“La colonna Infame” e i problemi attuali

Franzo Grande Stevens per “La Stampa

Un’importante Casa editrice ripropone per i licei la lettura de «La Colonna Infame» di Alessandro Manzoni. Com’è noto, nella Milano spagnola del ‘600 taluno attribuì la causa dell’immane flagello della peste a due persone che, per prime, l’avrebbero diffuso spalmando un unguento sulle porte delle case. La credenza si diffuse, gli «untori» furono accusati, incarcerati, torturati finché, come si voleva che facessero, si confessarono colpevoli, condannati a morte, la loro casa rasa al suolo ed al suo posto eretta la «colonna infame».

La rilettura dell’opera manzoniana rende pensosi. Perché molti dei problemi che essa mette in luce continuano ad essere attuali.

Le garanzie del processo, la tortura quale mezzo per formare la prova, l’influenza determinante dell’opinione pubblica sulla conduzione e l’esito del processo, la pena di morte (persino con lapidazione) fra le sanzioni irrogabili: sono tutte questioni tremende da affrontare, che sappiamo non risolte unanimemente e completamente nel mondo di oggi. Eppure si tratta di questioni che riguardano i diritti fondamentali dell’Uomo, quelli indicati e protetti da Convenzioni internazionali. Per quel che ci riguarda dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo approvata dalle Nazioni Unite nel ‘48, dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali del ‘50, dalla nostra Costituzione in vigore dal ‘48.

La tortura è ovviamente bandita (artt. 5 Dichiarazione, 3 Convenzione e 13 n. 4 Costituzione). Ma è sempre così da parte degli Stati che hanno sottoscritto le Convenzioni internazionali? Non solo i noti casi eclatanti (ad esempio Abu Ghraib, Guantanamo ecc.) ma l’adozione, meno appariscente ma diffusa, dell’uso della carcerazione preventiva (che non è una sanzione ma deve essere soltanto una precauzione) utilizzata per indurre un accusato a parlare: non può assumere le caratteristiche di una forma di tortura? Purtroppo l’adozione di questo strumento a questi fini è un dato di fatto; ammesso, talora, persino da magistrati.

E tenuto conto anche delle condizioni delle carceri italiane, non può consistere in una forma di tortura? L’opinione pubblica, ai tempi de «La Colonna Infame», fu formata da varie componenti: il desiderio diffuso di trovare un colpevole del tremendo flagello della peste, il senso di colpa di chi temeva di poter essere accusato di negligenza, l’atteggiamento ed il racconto di invasati che, quand’anche in buona fede, trovarono terreno facile come imbonitori, la mancanza nei giudici di quel coraggio che dovrebbe sempre avere chi amministra la giustizia, i quali finirono con il mostrarsi anch’essi convinti di quelle gravi calunnie. E così l’opinione pubblica si rafforzò, si convinse ed in queste condizioni, come diceva Pindaro «la moltitudine ha cieco il cuore».

Ora la diffusione e la potenza degli attuali mezzi di informazione ha ampliato a dimensioni neppure immaginabili l’eco dell’opinione pubblica che essi esprimono e formano. Nella stessa misura, quindi, s’è ampliata la loro influenza nella soluzione di importanti questioni giuridiche o procedimenti giudiziari e bisogna tenere conto – e che conto! – di questo nuovo elemento da parte di chi opera nel campo della giustizia.

Il processo, all’epoca della «Colonna Infame» non aveva quelle garanzie ora riconosciute dai Trattati Internazionali (artt. 10 e 11 della Dichiarazione, art. 6 della Convenzione, ecc.) e dalla nostra Costituzione (art. 111).

La «tortura» come misura per raggiungere la prova della colpevolezza era ammessa senza eccezioni di sorta (anche nei Tribunali dell’Inquisizione) mentre è vietata oggi, come s’è visto dalle norme generalmente vigenti che inoltre garantiscono il contraddittorio, la terzietà del Giudice, la possibilità di ottenere più controllo della decisione ricorrendo a giudici superiori ecc.

Tuttavia, come s’è detto, va riconosciuta l’influenza che ha nel processo e quindi nella decisione l’opinione espressa o formatasi con lo strumento dei mezzi di informazione moderni.

E va anche indicata fra le garanzie quella del diritto al difensore che, però, ha anche in casi particolari e fortunatamente eccezionali, un risvolto tutt’altro che garantista.

Nei casi, infatti, di c.d. «processi di rottura», quelli cioè in cui gli imputati «rompono» con l’Ordinamento vigente e lo rifiutano e perciò non nominano difensori, è obbligatorio assicurare loro un avvocato «d’ufficio». Questi, ovviamente, appartiene proprio al sistema ordinamentale contestato ed è perciò che in questi tipi di processo l’avvocato «d’ufficio» obbligatorio è, ovviamente, anch’esso contestato dagli imputati. E talora a ragione: ad esempio nel processo di Burgos, durante il regime franchista, furono nominati avvocati (ufficiali militari) d’ufficio e così, in anticipo, anche eventuali loro sostituti.

La nostra Costituzione non regola espressamente e direttamente la questione ma richiama come norme costituzionali (art. 117) i Trattati internazionali fra i quali la citata Convenzione Europea che (art. 6) riconosce all’imputato anche il diritto di difendersi personalmente.

La questione si pose dinanzi ad una Corte canadese che la risolse chiamando un eminente avvocato a fare da «amicus curiae» (garante della correttezza del procedimento) e fu sollevata dagli avvocati torinesi nel noto processo del 1977 c.d. delle Brigate Rosse che avevano rifiutato l’Ordinamento e quindi anche la difesa obbligatoria d’ufficio. Gli avvocati torinesi nominati d’ufficio, non ritennero di poter offendere gli imputati svilendo o contestando la loro posizione ideologica (così offendendoli e non difendendoli) o la loro capacità mentale, dando così prova di intolleranza o dello stesso loro fanatismo, ma sostennero il diritto degli imputati all’«autodifesa». Sulle prime l’eccezione non fu accolta ma in seguito, in sedi giudiziarie più alte, fu riconosciuta e così si garantì ad un tempo il rispetto dell’Ordinamento e la completa libertà di un imputato di scegliersi il modo e le ragioni della sua difesa. S’è visto pure da questi brevi cenni, come sia utile la rilettura dell’opera del Manzoni che «il forte animo accende» per meditare sulla situazione attuale che, pur nella grande diversità, pone problemi non dissimili e comunque non meno importanti di quelli della caccia agli «untori» della peste. Caccia che condusse alla loro ingiusta condanna a morte e più grave apparve al Manzoni la responsabilità di chi la decise e di chi, pur se illuminista di grandi aperture mentali (come Verri, Giannone ecc.), si mostrò sì intransigente con la «tortura» – da esecrare senza riserve – ma non altrettanto con i giudici e tutti coloro che la consentirono.

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