«Definizione» è un confine, firmato Giovanni Gentile

Pubblichiamo il testo del “Tema di filosofia” che ha consentito a Giovanni Gentile di superare l’esame di ammissione alla Normale nel 1895. Il testo, finora inedito, sarà esposto nella mostra del bicentenario

Gentile Giovanni di Giovanni, da “Il Sole 24 Ore

La parola stessa definizione m’aiuta a formarmi di questa un concetto; perché il suo significato si è conservato pressoché stabilmente consono alla sua origine etiologica. Composta dalla preposizione de e dal nome finis, che, al singolare, importa limite, essa evidentemente sta a indicarci la determinazione dei confini, entro i quali è racchiuso un dato concetto; il de, esprimente il moto da luogo, vorrebbe quasi metterci sott’occhio l’esclusione dai limiti di un concetto di tutto ciò, che vi è estraneo.

La definizione, adunque, non sarà altro, che la dichiarazione precisa di tutte le note di un concetto necessarie e sufficienti a determinarlo, distinguendolo da qualunque altro. Ma nel concetto logico trovansi note comuni e note differenziali: le une sono caratteri generali del concetto, per cui esso rientra in una categoria di concetti superiore; le altre caratteri particolari, per cui esso distinguesi dagli altri concetti, venendo a porsi a capo di un’altra categoria, che quei caratteri particolari elevi per sé a generali. Così del concetto di cavallo avrai le note comuni, che lo fanno ascrivere al genere superiore dei quadrupedi e le note differenziali, che lo contraddistinguono da tutti gli altri quadrupedi, ma lo accomunano del resto a tutti i cavalli. Così, nella successiva divisione e suddivisione dei concetti, potremo sempre in ognuno di essi discernere e note comuni e note differenziali.

Pertanto la definizione, che ha l’ufficio di indicare le note individuanti un concetto, deve cogliere e note comuni e note differenziali: donde la famosa regola delle Scuole «Definitio fit per genus proximum et differentiam specificam». Molto scuole impartirono la bella Arte del ragionare, e molto danno apportarono alla Filosofia in genere, mentre ossequenti al precetto dantesco «state contente, umane genti, al quia», procedevano coll’insegna famosa «ille dixit»; ma un merito incontrastabile in fatto di Logica lo vantano certamente: quello d’averne stabiliti certi canoni in termini precisi e inappuntabili.

E invero la brevità della loro regola, sopra ricordata, non lascia nulla a desiderare: se vi rifletti, ci scorgi l’attenta analisi del concetto della definizione, e delle vie per cui essa deve procedere; quindi la sicura sintesi in questa breve proposizione. Nel “genus proximum” trovi le note comuni del concetto; nella “differentiam specificam” le noti differenziali; noti differenziali, che, come s’è visto, sviscerano e determinano tutto il contenuto e l’estensione di un concetto. Essa è l’unica legge che si può dare circa la definizione.

Altri aggiunge che essa deve essere precisa, chiara, deve presentare alla mente di chi legge o ascolta il concetto, che si vuol definire nettamente, facendo escludere in modo assoluto qualunque altro, eccetera. Ora tutti vedono quanto siano oziose tutte queste regole, le quali per un verso o per un altro rientrano tutte nella fondamentale degli Scolastici, o nei canoni generali della logica.

A volerne qui inserire un esempio, nulla di più opportuno, che definire il concetto di concorso. Quali le note comuni? Il concorso è una prova della capacità individuale in una data arte o scienza: sotto questo aspetto evidentemente rientra nella classe generale degli esami, cioè nel suo “genus proximum”. Così cogli esami ha comuni molti altri caratteri, circa il modo in cui si fa, lo scopo a cui è diretto, eccetera… Senonché c’è una nota che differenzia il concetto di concorso da quello di ogni altro esame: il fatto che il candidato, in quest’esame speciale, non è premiato in ordine al suo valore assoluto, ma in rapporto a quello degli altri candidati; sicché il premio vada a chi più si distingue.

Questa la “differentia” specifica. Coordinando ora genus proximum e differentiam specificam avremo che il concorso è un esame di più candidati, aspiranti a un premio destinato al più meritevole.

Celebre è la definizione dell’eredità, cui Cicerone arriva per successivi passaggi dal genere prossimo alla differenza specifica. Egli dice presso a poco: «l’eredità è un patrimonio; ma va diverse sorta di patrimoni, questo è un patrimonio avuto da altri; senonché altri ci può mettere a parte del suo in vari modi; l’eredità è un patrimonio, che altri ci lascia, morendo».

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