La crisi dell’economia iraniana

Le sanzioni Onu stanno  penalizzando Teheran. A dispetto dei segnali di ripresa, cresce il malcontento della gente per un’inflazione ormai fuori controllo. Il governo ribadisce che proseguirà il programma nucleare

Luca Troiano per “Limes

A cinque mesi dalla risoluzione 1929 del Consiglio di Sicurezza, che ha inasprito le sanzioni contro l’Iran, e a due settimane dal nuovo round di colloqui tra Usa, Ue e Repubblica Islamica in programma a Vienna, appare opportuno chiedersi quale sia stato finora l’impatto dei provvedimenti sull’economia di Teheran.

L’effetto complessivo non è ancora chiaro; i numeri di per sé non offrono indicazioni univoche. Se da un lato il sistema produttivo iraniano presenta dati incoraggianti, dall’altro la qualità della vita nel paese sembra peggiorare di giorno in giorno.

Le limitazioni commerciali contro l’Iran hanno una lunga storia. Le prime sanzioni furono imposte dagli Stati Uniti nel 1987, in conseguenza del presunto sostegno iraniano al terrorismo e delle aggressioni a navi non belligeranti nel Golfo Persico.

Negli anni Duemila, la crescente preoccupazione per il programma di arricchimento dell’uranio ha portato ad un allargamento delle sanzioni, arrivate a coprire tutti i principali settori del commercio iraniano.

Teheran ha proseguito comunque il suo programma nucleare, da un lato perché le sanzioni erano poco mirate, e dall’altro perché le ha bypassate rivolgendo il suo sguardo ai mercati d’Oriente, quello cinese in testa.

Non sono poche le accuse di sanction busting (commercio illegale verso un paese con cui gli scambi sono formalmente interdetti) e di sfruttamento di società fittizie e di paesi terzi compiacenti rivolte al regime di Teheran.

L’economia iraniana, attualmente tra le prime 20 del mondo, è caratterizzata da un forte statalismo con segni di apertura verso l’intervento privato.

Ad oggi, si stima che il 50% di tutto il sistema sia pianificato centralmente, ma un emendamento alla Costituzione del 2004 ha permesso all’80% delle proprietà statali di essere privatizzate.

I dati degli operatori internazionali evidenziano prospettive incoraggianti nella crescita dell’economia. Teheran non ha risentito granché della crisi: le sanzioni emanate nel 2007, paradossalmente, hanno fatto da scudo al contagio della débaclefinanziaria globale.

Secondo la Banca Mondiale l’Iran sarebbe al 137° posto nella classifica mondiale per semplicità nell’iniziare un business, con un miglioramento di 5 punti dall’anno precedente. Per iniziare un business a Teheran sono necessari 9 giorni, mentre nel resto del Medio Oriente e nel Nord Africa ce ne vogliono 20,7.

Il settore edilizio è migliorato; l’agricoltura, che rappresenta il 10,9% del PIL e impiega il 30% della popolazione, ha scelto di affidarsi ad un imponente programma di meccanizzazione per aumentare efficienza e produttività. I finanziamenti governativi per ricerca e sviluppo sono ancora bassi ma in leggero aumento.

Negli ultimi mesi l’Iran si è reso protagonista di importanti iniziative. Ad agosto ha ospitato il Salone dell’edilizia, cui hanno partecipato circa 1000 imprese iraniane e 400 provenienti da tutto il mondo, soprattutto dalla Germania e dall’Estremo Oriente.

Il 24 agosto il governo ha diminuito le importazioni di veicoli commerciali di piccolo e grosso calibro, decidendo di provvedere da sé a soddisfare la domanda interna del mercato dei trasporti. Tale decisione, secondo il ministero per l’Industria e le Miniere, dovrebbe incentivare lo sviluppo dell’industria metalmeccanica del paese.

Tre giorni dopo, Iran e Siria hanno annunciato l’intenzione di inaugurare una banca privata a Damasco. L’istituto, il cui progetto di fondazione era stato deciso già nel 2008, si chiamerà Al-Aman e potrà contare su un capitale iniziale di 1,5 miliardi di sterline siriane (circa 32 milioni di dollari).

Saderat Bank, Alghadir Company e Saipa (principali istituiti di credito iraniani) possiedono rispettivamente il 25, il 16 e l’8% delle azioni della banca. Il restante 51% delle azioni verrà offerto al pubblico sul mercato azionario siriano.

A settembre il presidente della compagnia di bandiera, Farhad Parvaresh, ha annunciato che Iran Air e la sua omologa Turkish Airline formeranno un consorzio per il trasporto aereo, aggiungendo che ci sono già stati colloqui sull’allargamento del progetto ad altri paesi confinanti.

Attualmente Iran Air opera su 60 destinazioni, 35 internazionali e 25 domestiche, e può contare su una flotta cargo di 20 servizi di linea e 5 servizi charter. Turkish Airline, a sua volta, gestisce servizi di linea verso 127 destinazioni internazionali e 34 domestiche (su 37 aeroporti totali presenti in Turchia), operando su un totale di 164 scali suddivisi tra tutti i continenti.

Il 3 settembre, il governo ha reso noto che l’export non legato ai beni energetici ha superato i 9 miliardi di dollari negli ultimi 4 mesi, oltre il 21% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

In crescita anche le importazioni, aumentate nello stesso arco di tempo del 17%, a quota 18,449 miliardi di dollari. I principali esportatori verso Teheran sono gli Emirati Arabi, (30%), la Cina, la Germania, la Corea del Sud e la Turchia (rispettivamente l’8,9, l’8,5, il 6,3 e il 6,1% delle esportazioni totali verso l’Iran).

Tutto questo visto da fuori. Da dentro, invece, le prospettive appaiono tutt’altro che rosee.

I primi di luglio Sadras Koushkizadeh, 24 anni, sposata con una figlia di tre anni, residente a Dehdasht, nel sudovest dell’Iran, è morta a causa della gravità delle ustioni sul suo corpo.

Venti giorni prima si era cosparsa di cherosene e immolata in piazza. Secondo un amico, non ne poteva più della situazione di povertà e indigenza in cui versava la sua famiglia.

È questo l’episodio più eclatante della crescente frustrazione che da tempo attanaglia la popolazione iraniana. Da alcuni mesi, infatti, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati drasticamente in tutto il paese, soprattutto nella capitale.

Anche il trasporto pubblico è in crisi. La compagnia di autobus di Teheran ha recentemente interrotto il servizio a Tajrish Terminal, invitando i residenti a utilizzare la metropolitana. Ma nella capitale molti quartieri popolari non vi hanno accesso.

Il governo di Mahmoud Ahmadinejad ha annunciato che a partire dal prossimo marzo le tariffe dei taxi aumenteranno di 20 centesimi di rial iniziali, e 15 centesimi ogni 100 metri percorsi.

Nella prima settimana di agosto, il prezzo della carne a Teheran era passato da 120.000 a 180.000 rial (12-18 dollari) al kilo; tra settembre e ottobre è raddoppiato a 350.000 rial (35 dollari), e le stime dicono che nel mese di novembre potrebbe addirittura triplicare.

L’inflazione è travolgente anche a Tabriz, importante centro nel nord-ovest del paese. Da tempo la città è stata colpita dalla disoccupazione e da una profonda crisi immobiliare. Quasi tutti i lavoratori ricevono gli stipendi in ritardo; alcuni non lo prendono da mesi.

Nei grandi centri, l’esasperazione della gente traspare ad ogni angolo di strada. Sono sempre di più i cittadini convinti che le sanzioni imposte all’Iran per invitarlo a desistere dal programma nucleare siano solo un mantra ripetuto dal governo per giustificare l’inflazione galoppante degli ultimi tempi.

In molti si fanno anche beffe del regime per la stampa di 10.000 nuove banconote da 10,000 Toman. Motivazione? includono un famoso versetto poetico iraniano… sfigurato da un imbarazzante errore di battitura.

Al dileggio però si sostituisce presto la preoccupazione per il futuro. Le persone sono in attesa di vedere quale impatto avranno sulla loro vita i piani di riduzione dei sussidi annunciati dal regime.

Nel sistema di sostegno dei prezzi precedente alle sanzioni, secondo il Fondo Monetario Internazionale una famiglia su quattro riceveva dal governo in media l’equivalente di quasi 4.000 dollari all’anno in benzina, energia elettrica e beni di prima necessità.

Questi sussidi costano complessivamente circa 100 miliardi di dollari alle finanze di Teheran.

Il taglio delle forniture di gas, praticamente dimezzate tra giugno e luglio, ha causato l’immediato rincaro dei prezzi di benzina ed energia elettrica. Diversi economisti iraniani credono che i tagli agli aiuti potrebbero far levitare i prezzi di benzina e grano di oltre il 20% già nelle prossime settimane.

Sembra un controsenso, ma il paese (quarto produttore mondiale di petrolio) soffre di un’endemica carenza di carburanti a causa di un’insufficiente industria di raffinazione, e la domanda interna di tali beni dipende pesantemente dalle importazioni.

A soffrire per le sanzioni è anche il sistema finanziario. Da giugno, infatti, decine e decine di banche e aziende internazionali hanno interrotto i loro rapporti d’affari con l’Iran, mettendo a rischio la stessa stabilità del sistema bancario nazionale.

La moneta nazionale, il rial, ha subito una svalutazione del 10% nel giro di poche settimane. E per i commercianti è sempre più difficile procurarsi valuta estera.

Secondo il dipartimento di Statistica, 10 milioni di iraniani vivono sotto la soglia di povertà assoluta e 30 milioni sotto quella di povertà relativa. Ovunque serpeggia l’insoddisfazione verso un regime considerato responsabile di una situazione sempre più insostenibile.

D’accordo, la crisi mondiale non è ancora finita e le sanzioni hanno avuto il loro peso; ma il governo di Ahmadinejad si è mostrato incapace di gestire l’economia con il petrolio a 100 dollari al barile.

Nessuno però manifesta pubblicamente il proprio dissenso, per non incorrere in guai peggiori.

Dinanzi ad uno scenario così contrastante, il governo ha una duplice strategia.

Da un lato, si affida alle dichiarazioni di principio: “il mondo è grande e le persone che commerciano [con noi] trovano il modo di trasferire denaro”, ha detto il ministro delle Finanze Shamseddin Hosseini.

Secondo Ahmadinejad e altri funzionari iraniani l’economia del paese rimane forte. Molti Stati e multinazionali, a loro dire, sono ancora disponibili a trattare affari con le imprese iraniane, nonostante la disapprovazione di Washington.

Non pochi dissentono da tale ottimismo. Il mese scorso l’ayatollah Shirazi, uno dei più importanti esponenti religiosi, ha apertamente accusato il presidente e i suoi ministri di distorcere i dati economici.

“Le statistiche sulla riduzione dell’inflazione sono costantemente ribadite, ma sono in contraddizione con ciò che la gente vede con i propri occhi”, ha dichiarato. Diversi esponenti del clero contestano la politica economica di Ahmadinejad.

Dall’altro, trasfigura le difficoltà dietro una maschera di incoraggianti prospettive, poco importa se reali o meno. In questo contesto si inquadra il balletto di cifre tra Iran e Iraq sulle riserve di oro nero.

L’Opec, di cui Iran e Iraq fanno parte, attribuisce ad ognuno dei 13 paesi membri una quota massima di produzione di greggio. In questo modo, tagliando o aumentando l’offerta, l’organizzazione riesce a stabilizzare il prezzo del barile.

Tale quota produttiva è proporzionale alle riserve di ciascun membro, il che significa che più alta è la quota e più alto sarà il petrolio che può produrre. E più i soldi che entreranno nelle sue casse con le esportazioni.

Da qualche tempo a questa parte Teheran e Baghdad rivendicano di avere più petrolio dell’altra. E non appena una delle due ritocca verso l’altro le stime, l’altra gioca al rialzo.

In giugno il ministro del petrolio iracheno, Hussain al-Shahristani, annuncia che le riserve accertate di greggio in Iraq sono salite a 143 miliardi di barili, il 25% rispetto alle precedenti stime.

Se confermato, tale dato collocherebbe lo Stato dei due fiumi al secondo posto nella classifica mondiale dei possessori di petrolio, un gradino sotto l’Arabia Saudita (264,5 miliardi di barili) e uno sopra il paese degli ayatollah.

Passano pochi giorni e il ministro dell’Energia iraniano, Massoud Mirkazemi, dirama un comunicato secondo cui l’Iran può contare su una riserva di 150 miliardi di barili, a fronte dei 138 miliardi delle stime precedenti.

Shahristani replica che la revisione delle riserve non include le stime sui giacimenti ai confini con Kuwait e Iran, il che preannuncia un nuovo sorpasso.

Baghdad, a quasi otto anni dalla caduta di Saddam, può tornare a recitare un ruolo di primo piano nello scacchiere mediorientale. Autorevoli esperti ritengono che in 4-5 anni possa raddoppiare la sua produzione, attestandola a cinque milioni di barili al giorno. E in dieci anni potrebbe fare anche di più.

Arrivando a superare quella dell’Iran, la cui industria estrattiva è stata danneggiata da anni di sanzioni. Certo, storicamente l’Iraq non ha mai prodotto più dell’Iran, dunque non c’è motivo di modificare la composizione delle quote in sede Opec, ma sono in molti a credere che nel gioco al rialzo tra Baghdad e Teheran la meno credibile sia proprio quest’ultima.

Martedì scorso l’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran (AEOI) ha reso noto di aver iniziato il caricamento di 163 barre di combustibile, fornite dalla Russia, nel nucleo del reattore di Bushehr, rimasto fermo per mesi in seguito ad un cyberattacco al suo sistema di programmazione.

L’impianto da 1.000 megawatt, che dovrebbe iniziare la produzione di energia elettrica entro tre mesi, non è considerato come una minaccia da parte dei paesi occidentali.

Presso i funzionari occidentali si sta facendo strada la consapevolezza che le misure punitive stanno danneggiando sempre di più l’economia di Teheran, la quale avrà un margine di manovra più limitato rispetto ad alcuni mesi fa.

Venerdì l’alto rappresentante della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, ha detto che l’Iran è pronto a partecipare ai colloqui con i paesi del 5+1, i primi in più di un anno. L’ultima volta l’Iran respinse con sdegno ogni invito a frenare il programma di arricchimento, ribadendo che un paese ha il diritto sovrano di sviluppare l’energia atomica a scopi pacifici.

D’altronde si sa che le sanzioni emanate contro un governo servono non a punire lo stesso per la sua reticenza, bensì ad esasperare la frustrazione della gente fino alla ribellione. Questo gli Stati Uniti lo sanno bene.

“Nelle prossime settimane il governo iraniano prenderà alcune gravi decisioni economiche, nessuna delle sue opzioni è buona”, ha detto un alto funzionario degli Usa. “La situazione economica in Iran sta esacerbando le divisioni politiche nel governo”.

Il dipartimento di Stato ha detto che Washington e l’UE stavano preparando una nuova offerta all’Iran sullo scambio di uranio arricchito con altri paesi, ma a condizioni più dure di quelle che Teheran ha respinto l’anno scorso. “Dobbiamo convincerli che la vita peggiorerà, se non cominciano a muoversi,” è il commento più ricorrente presso la diplomazia a stelle e strisce.

C’è da crederlo: è di pochi giorni fa la notizia che la Cina, principale valvola di fuga dalle sanzioni Onu, ha deciso di ridurre le proprie importazioni di greggio dall’Iran portandole a 415.000 barili al giorno, dalle 499.000 dello scorso anno, preannunciando un ulteriore rallentamento dei propri progetti già in corso nel paese persiano.

C’è chi lo considera un avvertimento da parte di Pechino. Ciò si aggiunge alle decisioni della Galp, compagnia petrolifera portoghese, di abbandonare l’Iran, e a quella di BP di rompere la joint venture con la Repubblica Islamica per lo sfruttamento in comune del grosso giacimento di Rhum, nel Mare del Nord, che solo lo scorso hanno aveva raggiunto un fatturato di 85,78 milioni dollari.

Un’ancora si salvezza per Teheran sembra provenire dall’Europa: le sanzioni Onu non impediranno la prosecuzione dei progetti che interessano il giacimento di Shah Deniz, a nord del paese, ricco di gas naturale e dal quale dovrebbe partire una diramazione del Nabucco, il gasdotto concepito dall’Ue per ridurre la dipendenza energetica dalla Federazione Russa.

Ma l’Iran ha sempre meno alternative.

 

 

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