Se un’equazione passa per la strada, gli storici non la riconoscono…

Nell’articolo: Gli economisti hanno sicuramente qualcosa da imparare dagli storici, ma la ricerca di elementi ricorrenti nell’economia non va abbandonata. È qualcosa che non si limita agli approcci economici tradizionali. Oggi ne sappiamo molto di più sull’economia grazie ai lavori di Robert Axtell (uno scienziato informatico), César Hidalgo (un fisico), Duncan Watts (un sociologo), Esther Duflo (un’economista che effettua quel genere di esperimenti controllati che secondo Gideon in economia sono impossibili) e Daniel Kahneman (uno psicologo)

Tim Harford, da “Il Sole 24 Ore“, (Traduzione di Fabio Galimberti), © THE FINANCIAL TIMES LIMITED 2010

Secondo il mio stimato collega Gideon Rachman, gli economisti devono scendere dal trono e cedere lo scettro agli storici. Hanno avuto troppo potere: credono di essere scienziati, credono di poter prevedere il futuro. Si sbagliano: sono «pseudoscienziati che spacciano certezze impudenti». Storici come Gideon e il professor Niall Ferguson, fin qui confinati a spazi marginali come la pagina degli editoriali del Financial Times, hanno diritto a ricevere un po’ d’attenzione.

Meditando sulla risposta da dare, sono stato colpito da una grave carenza di certezze impudenti. Gideon ha ragione sull’importanza della storia. Ma quando parla di economia, la prima fonte di certezze impudenti sembra essere Gideon stesso, che non riconoscerebbe un modello economico neanche se se lo vedesse sfilare davanti sul marciapiede.

Di storia ne so poco quanto Gideon di economia, ma sicuramente ha ragione a dire che una funzione importante degli storici è quella di mettere l’accento sull’intricata specificità del tempo e dello spazio, e sulla difficoltà di produrre leggi scientifici inappellabili che descrivano accuratamente un mondo sociale complesso. Gli economisti, i sociologi, gli psicologi e gli antropologi questa cosa devono tenerla ben presente. I migliori lo fanno. Molti non lo fanno, e purtroppo hanno una visibilità eccessiva sui mezzi d’informazione. Forse è per questo che Gideon ha frainteso il compito e i metodi della scienza economica.

Gideon dice che mentre gli edifici economici crollano regolarmente, «gli edifici costruiti secondo le leggi della fisica apparentemente restano in piedi». Strana affermazione. Gli edifici costruiti secondo le leggi della fisica spesso vengono giù. Henry Petroski, ingegnere e autore di Success through Failure (il successo attraverso il fallimento), osserva che gli ingegneri di solito imparano costruendo strutture sempre più ambiziose. Quando una di esse casca giù o traballa, usando i loro modelli scoprono dov’era l’errore. A volte i risultati sono tragici: quando l’innovativa diga di Malpasset cedette perché il modello geologico utilizzato non era adeguato, morirono quasi 400 persone. A volte sono deliziosi: la pluripremiata Kemper Arena crollò, senza nessuna perdita di vite umane, appena 24 ore dopo aver ospitato il Congresso dell’Istituto di architettura americano. Dal suo eremo in riva al fiume, forse Gideon può vedere il famoso ponte barcollante sul Tamigi. Ritiene che esso costituisca un atto d’accusa contro le leggi della fisica?

Ma naturalmente la colpa non è della nostra comprensione delle leggi della fisica. Il problema sta nella difficoltà di modellizzarle in un mondo pieno di bufere di neve, strati argillosi e aziende appaltatrici che fanno i lavori male. Insomma, gli edifici, come le istituzioni economiche, stanno in piedi non perché noi comprendiamo le leggi che li governano, ma perché sono stati sperimentati e sono sopravvissuti in un mondo complesso.

Le istituzioni economiche sono più complesse e peculiari di qualsiasi edificio. Non c’è da stupirsi che i progressi siano così difficili in questo campo. Ma Gideon liquida con troppa leggerezza «modelli ed equazioni». Sono d’accordo, i modelli macroeconomici si sono rivelati abbastanza inutili. Sono d’accordo anche che gli economisti, come gli storici, i sociologi, i politologi e gli editorialisti, sono molto scarsi a fare previsioni. Ma solo pochi economisti si prendono il disturbo di provarci, e i modelli di previsione rappresentano una fetta molto limitata della matematica utilizzata dagli economisti.

Prendiamo ad esempio la famosa polemica dell’economista Steven Levitt e del suo coautore, John Donohue, che sostenevano che la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti aveva ridotto, circa diciotto anni dopo, il tasso di criminalità? Si tratta di un’ipotesi sulla storia, ma che nessuno storico ha le competenze adatte per valutare. L’ipotesi è stata sperimentata sul piano statistico con una certa ingegnosità: gli stessi modelli statistici sono stati contestati, attaccati duramente, trovati carenti sotto certi aspetti, verificati usando dati alternativi e confrontati con le esperienze di altri paesi. Il dibattito continua. Questo processo si chiama “scienza”? Non lo so con esattezza. Ma certamente non è una burla oziosa.

Gli economisti hanno sicuramente qualcosa da imparare dagli storici, ma la ricerca di elementi ricorrenti nell’economia non va abbandonata. È qualcosa che non si limita agli approcci economici tradizionali. Oggi ne sappiamo molto di più sull’economia grazie ai lavori di Robert Axtell (uno scienziato informatico), César Hidalgo (un fisico), Duncan Watts (un sociologo), Esther Duflo (un’economista che effettua quel genere di esperimenti controllati che secondo Gideon in economia sono impossibili) e Daniel Kahneman (uno psicologo). Tutti costoro usano quegli irritanti «modelli ed equazioni». Gli economisti prestano la dovuta attenzione a questi invasori di campo? I migliori sì. La maggioranza no, ma questo è un problema del mondo accademico, non della scienza economica.

Gli storici studiano le cose a posteriori. È una cosa bellissima. Ma il mondo non si esaurisce qui. Forse Gideon, ubriacato da un inebriante distillato di Niall Ferguson ed Erodoto, se lo è dimenticato.

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