La sorte dell’Iraq: un nuovo Libano

Alberto Negri per “Il Sole 24 Ore

L’Iraq, scrive il quotidiano di Beirut al Nahar, si è trasformato in un nuovo Libano: incapace di costituire un governo in assenza di una decisione proveniente dall’estero. I retroscena sembrano confermarlo. Il viaggio di al-Maliki a Teheran, dove ha incontrato la Guida Suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad, è stato decisivo per ottenere il sostegno dei suoi padrini politici che hanno organizzato a Qom un faccia a faccia con Muqtada Sadr convincendo il giovane e influente mullah iracheno a dare il suo via libera.

La coalizione sciita, perno del nuovo governo, è stata fatta tra Teheran e i 120 chilometri di deserto che dividono la capitale e il Vaticano degli ayatollah. Ahmadinejad intanto aveva ottenuto l’assenso del presidente siriano Assad su una candidatura che aveva già ricevuto la benedizione del leader libanese degli Hezbollah Hassan Nasrallah.
Alla triangolazione Iran-Siria-Libano si è aggiunto un altro tassello importante: la Turchia. Ankara ha sostenuto al-Maliki perché Teheran è un partner di prima grandezza, al punto da proporre Istanbul come sede del negoziato nucleare. Non solo: dagli iraniani e da Maliki i turchi hanno ottenuto l’impegno a tenere sotto controllo i curdi del Pkk. La Turchia non trascura neppure gli aspetti economici: l’interscambio con Teheran ormai ha superato quello con Washington. Forse è azzardato parlare di un asse Iran-Turchia ma si è avuta un’altra conferma della nuova proiezione regionale di Ankara tra Europa e grande Medio Oriente.
Sembrano questi i vincitori della partita irachena con la nascita di un nuovo Libano nel cuore petrolifero della Mesopotamia, anche se la riconferma di Maliki non è del tutto una sconfitta per gli Stati Uniti e appare piuttosto una soluzione di compromesso. L’aspetto più evidente della libanizzazione è stato l’estenuante negoziato di otto mesi durante i quali i due rivali, Maliki e Allawi, hanno peregrinato in continuazione tra le capitali confinanti chiedendo aiuto, consiglio e ascoltando da ogni “padrino” quali erano le sue condizioni sulla spartizione dei posti e quali relazioni il nuovo esecutivo doveva intrattenere con l’estero.

Il Parlamento di Baghdad intanto, dopo le elezioni di marzo restava chiuso per mesi perché era inutile convocarlo. Un’umiliazione del nazionalismo iracheno non può piacere ai sunniti ma neppure al resto dell’opinione pubblica che è andata a votare il 7 marzo scorso. La sovranità dell’Iraq è quindi limitata e anche il compromesso appare precario perché trovato soltanto attraverso la spartizione tra i più forti delle risorse favorendo la corruzione e contro gli interessi nazionali. In questa situazione le minoranze vengono messe ai margini, punite e perseguitate, come accade ai cristiani .
Bisogna però evitare di pensare che tutto questo sia stato dovuto soltanto all’invasione americana del 2003. Le divisioni etniche e settarie che oggi minacciano l’unità del paese sono la conseguenza del progressivo disfacimento della struttura nazionale dovuta a trent’anni di totalitarismo e terrore, a tre guerre sanguinose, a 13 anni di embargo paralizzante, alla decapitazione dello stato seguita al crollo di Saddam. Per essere ricostruita la nazione irachena deve scontare tutto questo e bere oggi anche l’amaro calice della libanizzazione.

 

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