Alberto Moravia vent’anni dopo Virtù e vizi di un eterno adolescente

Moravia in un disegno di Tullio Pericoli, esposto in sala Buzzati a Milano

La Bompiani celebra lo scrittore alla Fondazione «Corriere della Sera». Sensuale e carnale, ma anche freddo e razionale: l’autore nella quotidianità

Antonio Debenedetti per “Il Corriere della Sera

Adesso si ristampano le sue opere, i critici scrivono di lui. Già quando la morte lo colse all’improvviso, la mattina del 20 settembre 1990, Alberto Moravia era praticamente un classico della modernità. Gli indifferenti, il suo romanzo d’esordio scritto in età scolare o giù di lì, aveva cambiato la letteratura italiana. Da allora, per decenni, è stato al centro della scena letteraria. Ecco perché a suo tempo andavo chiedendomi che cosa Alberto, ormai anziano e all’apice del successo, si aspettasse dalla posterità. Una sera il mio desiderio di sapere, mentre cenavamo in casa di Giorgio Montefoschi, s’è trasformato in domanda. «Con la morte finisce tutto» ha risposto Moravia teatralmente cupo, stringendosi nelle spalle. Lo pensava davvero? Chissà! Il più noto romanziere italiano, che faceva schiumare di rabbia i benpensanti, amava infatti farsi coccolare e le inventava tutte per arrivare allo scopo.

Ma com’era Moravia nella quotidianità? A pranzo, specie se non aveva accanto i suoi amici più fidati cioè Siciliano e Pasolini che un poco forse lo inibivano, Alberto era davvero insuperabile. A volte, standosene al riparo delle sue foltissime sopracciglia, che avevano qualcosa d’una vegetazione primordiale, assumeva modi bruschi, un tantino bambineschi. Preludevano di solito a esternazioni paradossali, capricciose, intese a saggiare la disposizione d’animo dei presenti nei suoi confronti. Quando capiva di potersi fidare, Alberto diventava mirabolante. Cosi, mangiando spaghetti al pomodoro e polpettone con verdure cotte (la sua dieta preferita), ti raccontava di Pirandello o di Eliot o di Borges come fossero là vivi, non geni fatti di spirito ma uomini fatti di carne. Moravia non risultava mai celebrativo. I suoi aneddoti, anche quando riguardavano Ciano o Togliatti o altri politici, privilegiavano sempre l’umano e le ragioni dell’umano. Senza far spazio ai giudizi preconfezionati, insomma. Gli argomenti preferiti di questo scrittore nato per raccontare erano il cinema e ovviamente la letteratura. Parlandone, gratificava i presenti di interpretazioni critiche sorprendenti. Manzoni come Belli, Proust come Joyce, Svevo come Elsa Morante, Brancati come Malaparte (sto citando a caso), i vivi come i morti, si materializzavano attraverso i suoi ragionamenti. La letteratura scendeva dal piedistallo.

Non si apprezza a pieno Moravia, la sua originalità, se non si tiene conto che era un borghese in coraggiosa fuga dalla borghesia. Un borghese che aveva fatto i conti con la cultura della sua classe sociale. Aveva letto tutti i romanzi che contano. Ancora ragazzo aveva frequentato con profitto una élite liberal progressista, nemica del conformismo morale e avversa a ogni forma di pregiudizio. A Londra, sfiorando il mitico gruppo di Bloomsbury, Alberto era entrato in contatto con Lytton Strachey e E. M. Foster. In precedenza si era avvicinato a Bontempelli e aveva preso a frequentare Umberto Morra di Lavriano, un gentiluomo d’alto rango e di ampissime vedute. Ventenne era stato ammesso alla corte di Bernard Berenson. Nella villa fiorentina di quel mitico connaisseur dell’arte rinascimentale aveva saggiato gli oltranzismi d’una raffinatezza elevata all’ennesima potenza dalla religione del gusto.

Mi accadeva di ricordare tutto questo quando, recandomi a imporgli «il cilicio» d’una nuova intervista, suonavo alla sua porta. Veniva a aprirmi lo stesso Moravia. Indossava, se si era d’inverno, dei bellissimi golf dai colori intonati alle camice fantasia. Con aria sempre un po’ imbronciata, mi faceva strada lungo il corridoio dalle lunghe, belle, ordinatissime librerie bianche. Raggiungevamo la stanza di soggiorno arredata con una semplicità che mi faceva pensare, non so perché, alle geometrie di Mondrian. Pochi mobili moderni, una terrazza affacciata sul Tevere e laggiù, lontano, l’ex Foro Mussolini.

Moravia prendeva posto sul divano, vicino alla porta di comunicazione con la cucina. Seduto, non stava un attimo fermo. Scalciava, spostava gli oggetti sul tavolino davanti a lui. Sembrava la réclame dell’impazienza. Ogni volta mi chiedeva se volevo un caffè, ripetendo invariabilmente nel sentirmi rifiutare «lo so fare molto buono, mi creda!». Rispondeva poi alle domande, che gli venivo rivolgendo, con lucidità e precisione. Bastava trascrivere le sue parole, senza bisogno di rielaborarle. Un esempio? Nell’aprile 1988, nel corso di un’intervista poi apparsa solo sulle pagine romane del «Corriere della Sera», gli chiesi come mai fosse amico di tanti giovani. «Ho avuto una vita da artista, in qualche modo non da adulto» rispose con civetteria. «Ecco perché sono rimasto sempre, quasi mio malgrado, un po’ adolescente».

Uscivo dai dialoghi con questo pessimista, che non perdeva occasione per lasciarsi vincere da un caldo ottimismo esistenziale, in preda a una gran voglia di misurarmi con le idee. Forse perché Alberto Moravia, con gli anni, diveniva sempre di più quello che ci si aspettava fosse Alberto Moravia: uno scrittore, al servizio permanente della sua arte, con nascosto dentro un uomo-ragazzo mangiato dalla curiosità di tutto. I suoi occhi straordinariamente vivi parevano collegati con l’intelligenza, erano una materializzazione dell’intelligenza. Va da sé che un tipo così, quando viene la sua ora, muore senza aver conosciuto gli oltraggi della terza età. Non a caso Moravia, nel corso dell’intervista già ricordata, mi disse dall’alto dei suoi ottantun’anni: «Mi sento lucido, non ripeto le stesse cose, non mi arrabbio per le piccolezze, ho una buona memoria e non sono geloso. Sono lontano, dunque, dalle cose che fanno di un uomo un vecchio».

Tre volumi
Le lettere, la biografia, il cinema

– Alberto Moravia (1907-1990) a vent’anni dalla morte: per raccontarne la vita, le opere, le passioni stanno per arrivare in libreria tre volumi che si preannunciano ricchi di sorprese.
– Mercoledì 22 settembre esce da Bompiani il volume curato da Simone Casini delle «Lettere ad Amelia Rosselli. Con altre lettere familiari e prime poesie (1915-1951)»: un ritratto del giovane Moravia raccontato attraverso le lettere alla zia Amelia Rosselli con cui ha intrattenuto un lungo carteggio.
– Il 13 ottobre sarà poi in libreria, sempre da Bompiani, anche «La biografia di Alberto Moravia» di René de Ceccatty: la storia dello scrittore de «Gli indifferenti» vista come occasione per una ricostruzione non soltanto della vita ma anche dello stesso contesto in cui si colloca la sua opera letteraria. Sempre da Bompiani e sempre il 13 ottobre, esce infine il volume curato da Alberto Pezzotta e Anna Gilardelli «Cinema italiano. Recensioni e interventi 1933-1990»: oltre mezzo secolo di film, da «Ossessione» a «La voce della luna»; per una raccolta, per la prima volta ragionata e completa, di tutti gli scritti dedicati da Alberto Moravia al nostro cinema.

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