E l’Italia inventò il vocabolario

Roberto Beretta per “Avvenire

«Leggete un paio di pagine del vocabolario al giorno!». Il monito del vecchio (e antipatico) professore del liceo non era poi così astruso: il dizionario – ancorché alfabetico – non è infatti come un elenco del telefono, e tra i suoi lemmi si nascondono preziose lezioni di cultura, di storia, di geografia e di scienza, oltreché – naturalmente – di lingua.

Ne ha fatto sicuramente tesoro (anzi, thesaurus…) Claudio Marazzini, che insegna Storia della lingua italiana all’università del Piemonte orientale e ha di recente messo in fila <+corsivo>L’ordine delle parole<+tondo> (Il Mulino, pp. 480, euro 35): una «storia di vocabolari italiani» che, nata dal fortuito acquisto di un lotto di antichi e rari dizionari dismessi da una biblioteca, raduna una quantità di notizie e curiosità che fanno persino dimenticare al lettore di trovarsi di fronte a un documentato e persino erudito saggio che vale almeno un corso universitario. Anche per questo è meglio rinunciare qui a una compiuta recensione, optando piuttosto per la segnalazione di singoli interessanti aspetti.

Il primato italiano
Il vocabolario è una delle tante invenzioni italiane. Infatti, pur se non mancano alcuni esempi precedenti (nella letteratura latina: il De verborum significatu di Verrio Flacco era piuttosto un’enciclopedia; nella letteratura medievale: le Etimologiedi Isidoro di Siviglia non hanno vero interesse lessicale e il Vocabulista ecclesiastico era un glossario bilingue solo per chierici), il vocabolario è per essenza uno strumento «moderno», legato all’invenzione della stampa. Dunque il primo vero dizionario è proprio quello della Crusca; l’accademia fiorentina che, nata nel 1582 con intenti più o meno goliardici, nel 1612 pubblicò il vocabolario che – anche nelle edizioni successive – dettò legge al nostro idioma per oltre due secoli, ovvero fino al Tommaseo. Ulteriori meriti al «record» sono aggiunti dal fatto che la Crusca era un ente assolutamente privato (non come, per esempio, la fascista Accademia d’Italia, il cui dizionario però si fermò appena alla lettera C…) e che il lavoro fu svolto da un’équipe di – tutto sommato – filologi «dilettanti».

La rivincita francese
Però l’Italia perse subito il suo primato nel settore dei dizionari. Infatti il primo dizionario etimologico della nostra lingua uscì in Francia tra 1666 e 1669 col titolo <+corsivo>Origini della lingua italiana<+tondo>, compilate da Gilles Ménage che aveva già fatto analogo lavoro per il suo idioma natale. I linguisti nostrani, in particolare Carlo Dati, cercarono in vari modi di ostacolare il collega d’Oltralpe (che invece aveva chiesto collaborazione) per batterlo sul tempo, ma inutilmente; una sconfitta che ai Cruscanti brucerà per secoli, sebbene il Ménage sia stato molto attento a non urtarne la suscettibilità. Per la verità un italiano, il modenese Lodovico Castelvetro, aveva già compiuto un’impresa simile, ancorché limitata (si trattava del vocabolario etimologico della parole contenute nel Novellino), ma il lavoro manoscritto era andato perduto nel 1567 durante l’assedio di Lione: e sempre di Francia si tratta…

Un vocabolario al rogo
Assai curiosa la vicenda di un dizionario bruciato sulla pubblica piazza. Capitò al Vocabolario cateriniano compilato da Girolamo Gigli nel 1717. Che cosa poteva avere di sbagliato un repertorio lessicale per meritare una fine riservata di solito ai libri degli eretici? Gigli era senese e voleva rivalutare l’idioma della sua città rispetto al dilagante fiorentino; per far questo, da buon toscano e per di più autore di commedie, oltre a basarsi sugli autori di Siena (anzitutto santa Caterina), usò uno stile piuttosto sarcastico, prendendo in giro la pretesa del capoluogo di dettar legge sulla lingua. Morale: non solo Gigli fu espulso dalla Crusca e alcuni esemplari del suo libro vennero bruciati sotto il Bargello a Firenze, ma l’autore venne anche bandito da Roma e si ridusse così in miseria da dover compiere pubblica ritrattazione. Marazzini trae esempio dal caso per narrare altri episodi, più moderni, di censura dei vocabolari: dalla condanna ecclesiastica del tomo milanese-italiano del Cherubini del 1819, che registrava un’accezione offensiva del lemma «Gesuitta» , alle accuse di razzismo lanciate nel 1993 per la voce «ebreo» al De Felice-Duro edito dalla Sei. E conclude: perfino la compilazione di opere apparentemente «imparziali» e «oggettive» come i dizionari, in realtà, potrebbe non essere «operazione pacifica o neutrale»; essa infatti «non è mai esente da rischi legati al politicamente corretto e alla ipersensibilità dei lettori».

Il secolo «lessicomane»
«L’Ottocento fu il secolo d’oro dei dizionari: una stagione quale non si era mai vista prima, vivacissima per ricchezza di produzione, per qualità, per varietà di realizzazioni». E l’interesse per la lingua nazionale precedette addirittura l’unificazione politica, soprattutto nei ceti sociali della nuova borghesia non solo umanistica; infatti proliferano i dizionari delle arti e dei mestieri, scientifici, militari, dell’economia, di vari dialetti, dei sinonimi, eccetera. Ma l’impresa capitale del secolo è il Tommaseo, la cui prima edizione è datata 1861 e non a caso per opera di uno stampatore piemontese; come Cavour e i Savoia… «L’opera nasceva dunque all’insegna dei tempi nuovi, sotto l’auspicio dell’unità politica appena raggiunta. La conquista dell’italiano compiuta dal ceto intellettuale del Piemonte era programmaticamente indicata come una necessità e un dovere per il pubblico di tutt’Italia». Una curiosità: la parola «comunismo» vi appare per la prima volta in un lessico italiano, ma bollata dalla doppia croce che indica i vocaboli «da evitare»…

Il buco dell’ozono
«Ozono»: la quinta edizione della Crusca, iniziata nel 1863, si trascinò stancamente per una sessantina d’anni e venne interrotta d’imperio da Giovanni Gentile nel 1923, quand’era arrivata appunto alla lettera O. Così la palma del «più ampio vocabolario della lingua italiana» è detenuta oggi dal Grande Dizionario della Lingua Italiana, detto più familiarmente Gdli o meglio ancora «il Battaglia»: dal nome del linguista napoletano che ne fu il primo direttore. La stampa dei suoi 21 volumi – dai tre previsti all’inizio – prese tempo dal 1961 (centenario dell’unità) al 2002 (bicentenario della nascita di Tommaseo). Secondo Marazzini, esso costituisce «un estremo atto di omaggio verso una tradizione straordinariamente ricca», dato che «è probabile che sia l’ultimo dizionario della storia della lessicografia italiana in cui alla lingua letteraria è attribuito un peso» prevalente. Il vocabolario è dunque in via d’estinzione? Almeno in volume, parrebbe di sì. Difatti la Crusca ha ancora in progetto un enorme Vocabolario storico della lingua italiana (Vsli), di cui però finora lo spoglio computerizzato degli autori è arrivato solo fino al 1375, anno della morte di Boccaccio. Beh, almeno è consultabile on line… Sì, ma il server è dell’università di Chicago.

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