERE – IN BALLO SEMPRE LA GESTIONE DEL POTERE SULL’ISTITUTO TONIOLO, LA VERA CASSAFORTE DELLA CHIESA, CHE è RIMASTA IN MANO AI ’RUINATI’ MALGRADO L’USCITA DI RUINI – ORA È LA VOLTA DEL PENALISTA CRESPI A DENUNCIARE AL CARDINALE TETTAMANZI LA “MALA GESTIO” DELL’ISTITUTO IN MANO A UN “GELTILUOMO DI SUA SANTITÀ”, ANTONIO CICCHETTI – (IL GARBUGLIO BOFFO è TUTTA COLPA DI BERTONE CHE SCELSE – MALE – BAGNASCO AL POSTO DEL NEMICO RUINI MA DIO VOLLE CHE BAGNASCO SI SIA POI ALLEATO A RUINI…)

Nell’articolo: Solo tre esempi ricavati da un testo di sette pagine. Primo: «la perdita di un finanziamento statale e regionale a fondo perduto di ben otto milioni di euro, a causa del mancato inoltro della richiesta da parte del Toniolo». Secondo: «Il conflitto di interessi» in cui si viene a trovare Roberto Mazzotta, componente degli organi dirigenti del Toniolo, ma anche promotore della campagna di raccolta fondi avviata dall’Università Bocconi. Infine la cooptazione nel Comitato di Dino Boffo (l’ex direttore di Avvenire, al centro di una campagna che lo ha portato alle dimissioni) a scapito di Giovanni Maria Flick, «cattedratico universitario», già ministro e Presidente della Corte costituzionale. Naturalmente non mancheranno le repliche

Giuseppe Sarcina per Corriere della Sera, da “Dagospia

«Mala gestio». Cattiva amministrazione, nomine discutibili, conflitti di interessi. L’Università del Sacro Cuore e l’Istituto Giuseppe Toniolo, vale a dire il fulcro del mondo cattolico a Milano (ma non solo), sono toccati da sospetti e indiscrezioni come minimo imbarazzanti.

La polemica investe, in prima battuta, il direttore amministrativo dell’Ateneo, Antonio Cicchetti, manager dai «multiformi impegni» (pubblici e privati) cui sta per aggiungere la poltrona di vice commissario per la ricostruzione post-terremoto a L’Aquila.

La scia delle eventuali responsabilità o negligenze si impone all’attenzione dell’establishment cattolico, che si concentra nel Comitato permanente dell’Istituto Toniolo, l’Ente morale fondato nel 1920 dal Vaticano con il compito di indirizzare l’azione dei cattolici in ambito universitario. (more…)

Assegno di 400mila euro al pd che va a escort

settembre 13, 2010

Il superbonus dell’ex vicepresidente pugliese, Sandro Frisullo, è stato deciso in estate: la buonauscita sfiora i 400mila euro (anche se 152mila li aveva prelevati in anticipo). Per l’indagato pure una pensione di 10mila euro

Nell’articoloLa norma che consentirà a lui (e ad altri quaranta ex consiglieri regio­nali pugliesi) di riuscire a mettere di­gnitosamente insieme il pranzo con la cena, anche senza fare più politi­ca, porta la firma di Mario De Cristo­faro. L’ex presidente del Consiglio regionale pugliese nel 2003, quan­do a governare la Puglia era l’attuale ministro Raffaele Fitto

Felice Manti per “Il Giornale

C’è un ex detenuto in attesa di giudizio che ad agosto si stava fre­gando le mani dalla gioia. Aveva ap­pena incassato un maxi assegno da 10mila euro lorde di pensione e una buonuscita record che sfiora i 400mila euro (anche se 152mila eu­ro li aveva già prelevati in anticipo). Il suo nome è Sandro Frisullo, ex po­tentissimo vicepresidente Pd della vendoliana Regione Puglia, arresta­to il 18 marzo scorso con l’accusa di associazione per delinquere, corru­zione e turbativa d’asta con contor­no di presunte tangenti nella sanità in cambio di qualche escort a buon mercato, anzi praticamente gratis. Frisullo è a piede libero dal 17 lu­glio, dopo che il gip del Tribunale di Bari Sergio Di Paola ha revocato gli arresti domiciliari. Ma 21 giorni di cella se li è fatti tutti, dall’arresto al­l’ 8 aprile, perché «accusato di aver utilizzato il suo peso politico – que­sta la tesi della Procura barese – per far vincere l’amico, il re della sanità Gianpi Tarantini in cambio di soldi e favori». Quanti e quali? (more…)

La Turchia di Erdogan volta pagina

settembre 13, 2010

Nell’articolo: Uno dei dogmi secolari inappellabili fu la netta separazione tra Stato e Chiesa. La religione venne dichiarata «affare privato». Il borsalino sostitui il fez. Il velo islamico sparì dalle scuole. Ismet Inönü, primo ministro e stretto collaboratore del presidente a vita Atatürk, nascondeva in una tasca un Corano tascabile e lo leggeva bisbigliando al figlio nelle ore serali

Enzo Bettiza per “La Stampa

Al di là delle previsioni, che anticipavano per Recep Tayyp Erdogan e il suo partito di centrodestra un’affermazione piuttosto risicata, i primi risultati del referendum e dell’affluenza alle urne danno il quadro di un successo per diversi aspetti inatteso. Anzi, sorprendente, per il clima incandescente e da scontro civile in cui si è verificato. Tenuto conto della spaccatura profonda del Paese, si può ben dire che Erdogan è uscito sostanzialmente premiato da una prova plebiscitaria che per tema centrale aveva il giudizio popolare sui suoi movimentati otto anni di governo.

Anni a pagella ottima nell’economia che ha continuato a crescere a ritmi «cinesi». Ma, al tempo stesso, molto travagliati nell’ondivago rapporto della Turchia erdoganiana con l’Europa incerta da una parte e le attraenti sirene islamiche dall’altra. Per quanto riguarda l’immediato futuro, si può aggiungere che il contraddittorio personaggio, cautamente maomettano nei costumi, ma liberista all’occidentale nella pratica, si prepara fin d’ora a raccogliere quasi con certezza la terza investitura alle elezioni del 2011. (more…)

Il collegio delle idee

settembre 12, 2010

Nell’articolo: Non era della stessa opinione l’ex allievo Giosuè Carducci che affermò: «Guai, guai nella scuola normale a colui che pensa!». Il premio Nobel criticò duramente l’impronta confessionale della Normale di epoca granducale e dipinse il rettore, il canonico Ranieri Sbragia (scelto obbligatoriamente tra religiosi), come «un imbecille che parla sempre di frati, monache e conventi»

Lara Ricci per “Il Sole 24 Ore

«Alla Normale non si accetta mai un enunciato che non sia stato discusso, sviscerato e capito profondamente. Lo studio, più che un atto formale, è una discussione continua. E non ci si illude, superficialmente, di avere avuto un’idea brillante. Tutte le idee sono analizzate a fondo. Poi, di idee brillanti, ne restano magari poche, ma quelle sono solide». Italo Mannelli, fisico del Cern di Ginevra, neopensionato insegnante della Normale, descrive così lo spirito che anima e animava la scuola nell’autunno del 1953, quando vinse il concorso con 11 altri promettenti futuri allievi della classe di scienze, tra cui il Nobel Carlo Rubbia.

In questi giorni in cui una parte del migliaio di ragazzi che si è iscritto all’esame sta sostenendo le prove orali per aggiudicarsi i 58 posti disponibili, vengono ultimati i preparativi per celebrare i duecento anni dalla fondazione dell’istituzione pisana, per mano di Napoleone, il 18 ottobre 1810. Una storia travagliata che vide il passaggio da scuola francese, a toscana, per divenire infine italiana e poi attraversare il fascismo sotto la guida di uno dei suoi teorici, il filosofo Giovanni Gentile. Ex allievo, ne voleva fare «il semenzaio degli educatori per le classi dirigenti della Nuova Italia», mentre nelle aule si diffondeva anche l’antifascismo (già nel 1928 gli allievi Vittorio Enzo Alfieri e Umberto Segre furono arrestati per l’opposizione a Mussolini). (more…)

I modernizzatori

settembre 12, 2010

Al Cremlino c’è una squadra che lavora per cambiare la Russia. Con Putin, con Medvedev, o senza di loro

Nell’articolo: Poche settimane fa, il capo del Cremlino è stato a Washington e ha incontrato il collega americano, Barack Obama, e molti manager della Silicon Valley (quella vera): si è fatto fotografare con il numero uno di Apple, Steve Jobs, ha partecipato a riunioni con gli uomini di Motorola, di Boeing e di Google. Nello stesso periodo, Vekselberg, Dvorkovich e altri ufficiali del governo sono volati a Chicago e hanno preso parte a un seminario del Mit sulle strategie per attrarre i capitali stranieri

Luigi De Biase per “Il Foglio

L’intrepido John Shaw, penna di Time Magazine al tempo della Guerra fredda, entrò nell’ufficio di Brezhnev una mattina di luglio del ’73. Nessun reporter americano aveva compiuto un’impresa simile prima di allora: quella stanza al terzo piano del palazzo del governo era il santuario del potere sovietico, come dicevano i grandi giornali dell’occidente. “E’ più grande e meno elegante dello Studio ovale”, scrisse Shaw, che annotò con precisione tutto quel che vide sulla scrivania del segretario comunista. Raccolte di discorsi trascritti in inglese, quotidiani russi, sigarette Philip Morris Multifilter e una pulsantiera degna di 007. “Con quella posso interrompere i membri del Politburo quando voglio – disse Brezhnev con orgoglio – E’ uno dei grandi misteri che aleggiano sul Cremlino”.

Lo stesso ufficio, oggi, è il quartier generale della modernizzazione, il processo di riforme studiato dal presidente russo, Dmitri Medvedev, e dal suo potente premier, Vladimir Putin. Il posto di comando è affidato al politico più giovane e più influente di Mosca, Arkady Dvorkovich, un esperto di economia che ha appena 38 anni ma è già il primo consigliere di Medvedev. Il Wall Street Journal dice che è la “stella del Cremlino” e gli accredita alcuni progetti decisivi per il futuro del paese. Come il corposo taglio della burocrazia, che dovrebbe perdere un quinto del personale nei prossimi cinque anni, e quello della polizia, con 300 mila licenziamenti in programma da tempo. “E’ un piano a lungo termine, bisogna lavorare duro tutti i giorni per ottenere risultati – ha detto Dvorkovich di recente, in una intervista con gli inviati del Journal – I miracoli, come tutti sanno, non esistono”. Dvorkovich ha la passione degli scacchi, ha studiato alla Duke e si è fatto largo rapidamente al ministero dell’Economia. Nel 2003 faceva parte di una squadra messa insieme da Putin con l’obiettivo di attrarre gli investimenti stranieri. E’ in quella stagione che il Cremlino ha deciso di abbassare le tasse sui salari e l’imposta sul valore aggiunto. Uno come lui, dicono gli analisti, avrebbe fatto fortuna in qualsiasi banca d’affari. La sua abilità e la fedeltà al paese gli hanno permesso di prendere l’ufficio di Brezhnev prima di compiere quarant’anni. Per il consigliere, la Russia non può fare affidamento soltanto sulle materie prime, che oggi occupano la voce più importante nel bilancio nazionale (sono il 68 per cento del prodotto interno lordo). Allo stesso modo, bisogna cambiare i meccanismi dell’Amministrazione pubblica. Transparency international ha messo la Russia in fondo alla propria classifica sulla corruzione del 2009, dietro a Kenya ed Ecuador: secondo l’organizzazione, la burocrazia ingoia ogni anno un terzo della ricchezza accumulata nel paese. “Loro prosperano grazie al vecchio sistema, ai trucchi di bilancio e all’economia basata sullo sfruttamento delle risorse – spiega Dvorkovich – Chi è al potere e controlla le risorse cerca oggi di difendersi da quelli che spingono per il cambiamento”. Come ogni scacchista che si rispetti – il padre era un giudice internazionale, lui ha assunto da pochi mesi il controllo della Federazione russa – Dvorkovich non svela la propria strategia ed evita di chiamare per nome i suoi avversari. Ma lo scontro tra i vecchi padroni delle risorse e gli uomini che vogliono il cambiamento è stato interpretato da molti analisti come la sfida di Medvedev alla dottrina del putinismo e ai suoi agguerriti estensori. (more…)

Se un’equazione passa per la strada, gli storici non la riconoscono…

settembre 12, 2010

Nell’articolo: Gli economisti hanno sicuramente qualcosa da imparare dagli storici, ma la ricerca di elementi ricorrenti nell’economia non va abbandonata. È qualcosa che non si limita agli approcci economici tradizionali. Oggi ne sappiamo molto di più sull’economia grazie ai lavori di Robert Axtell (uno scienziato informatico), César Hidalgo (un fisico), Duncan Watts (un sociologo), Esther Duflo (un’economista che effettua quel genere di esperimenti controllati che secondo Gideon in economia sono impossibili) e Daniel Kahneman (uno psicologo)

Tim Harford, da “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Fabio Galimberti), © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010

Secondo il mio stimato collega Gideon Rachman, gli economisti devono scendere dal trono e cedere lo scettro agli storici. Hanno avuto troppo potere: credono di essere scienziati, credono di poter prevedere il futuro. Si sbagliano: sono «pseudoscienziati che spacciano certezze impudenti». Storici come Gideon e il professor Niall Ferguson, fin qui confinati a spazi marginali come la pagina degli editoriali del Financial Times, hanno diritto a ricevere un po’ d’attenzione.

Meditando sulla risposta da dare, sono stato colpito da una grave carenza di certezze impudenti. Gideon ha ragione sull’importanza della storia. Ma quando parla di economia, la prima fonte di certezze impudenti sembra essere Gideon stesso, che non riconoscerebbe un modello economico neanche se se lo vedesse sfilare davanti sul marciapiede. (more…)

Marchionne sul lettino dello psicanalista

settembre 12, 2010

Il manager in pullover e l’analisi immaginaria del senatore Debenedetti

Nell’articolo: Il tempo era trascorso e io sono un freudiano preciso. Mentre finivo di prendere i miei appunti lo sentii mormorare: “Ma quello che è un bene sicuro per il Paese, sarà un bene sufficiente per la Fiat?”

Franco Debenedetti, da “Il Foglio

Ormai mi è chiarissimo: un Edipo grosso come una casa. Lo sospettavo già dalla prima seduta, quando sul lettino continuava a mormorare: “Quello che è bene per la Fiat è bene per Il paese, oppure quello che è bene per il Paese è bene per la Fiat?”. Un’evidente incertezza di ruolo, dovuta allo shock di un’ambigua scena primaria.

La riprova l’ho avuta dall’incontenibile reazione alla domanda se vedeva relazioni tra i 3 di Melfi e i 61 di Mirafiori del 1980: “Romiti, Romiti! Son capaci tutti, con le brigate rosse in casa! E’ col fermo dei carrelli che si vede se uno ha le palle!”. Per calmarlo gli ho chiesto di fare associazioni su Pomigliano: “Ci provo, con le associazioni, ma c’è qualcosa, o qualcuno, che mi sfugge sempre. Un professore l’aveva scritto qualche anno fa, facciamo una scommessa in azienda, tra imprenditore e lavoratori, e se vinciamo vinciamo tutti. Mi pareva una bella cosa, mi avevano detto che si poteva fare, che bastava che la maggioranza fosse d’accordo. E invece non è così, la regola della maggioranza vale dappertutto, ma non nelle fabbriche italiane. Adesso mi dicono che ci andrebbe o una firma o una legge, ma nessuno ha più una penna. Mi dicono che si potrebbe tentare, bisognerebbe però uscire da Confindustria, ma che Emma non vuole. Io non chiedo soldi, prometto investimenti che non hanno mai visto, lo metto nero su bianco, scrivo a tutti, parlo con tutti, ma nessuno mi crede. Forse su Melfi mi è scappata la frizione, ma giù tutti a parlar solo di quello, che è il passato, e invece su Pomigliano, che è infinitamente più importante, che è il futuro, della Fiat e dell’Italia, zitti e mosca: tutti, proprio tutti!”. (more…)

Robert Gallo: «I virus ci danno lezioni che noi non sappiamo imparare»

settembre 12, 2010

La preoccupazione del direttore dell’Institute of Human Virology: «Siamo ancora impreparati alle epidemie»

Nell’articolo: La grande maggioranza delle persone sieropositive può condurre oggi una vita ragionevolmente normale, sia per qualità che per durata. E vengono continuamente studiati altri medicinali (ne vengono messi in circolazione di nuovi circa ogni due anni) […..] «A parte il vaccino, naturalmente… Primo, continuare la ricerca di base. Secondo, portare le cure necessarie nei Paesi in via di sviluppo. Terzo, diffondere molto di più il test Hiv in modo da aumentare la diagnosi precoce e limitare le infezioni da parte di chi non è consapevole di essere sieropositivo»

Vera Martinella per “Il Corriere della Sera

«Quando avremo un vaccino contro l’Aids?» Da più di un quarto di secolo Robert Gallo si sente fare questa domanda. Protagonista della celebre contesa sull’identificazione dell’Hiv con il francese Luc Montagnier, lo scienziato americano non ha mai smesso di cercare una risposta e ora, in Italia per la Sesta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza (organizzata a Venezia, dal 19 al 21 settembre, dalla Fondazione Umberto Veronesi) ha qualcosa di nuovo da dire: l’antidoto per l’Hiv forse è un po’ più vicino e a breve potrebbero iniziare le sperimentazioni per verificarne l’efficacia. Ma Gallo non viene in Italia per parlare solo di questo.

Robert Gallo, gli studi e la contesa con Montagnier

Tre pandemie in un decennio: mucca pazza, aviaria, suina

Professore, a Venezia lei terrà una conferenza sulla preparedness, cioè “sull’essere preparati”. Che cosa intende?
«Sappiamo che i virus sono sempre presenti nella società e che altre epidemie potranno esplodere, ma non siamo mai pronti. Gli uomini paiono dimenticarsi di una pandemia dopo una trentina d’anni e iniziano a credere che i virus non siano più una priorità, così l’arrivo di una nuova infezione ci trova sempre impreparati. Temo, ad esempio, che se scoppiasse un’emergenza virale intorno al 2040 ancora una volta peccheremmo d’impreparazione. Anche perché credo manchi una rete globale di virologi qualificati, perché oggi molto del lavoro viene affidato agli epidemiologi e a chi si occupa di salute pubblica, ma sono i virologi che devono poter studiare nei laboratori i patogeni umani o i possibili agenti pericolosi. Solo così potremmo essere pronti di fronte al contagio di virus finora sconosciuti, potremmo sviluppare in fretta test diagnostici e antidoti». (more…)

La repubblica ? Nasce dalla Bibbia

settembre 12, 2010

Nell’articolo: Nel primitivo Stato degli ebrei, potere politico e potere religioso erano uniti. Bene, si dirà, proprio il contrario della concezione moderna, ma – e qui sta il “trucco” di Nelson – una simile unione funzionava solo poiché i detentori del potere civile (prima i Giudici, poi i Re e alla fine il Sinedrio) avevano anche potere religioso. Questo significa che non c’era presso gli ebrei un’autorità religiosa autonoma; pertanto, quello che potrebbe sembrare un modello teocratico per eccellenza, limitava gli interventi delle autorità in materia di fede solo a ciò che toccava il bene comune, lasciando libere le coscienze e i cuori

Giulio Busi per “Il Sole 24 Ore”

«Religione e politica non sono forse la stessa cosa? ». Agli inizi dell’Ottocento, quando quell’inguaribile testa calda di William Blake poneva questa domanda ai (pochissimi) lettori del suo Jerusalem, la frase aveva ormai un valore soprattutto provocatorio. Erano quasi due secoli che gli intellettuali europei si scagliavano contro la vecchia alleanza tra Stato e Religione, e le rivoluzioni settecentesche avevano sancito la separazione tra i due domini. Il distacco tra cosa pubblica e istituzione di fede è generalmente considerato il risultato di un lento cammino di laicizzazione della società occidentale. In un nuovo libro, destinato a far discutere, Eric Nelson dell’Università di Harvard prova a smontare questa vulgata e per farlo non esita a gettare nella mischia pii teologi protestanti del Seicento e, cosa ancora più inaspettata, un bel numero di rabbini tradizionalisti. (more…)

Guttuso, grande pittore reazionario

settembre 12, 2010

Nell’articolo: La spiaggia del 1955-56, a esempio, è il manifesto del passaggio al realismo esistenziale, che segna una ritrovata voglia dei giovani italiani di uscire, divertirsi, spogliarsi, dimenticando i traumi della guerra […..] Da segnalare infine la ricca sezione dedicata all’erotismo, tema che ha accompagnato Guttuso non come un’ossessione, ma come un autentico piacere. Perché lui era un uomo che amava le donne

Luca Beatrice per “Il Giornale

Popolarissimo (e potentissimo) in vita, messo da parte, certamente sottovalutato, dopo la morte. Dalla sua scomparsa, avvenuta nel gennaio 1987, Renato Guttuso ha visto progressivamente erodersi il ruolo che aveva avuto nel corso della sua esistenza. Pittore ufficiale del Partito Comunista, frequentatore assiduo dei salotti dell’alta borghesia romana, oggetto di gossip per la dedizione verso il sesso femminile, in particolare per la storica relazione con Marta Marzotto. Chi lo ha conosciuto, parlava di lui come di un galantuomo d’altri tempi, profondamente mediterraneo, personaggio simbolo dell’Italia del ’900 che si apprestava a cambiare faccia, da realtà in prevalenza agricola a metropolitana, evidenziandone tutte le contraddizioni e i voltafaccia.
Se fosse attivo oggi, un pittore come lui verrebbe certo etichettato come reazionario. La sua figurazione, in alcuni casi di grande qualità, non avrebbe nessuna possibilità di transitare nel circuito museale ufficiale. Passerebbe come un artista retrò e quindi ascritto di diritto a un’estetica «di destra». Guttuso ha una folgorazione per Picasso dopo aver visto Guernica, massima espressione del diritto-dovere etico-sociale di un intellettuale, chiamato a esprimersi sui drammi della storia. Dopo quel capolavoro, è il 1937, non sarà più possibile estraniarsi dalla realtà; quindi le elucubrazioni linguistiche delle avanguardie non avevano, secondo lui, diritto di cittadinanza in un’epoca lacerata e devastata. L’arte doveva gridare forte il suo dissenso, esprimendolo senza mezzi termini, con un linguaggio chiaro che arrivasse diritto al cuore della gente. (more…)

Le lezioni di Calvino oggi non bastano più

settembre 12, 2010

Ha saputo individuare i problemi della contemporaneità ma non indicare soluzioni. Per queste dobbiamo cercare altrove

Nell’articolo: In entrambe le storie ci sono due personaggi che si sottraggono alla relazione sociale – lavorativa in Bartleby e famigliare in Wakefield -, alle convenzioni, in nome di una coerenza che trae il proprio fondamento da un disincanto che si è installato nella vita sociale. Con la morte di Moro e l’inizio degli anni Ottanta inizia il cosiddetto «riflusso», va in crisi la politica tradizionale, c’è la fuga dall’impegno. Finisce il mondo di cui Calvino era uno degli interpreti più ariosi, leggeri, e insieme intensi. La società umana, quella italiana, non sa più bene su cosa si fondi il legame che tiene insieme gli individui

Marco Belpoliti per “La Stampa

Quando nella notte tra il 18 e il 19 settembre di venticinque anni fa Italo Calvino si spense nell’Ospedale di Siena, dopo che i medici avevano inutilmente tentato di salvarlo operandolo alla testa, lo scrittore ligure era arrivato quasi al culmine della sua popolarità e fama. In quei mesi era intento a redigere le sue Lezioni americane, da tenersi di lì a poco ad Harvard, il cui sottotitolo era «sei proposte per il prossimo millennio». In quelle lezioni si va dalla «leggerezza» alla «molteplicità», toccando l’esattezza, la rapidità e la visibilità. La sesta lezione sarebbe stata intitolata Consistency, coerenza. Calvino non ha fatto in tempo a scriverla, ma restano degli appunti, e si sa che si sarebbe riferita a un racconto di Melville, Bartleby. (more…)

willy signori e vengo da lontano clip

settembre 11, 2010

Gita fuori porta

settembre 11, 2010

Nell’articolo: invitato alle nozze del figlio del presidente Erdogan, tentò di dare una toccatina alla sposa tutta fasciata di veli e, per il rito islamico, assolutamente inavvicinabile. Subito dopo, in piena tempesta ormonale, fece arrossire il premier tedesco Schroeder: “Parliamo di donne: tu te ne intendi, ne hai cambiate tante, eh eh”. Resta però ineguagliata la performance del Cavaliere di Hardcore allo stabilimento Merloni in Russia, dove nel 2004 tentò di trascinare l’amico Putin in un concorso di bellezza improvvisato fra le operaie della fabbrica, dandogli di gomito: “Voglio baciare la lavoratrice più bella”

Marco Travaglio per “Il Fatto

Che Mr B. desse il meglio di sé nelle missioni internazionali, era cosa nota. Appena varca la cinta daziaria, forse perché sprovvisto di Gianni Letta e delle altre badanti che hanno il compito di sedarlo nelle circostanze ad alto rischio, esce al naturale. Ma l’idea di andare a Mosca per rammentare davanti agli ex comunisti sovietici PutinMedvedev i finanziamenti occulti dei comunisti sovietici al Pci, ecco, quella non gli era ancora venuta.

Quando poi il nostro ha attaccato la geremiade contro Fini e le toghe rosse, le delegazioni giunte da tutto il mondo han preso a picchiare sugli auricolari della traduzione simultanea, pensando a un’interferenza in cuffia. Invece era proprio lui che, tanto per cambiare, badava ai cazzi suoi. Così la sua collezione di trionfi mondiali s’è arricchita di un altro capitolo memorabile. Anche perché negli altri Paesi il ricambio della classe politica è così rapido che, a ogni vertice internazionale, c’è sempre qualcuno appena arrivato che non conosce ancora Mr B. Dunque, si meraviglia. (more…)