Robert Gallo: «I virus ci danno lezioni che noi non sappiamo imparare»

La preoccupazione del direttore dell’Institute of Human Virology: «Siamo ancora impreparati alle epidemie»

Nell’articolo: La grande maggioranza delle persone sieropositive può condurre oggi una vita ragionevolmente normale, sia per qualità che per durata. E vengono continuamente studiati altri medicinali (ne vengono messi in circolazione di nuovi circa ogni due anni) […..] «A parte il vaccino, naturalmente… Primo, continuare la ricerca di base. Secondo, portare le cure necessarie nei Paesi in via di sviluppo. Terzo, diffondere molto di più il test Hiv in modo da aumentare la diagnosi precoce e limitare le infezioni da parte di chi non è consapevole di essere sieropositivo»

Vera Martinella per “Il Corriere della Sera

«Quando avremo un vaccino contro l’Aids?» Da più di un quarto di secolo Robert Gallo si sente fare questa domanda. Protagonista della celebre contesa sull’identificazione dell’Hiv con il francese Luc Montagnier, lo scienziato americano non ha mai smesso di cercare una risposta e ora, in Italia per la Sesta Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza (organizzata a Venezia, dal 19 al 21 settembre, dalla Fondazione Umberto Veronesi) ha qualcosa di nuovo da dire: l’antidoto per l’Hiv forse è un po’ più vicino e a breve potrebbero iniziare le sperimentazioni per verificarne l’efficacia. Ma Gallo non viene in Italia per parlare solo di questo.

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Professore, a Venezia lei terrà una conferenza sulla preparedness, cioè “sull’essere preparati”. Che cosa intende?
«Sappiamo che i virus sono sempre presenti nella società e che altre epidemie potranno esplodere, ma non siamo mai pronti. Gli uomini paiono dimenticarsi di una pandemia dopo una trentina d’anni e iniziano a credere che i virus non siano più una priorità, così l’arrivo di una nuova infezione ci trova sempre impreparati. Temo, ad esempio, che se scoppiasse un’emergenza virale intorno al 2040 ancora una volta peccheremmo d’impreparazione. Anche perché credo manchi una rete globale di virologi qualificati, perché oggi molto del lavoro viene affidato agli epidemiologi e a chi si occupa di salute pubblica, ma sono i virologi che devono poter studiare nei laboratori i patogeni umani o i possibili agenti pericolosi. Solo così potremmo essere pronti di fronte al contagio di virus finora sconosciuti, potremmo sviluppare in fretta test diagnostici e antidoti».

Su che cosa avete puntato negli ultimi anni all’Institute of Human Virology che dirige dal 1996?
«Ci siamo concentrati sulla raccolta di dati sperimentali per la creazione di un vaccino preventivo efficace contro l’Hiv. Poi abbiamo approfondito il legame tra Hiv e cancro che mi interessa particolarmente, sia per il mio passato di ricercatore oncologico, sia perché vorrei capire perché alcuni tumori sono più frequenti nei pazienti con Aids. Infine sì, ho cercato di “fare preparativi” ponendo le basi scientifiche per il futuro tramite adeguate collaborazioni, assunzioni di personale qualificato, sviluppo di nuovi programmi. Ci tengo a dire il nostro Istituto è coinvolto nella cura dei malati di Aids sia nella nostra comunità (anche per chi non può pagarsi le cure) sia in sette Paesi africani e due caraibici».

A proposito di malati, ci sono 22mila persone malate di Aids in Italia e circa 180mila sono sieropositive. Ci sono buone notizie per loro?
«Forse molti lettori non lo ricordano, ma quella contro l’Hiv è stata la prima terapia efficace messa a punto contro un virus nella storia della medicina. La grande maggioranza delle persone sieropositive può condurre oggi una vita ragionevolmente normale, sia per qualità che per durata. E vengono continuamente studiati altri medicinali (ne vengono messi in circolazione di nuovi circa ogni due anni). Gli inibitori dell’integrasi, per esempio, costituiscono una nuova classe di farmaci anti-Hiv, la maggiore novità al momento. I colleghi clinici mi dicono che i risultati sono davvero ottimi e con effetti collaterali per ora molto limitati. Ci sono poi altre sperimentazioni con farmaci inibitori dell’Hiv che sembrano promettenti. Nei prossimi anni certamente avremo metodi più aggressivi e più tempestivi contro il virus. La terapia inizierà prima e sarà estesa a un maggior numero di persone».

In questa prospettiva diventa sempre più importante il riconoscimento precoce dell’infezione.
«Identificare prima la presenza del virus significa diminuirne la capacità di diffusione e aumentare le possibilità di controllo dell’epidemia. Purtroppo, invece, oggi la bassa percezione del rischio di ammalarsi è un problema mondiale così come il fatto che moltissime persone siano inconsapevoli di essere infette, anche perché in alcuni casi il virus non mostra sintomi anche per molti anni. Purtroppo c’è una bassa percezione del rischio. Servirebbe un ruolo più attivo della scuola ma anche dei mezzi di informazione, che hanno abbassato l’attenzione sull’Aids, non raccontano più notizie e storie. Così cala il sipario…».

“Stop Aids: Keep the Promise” (“Fermate l’Aids: mantenete la promessa”) era il titolo dell’ultima campagna mondiale contro l’Aids. Quanto siamo lontani?
«Eradicare l’Hiv? Non ci siamo ancora, serve pazienza e collaborazione dalla gente. Però facciamo progressi, seppur lenti. Ultimamente ci sono stati importanti riscontri positivi sui microbiocidi (molecole in sperimentazione in forma di gel, pomata o crema, che applicati prima del rapporto sessuale sarebbero potenzialmente in grado di bloccare la trasmissione del virus, ndr). Una buona notizia, anche se i microbiocidi sono come i preservativi: necessari ma insufficienti. Non si può contare sulla condotta umana, serve il vaccino».

Appunto, il vaccino. Nell’84 si disse che sarebbero bastati due anni e in questo quarto di secolo molti hanno qua e là nel mondo  annunciato l’imminente arrivo di un antidoto… A che punto siamo?
«Ci stiamo lavorando. Il fatto è che questo retrovirus muta a velocità impressionanti. Ma il vero problema è che si insidia dentro ai geni del malato per restarci. Ecco perché tutte le strade tentate finora hanno dato esito negativo. All’Institute of Human Virology ora però abbiamo un serio candidato-vaccino. Siamo impegnati a portarlo alla prima fase di sperimentazione clinica. Il che significa che, se funziona, ci vorranno comunque anni prima che possa essere distribuito, ma stiamo cercando i fondi e ce la faremo».

Secondo lei, professore, quali sono le priorità per sconfiggere l’Aids?
«A parte il vaccino, naturalmente… Primo, continuare la ricerca di base. Secondo, portare le cure necessarie nei Paesi in via di sviluppo. Terzo, diffondere molto di più il test Hiv in modo da aumentare la diagnosi precoce e limitare le infezioni da parte di chi non è consapevole di essere sieropositivo».

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2 Risposte to “Robert Gallo: «I virus ci danno lezioni che noi non sappiamo imparare»”

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