Il non-senso fa senso?

Nell’articolo: Per natura e cultura, io personalmente preferisco i commenti veramente sottili, come “il senso c’è, ma non sta nel margine del blog”, a quelli falsamente profondi, come “anche chi parla del non-senso sta parlando del senso” […..] Come insegnavano gli stoici, dovremmo dunque semplicemente accettare volontariamente l’inevitabile, e non desiderare l’impossibile (ma il possibile, nota mia). Amen

Piergiorgio Odifreddi per “La Repubblica

“Il non-senso della vita” vuol essere, programmaticamente, un blog di discussione non dei massimi sistemi, come si ama fare in certe parrocchie, ma dei piccoli e grandi esempi che dimostrano la pervasività del non senso nella vita quotidiana. Mi sembrava brutto, però, incominciare senza dirlo, e nel mio primo post ho pensato di salutare preventivamente i lettori con una dichiarazione d’intenti, che avrebbe potuto limitarsi alle due righe precedenti, e si è invece dilungata in sei frasi.

500 commenti in un sol giorno hanno però rivelato che il semplice uso della parola “non-senso”, e il suo implicito richiamo al “senso”, bastano a solleticare l’interesse e a scatenare le reazioni più disparate. Che vanno dal corretto richiamo della logica moderna (Wittgenstein, Carnap, Gödel, Tarski), alla salutare citazione dell’ironia sdrammatizzante (Monthy Python e Douglas Adams, ai quali io aggiungerei Woody Allen e Robert Pirsig), allo stantío appello alla tradizione teologico-metafisica occidentale.

Per natura e cultura, io personalmente preferisco i commenti veramente sottili, come “il senso c’è, ma non sta nel margine del blog”, a quelli falsamente profondi, come “anche chi parla del non-senso sta parlando del senso”. Mentre infatti nel primo risuonano gli echi di Fermat e Wittgenstein, che ammiro, nel secondo rimbombano i tuoni di Severino e Benedetto XVI, che aborrisco (come “pensatori”, ovviamente).

Non è comunque il mio programma, o almeno il programma del mio blog, entrare nelle discussioni astratte. Anzi, è esattamente il mio programma non entrarci. Dal prossimo post incomincerò dunque ad affrontare alcuni argomenti specifici, all’insegna del motto un po’ blasfemo: “Son venuto in rete per rendere testimonianza al non-senso”. D’altronde, non è che chi diceva “son venuto al mondo per rendere testimonianza alla Verità” se la sia poi cavata troppo bene, di fronte alla domanda di Pilato: “Che cos’è la Verità?”

Tra l’altro, il fatto che il governatore romano se ne sia andato senza aspettare risposta, dimostra che la sapeva più lunga del profeta palestinese. A scanso di equivoci, è proprio la logica moderna a dimostrare (che è cosa diversa dal proclamare) che la Verità, con la maiuscola, non esiste. Più precisamente, dovrebbe essere un concetto linguistico, ma invece non la si può definire all’interno del linguaggio.

Questa verità, con la minuscola, l’aveva già intuita Wittgenstein, pur non riuscendo ancora a dimostrarla, quando diceva a proposito del senso (guarda un po’) che esso “si mostra nel linguaggio, ma non è del linguaggio”. La stracitata, e altrettanto strafraintesa, affermazione conclusiva del Tractatus, “di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”, si riferiva proprio a queste problematiche.

Le mie cosiddette “provocazioni” a proposito del Senso, della Verità, e di tutti i sedicenti concetti metafisici “con le maiuscole”, si limitano a comunicare a chi non lo sa, e a ricordare a chi l’ha dimenticato, che la scienza e la matematica non sono opinioni filosofiche o racconti letterari: quando un teorema è dimostrato, non si può decidere di non crederci, o dire che non piace. Sarebbe come se uno dicesse che non crede, o che non gli piace, che due più due fa quattro: liberissimo, naturalmente, ma non può poi pretendere di essere preso seriamente, o di non essere seriamente preso in giro.

A scanso di equivoci, che “non tutte le domande sensate ammettono risposta” è solo una formulazione colloquiale di uno dei maggiori teoremi del Novecento, dovuto a Kurt Gödel. Il quale ha appunto dimostrato che ci sono affermazioni sensate, nel senso di essere correttamente esprimibili nel linguaggio, che non ammettono una risposta, nel senso di non poter essere nè dimostrate, nè refutate.

L’insegnamento che se ne deve trarre, è che non si può supporre che soltanto perché uno ha posto una domanda (in particolare, di Senso), allora ci dev’essere una risposta. Anzi, nella maggior parte dei casi, e anche questo è stato dimostrato, la risposta non c’è: la cosa può piacere o no, ma cosí è la vita. Come insegnavano gli stoici, dovremmo dunque semplicemente accettare volontariamente l’inevitabile, e non desiderare l’impossibile. Amen.

P. S. Per i lettori che, berlusconianamente, non vedono altro senso nella vita che i soldi, preciso che tengo questo blog gratuitamente. Lo stesso valeva per il blog su Il Fatto Quotidiano, che presentava un’imprevista incompatibilità editoriale con Repubblica. Mi spiace che non sia stato subito rimosso, come richiesto, e che i lettori non ne siano stati avvertiti.

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