Piccola Posta di Adriano Sofri

da “Il Foglio

Molte cose si possono discutere della pretesa della Fiat, prontamente accolta, di abolire la contrattazione nazionale. Però bisognerebbe almeno riconoscere che al cuore della cosa sta l’intenzione di riprendere tutto il potere sulla fabbrica, rendendola extraterritoriale rispetto alle regole elementari della democrazia. Non importa che si pensi che sia un ritorno al passato o un autoritarismo novissimo, legato alle occasioni che l’abbondanza planetaria di lavoro a basso costo e a bassissima dignità offre al capitale e a chi ce l’ha: si tratta comunque di quel feudalesimo per il quale la democrazia e la cittadinanza si arrestano ai cancelli dei corpi separati, delle case chiuse e delle galere, delle scuole e dei collegi, delle zone militari, dei cantieri e in generale dei luoghi sui quali sono sospesi i diritti ordinari e comanda il padrone, interno di famiglia compreso, piazze comprese, magari – almeno un ticket. Gli “eccessi” sindacali fanno da giustificazione, dove davvero avvengono, o da pretesto, dove si inventano, al dispotismo del comando, che è la musica cui irresistibilmente i padroni tendono. A cavallo fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta fu messa in discussione e largamente battuta questa regola padronale e baronale, e non a caso le condizioni in cui si lavora (o si studia, o si fa il militare e il poliziotto, o il medico e il paziente, il carcerato e il matto, il mezzadro e la bracciante, la centralinista e la badante) diventarono così importanti, più della stessa aspirazione salariale. Da allora il tenore dei salari e in genere dei pagamenti del lavoro dipendente è peggiorato sul serio, e si è accresciuto a dismisura il divario fra chi vive del suo lavoro e chi del lavoro altrui. Il pianeta globalizzato prende per il collo i lavoratori dei paesi “ricchi” e delle legislazioni e delle condizioni di lavoro più dignitose, costruite su secoli di lotte, e fa risaltare la questione del potere d’acquisto dei salari e dell’iniquità oltraggiosa dei redditi. Così facendo, ottiene anche che lo scandalo della disuguaglianza economica metta in secondo piano fino ad annullarla la questione di come si lavora, con quali orari, quali metodi, quanta fatica, quanta nocività, quali rischi e quale dignità. I padroni moderni, anche quelli che vanno sotto il nome di manager, fanno tesoro della nuova geografia dello sfruttamento per presentarsi come titolari di una responsabilità generale nei confronti dell’irresponsabilità e dell’egoismo di chi lavora per loro. Non hanno peli sulla lingua, e più arrogante è il loro linguaggio, più trionfano nel plauso della vasta categoria di chi vive, o aspira a vivere, di attività privilegiate – come in quell’idea del giornalismo, sempre meglio che lavorare – e che se ne fottono della pur minima discrezione suggerita dalla canzone: “Se otto ore vi sembran poche, provate voi a lavorar, e sentirete la differenza di lavorare e di comandar”. Come in quell’idea della vita, che comandare e fottere è molto meglio che lavorare. Grande fratello trasparente e case chiuse a doppia mandata: ecco il programma. Le case e caserme e galere e fabbriche e università e chiese chiuse, i corpi separati, sono una questione della democrazia altrettanto e più seria del Parlamento per nomina regia. Ora, un buon conservatorismo radicale è lontano o contrario o insensibile a questi temi? E un conservatorismo radicale deve tendere a considerare razionale tutto ciò che diventa reale, e nemmeno solo nella storia del passato remoto o prossimo, ma anche un’ora fa e nel prossimo quarto d’ora? Tutto, dal buon uso della tortura all’insofferenza per il diritto di sciopero?

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