LEHMAN, QUANDO WALL STREET FINÌ SULL’ORLO DELL’ETÀ DELLA PIETRA…

Nell’articolo: Le analisi dei “media” si concentrano sugli eccessi del mondo della finanza: l’abitudine dei banchieri di attribuirsi “megabonus” dopo aver gonfiato i profitti seguendo strategie d’investimento estremamente rischiose, l’inefficacia dei controlli delle società di “rating”, i perversi meccanismi di incentivazione […..] Ma sarebbe miope dare una spiegazione della crisi come una pura manifestazione di eccessi dei professionisti della finanza: l’avidità dei Gordon Gekko di vent’anni fa più l’invidia sociale e lo spirito di emulazione dei banchieri d’affari del terzo millennio che il regista Oliver Stone e Michael Douglas hanno riportato sugli schermi cinematografici di tutto il mondo col nuovo film dedicato a Wall Street che uscirà a giorni

Massimo Gaggi per “Il Corriere della Sera“, da “Dagospia
La catastrofe era evitabile? Due anni dopo, le cause del crollo della Lehman Brothers e del conseguente infarto del sistema finanziario americano e mondiale sono abbastanza chiare, ma ci si chiede ancora se governo Usa, autorità monetarie e banche avevano i margini per intervenire, impedendo la caduta di uno dei pilastri di Wall Street.

Quello che emerge ormai con chiarezza è che il fallimento di Lehman, col successivo «shock anafilattico» che ha colpito i mercati, non solo ha prodotto una gelata del credito che ha messo in ginocchio le economie di tutto l’Occidente, ma è stato anche il chiodo che ha fatto scoppiare il palloncino del «sogno americano».

Un sogno – la possibilità per chiunque avesse voglia di lavorare sodo di raggiungere un discreto livello di benessere – che per decenni ha avuto una sua concretezza, ma che nell’ultimo quarto di secolo si è trasformato in una bolla: quella del continuo aumento dei debiti di gente che, con i redditi che non crescevano più come un tempo, si era rifugiata nel credito per difendere il suo tenore di vita.

I segni premonitori del cataclisma c’erano tutti almeno dal 2007. E all’inizio dell’estate di quell’anno che esplode la crisi del settore immobiliare: saltano alcuni grandi erogatori di mutui, ma le autorità monetarie riescono a circoscrivere la crisi. Poi, all’inizio del 2008, va al tappeto la banca d’affari Bear Stearns che la Federal Reserve riesce a far acquistare dalla JP Morgan Chase. Il sollievo dei mercati dura poco: ben presto inizia la caccia alla Lehman, l’altro gigante malato di Wall Street.

Nella primavera del 2008 Dick Fuld, ultimo capo della banca fondata 158 anni prima da tre fratelli fuggiti da una Germania in preda alle persecuzioni antisemite, le prova tutte per mantenere la banca sopra la linea di galleggiamento: tratta coi fondi sovrani di mezzo mondo per cercare di farli entrare nell’istituto appesantito dagli investimenti in titoli immobiliari ormai ridotti a spazzatura, cerca di tranquillizzare i mercati mostrando che anche in un periodo difficile l’istituto guadagna: il conti trimestrali si chiudono in attivo per la 55esima volta consecutiva. Ma è l’ultima.

In estate si apre la voragine delle perdite, poi arriva la resa dei conti. I fulmini che annunciano la tempesta si scatenano nel primo week end di settembre: gli investitori abbandonano precipitosamente Fannie Mae e Freddie Mac, le finanziarie miste pubblico-private che garantiscono mutui per ben 5.300 miliardi di dollari, la metà dei prestiti-casa concessi negli Usa. Henry Paulson, ex capo di Goldman Sachs e ministro del Tesoro del governo liberista di George Bush, decide che non può far fallire questi due pilastri del sistema finanziario e li nazionalizza.

Una misura estrema che sciocca i mercati. Il week end successivo tocca a Lehman. Quando lasciano i loro uffici di Manhattan venerdì sera, funzionari e “broker” della banca già sanno che lunedì potrebbero essere disoccupati: alcuni, con lugubre ironia, parlano di «dead bank walking», parafrasando l’espressione usata nelle carceri americane per segnalare il passaggio dei prigionieri diretti al patibolo.

Fuld, un banchiere arrogante, che rischia sempre molto, ma anche un combattente nato, non molla fino all’ ultimo: sabato l’ennesima trattativa con un Paese straniero, la Banca di Sviluppo della Corea, è già andata in fumo, ma il capo di Lehman pensa ancora di potersi consegnare agli amici di Bank of America che si erano mostrati interessati all’affare. Non sa che in quelle stesse ore questo colosso del credito sta acquistando un’altra banca d’affari pericolante, la Merrill Lynch. In serata le ultime speranze restano legate a un intervento della Barclays.

La banca inglese è interessata, ma chiede una garanzia che il Tesoro di Washington non può dare: impossibile impegnare dollari del contribuente americano quando c’è in ballo una banca straniera. Domenica mattina, 14 settembre, Fuld è ancora in trincea: Barclays accetta di discutere un accordo più limitato, ma alla fine tutto si blocca in un confuso gioco di veti regolamentari e politici. Senza l’ombra di un compratore, Fed e Tesoro ritengono di non avere il potere legale di intervenire a sostegno della Lehman e decidono di lasciarla fallire.

La caduta di una delle strutture portanti di Wall Street produce un vero terremoto. Lunedì 15, davanti all’ufficializzazione del fallimento Lehman, le Borse di tutto il mondo bruciano in poche ore quasi mille miliardi di dollari di capitalizzazione. AIG, il maggiore gruppo assicurativo americano, molto esposto con Lehman, perde in poche ore il 61% del suo valore. Il governo Bush fa con AIG quello che non aveva fatto con Lehman: la nazionalizza.

I mercati vivono giorni di panico: il rischio di veder tornare il sistema economico all’età della pietra con la dissoluzione del sistema dei pagamenti è scongiurato, ma per il credito viene il momento della «gelata». L’economia si ferma, inizia la «Grande Recessione».

Quell’infarto poteva essere evitato? Paulson, il ministro di Bush, e Geithner, il titolare del Tesoro di Obama già in prima linea nel 2008 in quanto capo della Federal Reserve di New York, hanno sempre sostenuto che, in assenza di compratori, governo e autorità monetaria non potevano imporre un salvataggio della Lehman.

L’ultima delle indagini condotte in questi due anni dal Congresso è arrivata, pochi giorni fa, a conclusioni parzialmente diverse: che il governo fosse privo dell’autorità legale per varare un salvataggio è materia che rimane controversa, ma la pubblicazione di messaggi ed email scambiate nelle ore cruciali da alcuni protagonisti della crisi, sembra indicare che il governo aveva escluso il salvataggio soprattutto perché lo considerava politicamente impraticabile.

Domenica 14 settembre Jim Wilkinson, capo di gabinetto di Paulson, scrive: “In nessun caso verrà impegnato denaro federale. L’orientamento della Casa Bianca è chiaro e Paulson non può ignorarlo”. Intanto dirigenti della Fed si scambiano messaggi sull’impraticabilità di un salvataggio che esporrebbe la Banca Centrale per cifre da capogiro, senza alcuna certezza di avere successo nel salvataggio e di recuperare almeno una parte dei fondi bruciati nella fornace di Lehman.

La bufera cambia l’America e cambia il volto del capitalismo anglosassone. Le analisi dei “media” si concentrano sugli eccessi del mondo della finanza: l’abitudine dei banchieri di attribuirsi “megabonus” dopo aver gonfiato i profitti seguendo strategie d’investimento estremamente rischiose, l’inefficacia dei controlli delle società di “rating”, i perversi meccanismi di incentivazione.

Ma sarebbe miope dare una spiegazione della crisi come una pura manifestazione di eccessi dei professionisti della finanza: l’avidità dei Gordon Gekko di vent’anni fa più l’invidia sociale e lo spirito di emulazione dei banchieri d’affari del terzo millennio che il regista Oliver Stone e Michael Douglas hanno riportato sugli schermi cinematografici di tutto il mondo col nuovo film dedicato a Wall Street che uscirà a giorni.

Le cause del crollo di Wall Street e di un intero modo di declinare il capitalismo sono molto più profonde: hanno origini in un passato abbastanza remoto e non sono state estirpate dopo la crisi. Pesano soprattutto i crescenti squilibri nella distribuzione del reddito negli Usa e l’enorme deficit accumulato dall’America negli scambi commerciali con l’Asia.

Sono queste le faglie sismiche sotterranee descritte nel suo ultimo saggio, “Fault Lines”, da Raghuram Rajan, uno dei pochi economisti che fin dal 2005 aveva intuito che l’enorme esposizione debitoria spingeva l’America verso la catastrofe e che aveva avuto il coraggio di spiegarlo nei convegni economici davanti a Greenspan, allora osannato da tutti come il maestro d’orchestra dell’economia mondiale che nessuno osava contraddire.

2 – PER IL FALLIMENTO UNA PARCELLA DA 2 MILIARDI DI DOLLARI…
Da “Il Sole 24 Ore
– Le spese per revisioni contabilie legali che da due anni si occupano del crollo di Lehman Brotheres ha raggiunto la cifra di due miliardi di dollari. Tra New York e Londra sono 1.300 i professionisti al lavoro. Per Enron e WorldCom le spese finali legali hanno oscillato tra l’1% e il 2% del patrimonio liquidato, che nel caso Lehman è stato di 691miliardi.

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