Iran: Ahmadinejad e la diplomazia parallela

Il presidente iraniano tenta la strada del parallelismo politico. In particolare Ahmadinejad si sta concentrando sugli affari esteri. Le sue decisioni potrebbero portare ad una frattura all’interno del governo

Nima Baheli, da “Limes

La scorsa settimana 122 parlamentari hanno scritto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per avvertirlo dei rischi del “parallelismo in politica estera”, chiedendogli inoltre di rivedere le nomine di quattro “Rappresentanti Speciali”. Imperterrito il presidente ha agito con decisione evidenziando l’esigenza di nominarne altri due per l’Africa e il Sud America.

Ma chi sono costoro e quale “logica” vi è dietro questo ulteriore scontro che vede contrapposte le varie anime dell’establishment conservatore iraniano?

Ma andiamo per gradi. Il 24 agosto, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha nominato quattro nuovi rappresentanti diplomatici: Esfandiar Rahim Masha’i, Rappresentante Speciale per il Medio Oriente, Hamid Baqha’i Rappresentante Speciale per gli affari asiatici, Mohammad-Mehdi Akhoundzadeh Rappresentante Speciale per gli affari del Mar Caspio, e Abolfazl Zohrehvand Rappresentante Speciale per l’Afghanistan.

Non è la prima volta che un presidente iraniano nomina dei rappresentanti speciali in base all’articolo 127 della Costituzione. Già Khatami e Rafsanjani ne avevano nominati per il Mar Caspio e per l’Afghanistan al fine di dare maggior peso alle delegazioni iraniane allora impegnate in negoziati.

La ratio di questa scelta sottende al fatto che figure ben note ed efficienti del corpo diplomatico, con amplia conoscenza e notevole esperienza del compito loro assegnato, possano agevolare “informalmente” i negoziati rispetto ai diplomatici ordinari.

Tuttavia stavolta questa decisione ha sollevato polemiche per il fatto che a parte Akhoundzadeh, già delegato per il ministro degli Esteri per gli Affari Giuridici ed Internazionali, i prescelti abbiano poca esperienza nel settore. Questa carenza è stata ulteriormente evidenziata quando Baqha’i ha descritto il massacro subito dagli armeni nel corso della Prima Guerra Mondiale come un genocidio, rischiando di mettere in crisi i rapporti irano – turchi.

L’acceso dibattito nato attorno a questa iniziativa verte sul sospetto che Ahmadinejad voglia scavalcare il ministero degli Esteri per condurre una politica estera più assertiva attraverso i membri della proprio cerchia.

Bisognerà a questo punto ricordare come diversi centri di potere influenzino gli indirizzi di politica estera iraniana, tra cui l’Ufficio della Guida Suprema, il Ministero degli Esteri, il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e il Comitato del Parlamento per la Sicurezza Nazionale e per gli Affari Esteri.

In più il ministero degli Esteri, il dicastero che dovrebbe ufficialmente dar conto al governo è in realtà controllato da Khamenei, che vi ha posto molte pedine a lui legate, Mottaki in primis. Non è un caso che al ritorno da ogni missione il ministro vada a riferire prima alla Guida Suprema e poi al presidente.

Tornando alla lettera con cui abbiamo aperto, il punto nodale della stessa verteva sul suggerimento dato ad Ahmadinejad di “seguire il consiglio della Guida”. Difatti Ali Khamenei, nel corso di una riunione tenutasi il 30 agosto, aveva affermato che “Un altro punto di governo (che dovrebbe essere seguito) dal gabinetto è che la duplicazione in vari campi, compreso quello della politica estera, debba essere evitata avendo fiducia nei ministri nel quadro delle loro autorità e responsabilità” aggiungendo inoltre come “l’indebolimento della diplomazia del paese da parte di membri del gabinetto, in particolare nelle condizioni attuali, sia paragonabile a chi, seduto sul ramo di un albero lo voglia tagliare”.

Ahmadinejad, decidendo di aggirare il ministero potrebbe, a detta dei critici, gettare un’ombra di sfiducia sul dicastero danneggiandone gli obiettivi di politica estera e ingenerando confusione fra gli addetti ai lavori. Ne sarebbe un esempio il fatto che esista già un delegato del ministero per gli affari asiatici , Ali Fathollahi, che rischierebbe di andare in competizione con Baqha’i.

Un altro motivo di critica è costituito dalle personalità dei prescelti che potrebbero non rendere agevole il loro operato. Masha’i, da molti considerato il delfino di Ahmadinejad, è tuttavia fortemente inviso ai radicali a causa di alcune sue affermazioni di amicizia nei confronti del popolo israeliano e per il fatto di aver sposato una ex seguace dei Mojahedin-e Khalgh, mentre Zohrevard ha avuto in passato diverse controversie con Mottaki.

Ahmadinejad, il quale aveva detto di “essere anni luce avanti al ministero degli Esteri” potrebbe essere oramai non più disposto ad accettare i risultati della prudente diplomazia Mottaki. Già l’anno scorso aveva tentato di sostituirlo con Saeid Jalili, suo stretto collaboratore, ma era stato costretto a desistere su spinta di Khamenei.

Il presidente, consapevole di non avere un sostegno popolare significativo e di dover “barcamenarsi” fra i vari centri di potere della diplomazia iraniana, si sarebbe perciò deciso a “pesare” maggiormente su varie questioni di politica estera, prima fra tutte la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti, al fine di andare incontro al tema più caro alla opinione pubblica iraniana.

In questa ottica aveva già spinto, nell’ottobre del 2009, verso una bozza di accordo con il gruppo di Vienna per lo scambio di parte del proprio uranio in cambio di carburante per il reattore di ricerca medica di Teheran, per poi formalizzarlo a maggio 2010, con l’accordo siglato a Teheran con Turchia e Brasile.

È tuttavia evidente come questo cambiamento, sia per problemi di conflittualità interna come anche per il quadro internazionale, non sia da prevedersi nel breve termine ma nella cornice dei rimanenti tre anni di presidenza.

In questa prospettiva la “fiducia” che Ahmadinejad nutre nei confronti dei nominati potrebbe facilitare il processo decisionale portando all’adozione di misure in aree che gli stanno particolarmente a cuore evitandogli di dover “rendere conto” al Parlamento e alla Guida Suprema.

In conclusione, la scelta di Ahmadinejad potrebbe essere stata stimolata da due fattori. Da una parte Ahmadinejad sembrerebbe essersi convinto di avere oramai maggiore forza contrattuale nei confronti della Guida Suprema. In questa prospettiva si sarebbe deciso a “sfidare” apertamente gli equilibri di potere della catena decisionale della politica estera iraniana.
Dall’altra, in un momento oltremodo critico per il paese, sembrerebbe certo che la decisione di aggiungere un nuovo livello di dinamismo alle capacità diplomatiche del paese possa rivelarsi, in ultima istanza, vincente.

Se i suoi calcoli siano esatti sarà il tempo a risponderci.

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