A Bagdad in carro armato, ultimo desiderio

Michael Ledeen, da “Il Corriere della Sera”

Aveva un intuito sorprendente nel capire quel che rende unica l’America e, a differenza della maggior parte degli intellettuali europei, vi si trovava molto bene. Non che fosse ciecamente innamorata di noi, spesso prorompeva in colorite esplosioni di rabbia se qualcuno che le piaceva faceva qualcosa che non le piaceva. Amava però profondamente l’America (figlia della Resistenza italiana, sapeva che i valori per cui aveva rischiato la vita — opposizione alla tirannia, sostegno della democrazia — hanno poche probabilità di successo se l’America è sconfitta), e l’attacco alla città di New York — la sua New York — la fece infuriare e forse la spaventò. Scrisse La rabbia e l’orgoglio, il celebre articolo sul «Corriere», e poi il libro, in uno stato di profonda emozione. Capiva bene noi americani e sapeva che la maggior parte dei suoi lettori non ci capiva. La sua passione, o la precisione della sua visione, non deve andar persa: «Tutti. Giovani, giovanissimi, vecchi, di mezz’età. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola… Li avete visti o no? Mentre Bush li ringraziava non facevano che sventolare le bandierine americane, alzare il pugno chiuso, ruggire: Usa! Usa! Usa! In un Paese totalitario avrei pensato: “Ma guarda come l’ha organizzata bene il Potere!”. In America, no. In America queste cose non le organizzi… Il fatto è che l’America è un Paese speciale, caro mio. Un Paese da invidiare, di cui esser gelosi… Lo è perché è nato da un bisogno dell’anima… e dall’idea più sublime che l’Uomo abbia mai concepito: l’idea della Libertà, anzi della libertà sposata all’idea di uguaglianza».

Tutte cose assolutamente giuste. La maggior parte degli americani è così, non importa realmente chi sia «al potere», si tratti di Bush o di Obama, di Carter o di Reagan. La manifestazione di New York che Oriana descrisse così bene è del tutto simile alle dimostrazioni che vediamo oggi, come quelle del Tea Party o contro la moschea di Ground Zero.

La prima volta che l’incontrai fu quando, chiamatala al telefono, mi invitò a New York. Trascorremmo una lunga giornata insieme. Volle cucinare, attività in cui eccelleva e di cui era orgogliosa. Parlammo a lungo dell’Islam, della minaccia alla libertà, della capacità dell’America di reagire alla crisi, dell’Italia e di quei pochissimi americani che avevano vissuto abbastanza a lungo in Italia da capirla, e naturalmente di quei rari italiani che capivano l’America. Convenimmo che la maggior parte dei corrispondenti italiani non riusciva a capirla, soprattutto perché passava molto del suo tempo nel chiuso dei circoli intellettuali. Pensai fosse giunto per lei il momento di porre termine alla sua lunga assenza dalla scena pubblica. La sollecitai a venire a Washington, promettendole che avrebbe potuto rivolgersi a un’ampia platea.

L’idea non le piaceva affatto. Amava vivere nel suo piccolo appartamento ed emergere solo quando aveva qualcosa da scrivere. Le dissi che le avrei fatto da guida, l’avrei accompagnata in treno, le avrei prenotato una camera d’albergo (nel meraviglioso Hotel Jefferson), e avrebbe potuto mangiare a casa nostra.

Dopo quasi una settimana di insistenze decise di rischiare, e andai a prenderla a New York. Accompagnarla a Washington non fu un’impresa facile. La sua valigia era incredibilmente pesante, non seppi mai perché. Naturalmente doveva fumare, e in treno non è permesso. Così finimmo per restare in piedi nel passaggio tra una carrozza e l’altra, con Oriana che emetteva nuvole di fumo e imprecava contro i fanatici anti-tabacco. Ero perfettamente d’accordo con lei, ma non è proprio possibile fumare un sigaro in quelle condizioni, viaggiando ad alta velocità.

La sua apparizione all’American Enterprise Institute fu accompagnata da tutto quel che avrebbe potuto desiderare: pubblico numeroso, comprendente alcune delle personalità di spicco di Washington (Ben Bradlee, il leggendario direttore del «Washington Post», in prima fila), domande interessanti da parte dei partecipanti e risposte brillanti da parte di Oriana. Temevo potesse averla sfinita, ma ne uscì invece rinvigorita, e nei giorni successivi diede innumerevoli interviste, apparve alla televisione ed ebbe anche modo di parlare con alcuni politici di primo piano. Riuscì in questo modo a influenzare il dibattito politico americano, e naturalmente a gettare le basi dello spettacolare successo dell’edizione inglese del suo libro, che sarebbe uscito poco dopo.

Per qualche tempo abbiamo poi continuato a parlare e lavorare insieme. Era straordinariamente generosa, mi regalò una prima edizione fiorentina di Machiavelli, con una dedica intensa. E ogni volta che andavo a Manhattan cucinava per me, anche se il cancro stava avanzando. Tutto ebbe fine quando mi capitò di deluderla. Nel 2003, quando le truppe americane stavano per entrare a Bagdad, avrebbe assolutamente voluto essere sul primo carro armato. I militari americani non ne vollero sapere, non potei aiutarla. Questo fu, credo, uno dei due sogni che non riuscì a realizzare. (L’altro era stato quello di avere un figlio). Era furiosa. Mi gratificò con alcuni improperi toscani e non la vidi più.

Sono molto fiero di esserle stato amico e di averla convinta a venir fuori e a parlare al suo Paese d’adozione. Non credo che un italiano ci sarebbe riuscito, doveva sentirselo chiedere da uno di noi. Perché nell’anima era sinceramente una di noi.

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