Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni

Una ricetta per salvare i quotidiani di carta insidiati dalla concorrenza dei nuovi mezzi tecnologici

Guido Ceronetti per “La Stampa

Hanno fatto la rivoluzione francese, hanno raddrizzato l’orribile ingiustizia fatta al capitano Dreyfus, creato la leggenda di Mussolini, fatto entrare in guerra la riluttante Italia del 1915, riportato discorsi memorabili, interviste da nobili esigli, tirato in luce crimini sepolti, spinto fuori con manovre ostetriche la repubblica italiana, e i contenuti delle loro collezioni sono impressionanti, enormi, pieni di grida… E adesso? Chiuderanno le testate? Non reggeranno l’urto col virtuale, il network, il cellulare, il tam-tam telefonico e mailofono, la resa che cresce, la spesa irriducibile, la rinuncia al fotoreportage, all’immagine irripetibile?

Eppure, non c’è potenza più forte della stampa quotidiana, più temuta, più emozionante, più manipolatrice, più riparatrice. Il giornale è inseparabile dal Treno, fin dalla locomotiva di Stephenson, e per quanto sia stato un lutto per l’igiene pubblica e personale il giornale, puntigliosamente lavorato dal tagliacarte, è stato la Carta Igienica delle nazioni più evolute, dopo la foglia preistorica di nocciòlo e le dita intrepide delle fanterie. Finalmente, tra la morte di Gandhi, la fondazione d’Israele e la legge Merlin in Gazzetta Ufficiale, il Rotolo Bianco apparve, e i meno-alfabetizzati lo commenterebbero come «Svolta epocale». Amen.

Giornali amati – anche troppo. Un tempo, gloria, generosi coi bravi collaboratori; ora più tirchi di Arpagone; sconsigliabili ai giovani sognatori. Non li manderebbero più a soffrire nelle giungle insanguinate, ma li inchioderebbero davanti a miriadi di computer redazionali, ad abbeverarsi di Agenzie. Del resto, chi vai a intervistare? Le più grandi stature storiche oggi sono tutte formato cartolina: dov’è un Churchill, dov’è una Dietrich, un Jean Gabin, una Mistinguett, un Largo Caballero, un Tesla, un Einstein, un Fleming? Un Massud valeva un viaggetto: l’hanno fatto fuori. Le città, forse… Le città sono intervistabili fruttuosamente, ma bisognerebbe starci qualche mese – c’è un giornale che ti mantenga? Caro giovane, leggi Fame di Knut Hamsun, è la storia di un giovane sconosciuto giornalista, che quando gli si materializza una paga per un articolo si precipita in un’osteria e divora un pezzo di carne qualsiasi.

Nessun aspirante a giornalismo oggi morirebbe di fame: il rischio però è che vengano a sparire i giornali.

Io avevo più d’una vocazione, perciò non l’avessi spuntata a prezzo di fatica coi giornali (la mia prima bussata a vuoto fu verso un giornale ovviamente fascista, nel 1939: età dodici), avrei potuto dirigermi verso qualcosa di meglio. Ogni tanto, faccio questo sogno (non invento!): mi presento, timido come una pecora, a uno dei più temuti patrons del giornalismo italiano, Giulio Debenedetti, nella sede della Stampa in via Roma, a Torino, e mi propongo come conoscitore perfetto di ebraico, arabo, russo e tedesco: a qualcosa, gli dico, potrei servire, se vorrà mettermi alla prova. Il temuto, inaspettatamente, mi sorride. «Ti metto alla prova subito!». Fa venire un fascio di giornali in quelle lingue e mi chiede di tradurre un brano a caso. Supero tutte le prove, naturalmente. Mi dice: «Torna domani, vedremo». Svanisce tutto, ma sono raggiante come Santa Teresa dopo un arrobamiento da Santa Maria delle Vittorie.

Ho imparato un poco di ebraico, ma quanto alle altre lingue vantate, le ho soltanto amate, a volte ne sfogliccio i dizionari. Dunque, un legame a vita.

Non le vedrò sparire, mi mancherebbero troppo le testate quotidiane, quantunque abbia drastiche fobie per la loro linea attuale tutta ravvolta nell’ideologia unica: crescita, sviluppo, ripresa, futuro, assunzioni, consumo, poco consumo, PIL e poi PIL e ancora PIL; ma attenzione: trattare PIL fa soltanto aumentare le copie invendute.

La capacità di immaginare altri argomenti non è inesistente, però è eresia fuori linea e fuori dal pigliatutto Economia, da tempo maniacalmente dominante.

Un dato è che si vendono meno e sempre meno. Posso suggerire una ricetta: vincere la resistenza trionfante delle Edicole e riprendere lo strillonaggio, capillarmente, dall’aurora al numero di prima uscita. Lo strillone è un saltimbanco fantastico e il suo richiamo è irresistibile. Invece di ripiegare sull’inevitabile sconfitta, i quotidiani batterebbero (potenza delle voci, della Voce che recita la notizia del giorno) la concorrenza eteromediatica, la concentrerebbero su di sé.

Strillonaggio e non cumuli muti! Il giornale è Gazza Parlante (gazzetta). Ridategli voce, anche sulle strade e di treno in treno, o sarà questione di pochi anni, e senza di loro certamente saremo più soli.

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3 Risposte to “Il futuro dei giornali nella voce degli strilloni”

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